Nell’Europa del 1400/1500 l’attività di un’impresa era finalizzata al benessere della città dove l’imprenditore operava. La giustificazione del suo agire era un contributo alla creazione di una città bella da vivere. Da parte dei soggetti economici era diffusa la “responsabilità” verso la Comunità. Lo ricorda Vera Zamagni nel suo recente e interessante libro “Forme d’Impresa”.

Ieri come oggi, afferma l’Autrice, le doti per fare impresa sono la creatività, la propensione ad assumere il rischio, la capacità di gestire il fattore lavoro. Anche i fattori del cambiamento sono simili nel tempo: i mutamenti delle tecnologie, l’evoluzione della cultura ambientale, gli sviluppi del diritto societario e, più di recente, il ruolo fondamentale svolto dalla ricerca nel soddisfare scientificamente la domanda di nuovi prodotti e di più evolute catene di produzione.

Il risultato di questi processi, nel tempo e a livello internazionale, è la crescita, in particolare, della grande impresa, conosciuta con il termine “corporation”, o, più precisamente,  è la  “business corporation” che si afferma. In essa è rimasto ben poco  dello spirito popolare  delle origini rinascimentali dell’impresa. L’ impresa ora aspira unicamente a soddisfare gli interessi degli azionisti, del tutto deresponsabilizzata a livello sociale.

Con molta efficacia l’Autrice evidenzia i punti critici della “corporation”, che caratterizzano in negativo il  modello d’impresa. In particolare questa si permette di sfruttare in piena libertà sia il lavoro che i consumatori dei suoi prodotti. Questi ultimi, infatti, sono sottoposti a una raccolta di dati e informazioni utili a una loro successiva commercializzazione, a discapito di qualsiasi rispetto della privacy della clientela. Questo potere di condizionare il mercato è usato per stabilire un monopolio, che permetta di aumentare i profitti a favore degli azionisti, senza una reale giustificazione economica. Con un inquinamento fuori controllo e perseguendo una globalizzazione selvaggia si ottengono costi inferiori ai normali standard di mercato, costi funzionali alla finanziarizzazione speculativa dell’attività  dell’impresa. Si assiste così a una “mutazione genetica” della finanza aziendale, che contribuisce ad aumentare la fragilità del sistema a danno dei più deboli: più profitti per i ricchi e meno potere d’acquisto per i lavoratori.

Sicuramente, il risultato attuale dell’evoluzione della “corporation” (che sembra essere oggi la forma d’impresa più diffusa) è molto distante da un modello d’impresa che perseguiva una significativa responsabilità sociale. Nel tempo si è persa del tutto la dimensione civica dell’attività economica, e qualsiasi riferimento alla Comunità. Alla dimensione sociale si è sostituita la massimizzazione dell’utilità individuale, ovvero il profitto degli azionisti. Si punta  a una efficienza di tipo egoistico, mentre il reddito andrebbe distribuito in funzione di una massimizzazione del principio di equità.

Questa utopia può essere sostenibile e compatibile con l’attività economica? La risposta può essere affermativa  se si comprende il ruolo che può giocare il lavoro di grande qualità, sostenuto dall’utilizzo di servizi sociali qualificati e dalla ricchezza culturale dell’ambiente umano, e dalla competitività risultante dall’eccellenza nella produzione di manufatti e servizi.

A questo fine, nello scenario tratteggiato in “Forme d’impresa” da Vera Zamagni, sono evidenziati soggetti imprenditoriali in grado di eccellere ( le cosiddette “multinazionali tascabili”) che hanno dimostrato capacità creative e innovatrici, tali da diventare, in alcuni casi, leaders mondiali nel proprio segmento di mercato. Sono imprese che producono nuove idee, perseguono strategie di medio-lungo periodo, sono radicate nel territorio, fanno welfare aziendale. Saranno loro i nuovi soggetti “generativi” di società?

Roberto Pertile