Presentato il bilancio della Banca d’Italia. Vi è un dato su cui andrebbero puntati i riflettori, nel momento in cui siamo alla disperata ricerca di risorse per preservare aziende e posti di lavoro durante il lockdown e per innescare la ripresa dopo: Bankitalia rigira indietro al Tesoro gli interessi pagati per i titoli di stato che detiene. Per il 2019 tale partita di giro è stata di circa 8 miliardi.

Per i periodi di guerra e quelli di ricostruzione questa è la via maestra per finanziare l’economia. Emissioni di titoli di stato senza limiti per fronteggiare quanto le circostanze avverse impongono, acquistati dalla banca centrale. Una via praticabile subito, meglio se d’intesa con la BCE, e dunque con un accordo europeo vero, altrimenti anche da soli, poiché i trattati europei prevedono la possibilità in casi eccezionali del controllo dei capitali e perché l’Euro non è una moneta comune, ancorché unica, nel senso che ogni banca centrale tiene la contabilità delle transazioni con le altre economie dell’Eurozona (target 2) e dunque è possibile esercitare proprie politiche monetarie in regime di segregazione.

Conta agire subito. Fatta ad aprile una tale immissione di liquidità non creerebbe inflazione, al contrario ricadrebbe su aziende mantenute pronte a riaprire anziché fallire, dando una spinta al recupero del PIL perso. Lo stesso intervento fatto fra sei mesi/un anno, si tramuterebbe in gran parte in assistenza per evitare rivolte, e finirebbe per generare inflazione creando maggior potere d’acquisto a offerta calante, la temutissima stagflazione, stagnazione economica e inflazione insieme. Il rischio di arrivare a una tale situazione, generatrice di caos e di conflitti cruenti, appare assai elevato. L’Europa sta perdendo tempo. Da ciò che trapela, sembra si arriverà a un compromesso al ribasso, in cui verrà fatto rientrare dalla finestra, con buona pace di Draghi, il principio della condizionalità, seppur differita: si esigerà che tutto l’extradebito venga ripagato per via fiscale e non sterilizzato con i più classici e collaudati strumenti di politica monetaria. Un errore tragico per l’Europa intera.

Noi per non correre ora il rischio di rompere l’Eurozona finiremo per ritardare quegli interventi che sono necessari adesso (e che abbiamo tutti gli strumenti per fare), ma in tal modo rischiamo fortemente di non esser in grado di salvare l’Italia, finendo per non svolgere un buon servizio neanche per la sopravvivenza dell’Euro.

Davanti al Paese c’è il baratro. Serve un colpo di reni per non precipitare. Agire, se necessario mettendo l’Europa davanti al fatto compiuto, in tal modo lasciando alla Germania il cerino sulla sorte dell’Euro: o condivisione del rischio ora – che è molto di più di un dato economico, significa l’Europa unita – oppure ogni Paese affronterà la crisi a suo modo.
Serve un segnale forte, iniziando dalla sostituzione del ministro dell’economia.

Giuseppe Davicino

Pubblicato su Rinascita Popolare dell’Associazione i Popolari del Piemonte ( CLICCA QUI )