Molti accademici ed esperti dei regimi autoritari sono concordi nell’affermare che gli autocrati “amano” le situazioni di emergenza e di crisi, in quanto possono emanare senza tanto clamore leggi che allargano a dismisura la sfera di influenza del proprio potere personale, resettando i diritti fondamentali del proprio popolo.

Se si pensa che proprio il 20 marzo scorso il prestigioso istituto internazionale V-DEM (Varieties of Democraties) dell’Università di Göteborg in Svezia, che realizza annualmente uno dei più autorevoli rapporti globali e studi comparati sullo stato delle democrazie mondiali, aveva “ufficialmente” classificato l’Ungheria come il primo regime elettorale autoritario all’interno d’Europa ( CLICCA QUI ), la notizia del c.d. “golpe bianco” di Victor Orbán del 30 marzo è sembrata quasi la sublimazione di questi dati che confermano, ancora una volta (semmai ce ne fosse stato il bisogno) l’affidabilità e la precisione scientifica dell’istituto.

Ma tra gli addetti ai lavori (i maggiori studiosi ed accademici internazionali di costituzionalismo democratico, Rule of Law e protezione dei diritti fondamentali) la notizia non ha fatto per niente scalpore. Anzi, se lo stavano aspettando da un momento all’altro.

Fra loro, la Professoressa Kim Lane Scheppele ( CLICCA QUI )dell’Università di Princeton, attiva in molti Gruppi di ricerca internazionale sulle dittature, regimi autoritari e sul “Declino Democratico”. La crisi di molte democrazie costituzionali, secondo Lane Scheppele, non è dovuta a particolari problemi di ordine politico, economico o culturale, ma dal fatto che sono state deliberatamente hackerate dall’interno, in modo subdolo, attraverso strumenti giuridicamente validi, creati ad hoc e riconosciuti costituzionalmente, da parte di autocrati democraticamente eletti, in cerca di potere. Lane Scheppele ha coniato, per queste tipologie di “golpe” la definizione di “Autocratic Legalism”, per descrivere il processo attraverso il quale i moderni dittatori non utilizzano più metodi eclatanti come l’esercito per i loro colpi di stato, detti “Democratic Backsliding”, ma tattiche più “soft” e apparentemente democratiche per raggiungere il potere assoluto, esattamente la tattica vincente (in termini di realismo politico) di Orbàn, con riferimento alla graduale limitazione dei diritti civili e politici e della Rule of Law al fine di ottenere il pieno potere, iniziata già dal 2010.

Egli si concentra sulla limitazione, sempre più spinta, dei contro-poteri e sulla messa fuori gioco degli avversari politici attraverso l’uso strumentale della Costituzione. A partire da questo momento, la letteratura giuridica internazionale ed europea inizierà ad approfondire queste pericolose violazioni allo stato di diritto europeo e ad accostare il processo di deriva incostituzionale proprio a Paesi come l’Ungheria e la Polonia, per restare in Europa, o alla Turchia.

La democrazia illiberale (così definita dallo stesso Orban) è un progetto per il quale lo stesso ha lavorato in maniera indefessa per almeno 10 anni, attraverso il suo Partito Fidesz, ottenendo all’inizio consensi quasi plebiscitari, garantiti dalla debolezza del sistema dei partiti (ormai questo è un fenomeno globale della rappresentanza), riuscendo a consolidare il proprio potere con il rafforzamento di quello esecutivo ma indebolendo fraudolentemente quello giudiziario. La neutralizzazione del sistema di checks and balances, consente di varare riforme che contrastano in modo significativo con i valori fondativi e l’identità costituzionale europea richiamati all’art. 2 del TUE.  Si tratta infatti di modifiche sostanziali rispetto ai precedenti sistemi costituzionali, che implicano un deficit importante della Rule of Law: forti limitazioni dell’indipendenza e dei diritti dei giudici, della privacy, libertà di espressione, di associazione, religiosa e accademica, dei diritti delle minoranze e dei migranti, diritti economici e sociali, allentamento dei controlli anti-corruzione e sui conflitti di interessi.

In particolare la violazione del principio della separazione dei poteri e l’ingerenza del Governo verso la Corte Costituzionale per sostituire i giudici considerati oppositori della sua politica, sono fra i casi oggetto delle violazioni ai Trattati, ai principi e valori europei: in particolare si ricordano la violazione del principio cardine dell’indipendenza dei giudici, l’abbassamento dell’età pensionabile, la discrezionalità del Presidente della Repubblica nella loro valutazione e la rimozione di András Baka (ex Giudice della Corte Europea dei Diritti Dell’Uomo) dalla Presidenza della Corte Suprema Ungherese Kúria (ritorno al nome storico della corte) all’indomani delle sue critiche verso la riforma giudiziaria compresa nel Nullification Bill del 2011 (che prevede l’abbassamento dell’età pensionabile dei giudici a 62 anni) che poi verrà confermata ed integrata nella nuova Costituzione, la Fundamental Law entrata in vigore nel 2012. Queste “involuzioni” costituzionali sono state oggetto di lunghe escalation di avvertimenti e avvio di procedimenti da parte delle Istituzioni Europee, cui hanno fatto seguito soltanto delle “cosmetic changes”, ovvero piccoli cambiamenti per cercare di mostrare aderenza alle direttive ma che alla fine hanno mantenuto lo status quo. La Commissione ed il  Parlamento Europeo, soltanto nel 2018, ricorrono “infine” alle misure straordinarie previste dall’art. 7  del TUE ( CLICCA QUI ) che porta l’Ungheria, insieme alla Polonia, per gli stessi motivi, alla sentenza di condanna definitiva emessa dalla Corte di Giustizia Europea. Al momento si attende ancora di conoscere dal Parlamento Europeo quali saranno le decisioni in merito alle sanzioni (CLICCA QUI ). Ma questo accadeva prima del 30 marzo. Ora la situazione si fa più complessa.

Ora si è materializzato all’improvviso il regno dell’irrazionale e dell’imprevedibile, il cigno nero teorizzato da Taleb nel 2007, psicologo ed ex trader, che economisti e teorici dell’alta finanza si aspettavano dovesse arrivare da un momento all’altro da contesti finanziari e speculativi come quelli dei mutui subprime statunitensi che diedero il via alla grande crisi economica del nuovo secolo. Ed invece il cigno nero, simbolo noir dell’inconcepibile ed inimmaginabile qual è, si è materializzato nel giro di pochi giorni nella fattispecie di un nemico invisibile all’occhio umano ma che può uccidere in poche ore, un virus sconosciuto che ha messo a ferro e fuoco i rapporti umani, il sistema sociale, democratico, economico, europeo e mondiale in poche settimane.

E chi conosce bene Orbán, come la Prof.ssa Lane Scheppele, sa che per lui l’occasione è da cogliere al volo. E lo ha fatto.

La legge d’emergenza sul COVID-19 di Orbàn, infatti, non fa nulla per rafforzare il sistema sanitario ungherese, come invece dovrebbe.

Perché, secondo gli ultimi scampoli di stampa indipendente rimasta in Ungheria, il tasso di mortalità da Coronavirus (dati del 23 marzo, quando l’Ungheria aveva solo 167 casi segnalati) era al 4,19% dei casi rilevati, superiore a qualsiasi altra area. Cosa accadrà quando i contagiati saliranno a migliaia e decine di migliaia? Il Vice Capo Delegazione dell’Ambasciata Inglese in Ungheria si è spento il 19 marzo, a soli 37 anni, in un ospedale a Budapest. E’ notoria e di lunga data la situazione di grave sottofinanziamento in cui versano gli ospedali ungheresi e Orbán può soltanto prendere atto di come il sistema sanitario ungherese stia già fallendo anche sotto le minime pressioni.

L’aver potuto contare su poteri straordinari ma efficienti, limitati nel tempo, ai fini di organizzare task forces scientifiche e sanitarie, poter stanziare fondi straordinari a favore dei fatiscenti ospedali, del personale sanitario, nella fabbricazione di strumenti di contenimento e protezione sanitaria, avrebbe significato per l’Ungheria avere sì un governo meno democratico poiché in assetto di emergenza, ma almeno, obtorto collo, soggetto a quei contropoteri che, in una democrazia costituzionale sono in grado di essere annullati o resi incostituzionali una volta terminata l’emergenza, come ci si augura per tutti gli stati democratici che si trovano nelle stesse drammatiche situazioni. Ma non per Orbán. Lui ha deciso invece di promulgare poteri inutilmente ampli, incostituzionali, antieconomici ed insostenibili per fini che non coincidono direttamente con la fase di contenimento epidemico e assistenza sanitaria emergenziale.

A Victor Orbán, in quanto politico lungimirante e realista, questi poteri illimitati serviranno soprattutto nel post-epidemia per mantenere il potere quando lo stato di emergenza sarà rientrato, le preferenze elettorali saranno cambiate, la popolazione angustiata e logorata sarà contro di lui per le scelte fatte (e non fatte) e lui non ama rischiare.

Se si prende infatti come metro di analisi quello del realismo politico, dal pensiero di Tucidide a quello di Macchiavelli fino a Carl Schmitt (solo per citare alcuni grandi realisti politici) e si guarda alla centralità della natura umana come premessa antropologica invariante (Palano, 2018), in una analisi del rapporto fra potere, Rule of Law e dimensione politica europea, il cammino fin qui percorso da Victor Orbán diviene, oltre che più chiaro, al limite del razionale.

E infatti, nonostante non avesse neanche i numeri in Parlamento per farlo, il 24 marzo Orbàn ha presentato, con procedura d’urgenza, la legge per avere i pieni poteri “dittatoriali” stante la necessità di dover legiferare urgentemente, in quanto il Paese è in stato di epidemia pandemica. L’opposizione, in quella seduta, ha bocciato la legge, fino alla sua successiva ripresentazione, il 30 marzo scorso, nella quale Orbán è riuscito a ottenere i 2/3 dei voti necessari.

Naturalmente, la legge contiene almeno due “inquietanti” rilievi di carattere incostituzionale:

  • La legge contro la libertà di stampa e di espressione, che punisce con il carcere fino a 5 anni chi diffonde fake news che possano interferire e/o non siano in linea con le informazioni e le azioni del governo. Inoltre, se una persona dovesse morire a causa di questi reati, il carcere è esteso fino a 8 anni.

In realtà si tratta soltanto di un’escalation nella lotta di Orbán contro la libertà di stampa e di espressione, che già da tempo ha imbavagliato i suoi oppositori politici, mentre sta cercando di annientare l’ultimo lembo si stampa indipendente. Tutti i media sono comunque già sotto il controllo dello Stato.

  • Il secondo rilievo riguarda chi viola l’ordine di coprifuoco, e quindi chi sarà trovato dall’esercito a girare per le strade. Si tratta, in ordine, di calpestare i diritti fondamentali e stanziamenti straordinari a favore dell’esercito (nella settimana del 16 marzo sono state richieste scorte extra di armi e munizioni per l’esercito a 84 fabbriche strategiche, che stanno lavorando a ciclo continuo). Naturalmente agli osservatori internazionali (e non solo), vista la storia di questo Paese dell’area ex comunista, tutto questo appare come un segnale a dir poco allarmante.

Il fatto è che tutte queste violazioni della Rule of Law, non appena finirà lo stato di emergenza, non saranno annullate, in quanto la Legge sull’Emergenza da Coronavirus è stata strutturata come legge cardinale, “Cardinal law”, tipologia normativa creata ad hoc con la Fundamental Law del 2012, che ha effetto sulle successive disposizioni costituzionali. Inoltre, come già detto, dal 2013 la Corte costituzionale ungherese Kuria è sotto il giogo dell’esecutivo di Orbán e pertanto opera in uno spazio di totale assenza di separazione dei poteri.

Pertanto, in base ai poteri conferiti da questa speciale legge di emergenza, ogni potere finora in essere in Ungheria può essere sospeso, in qualsiasi momento, solo e soltanto da Vicktor Orbán, che ha pertanto pieno mandato di governo dell’Ungheria.

Ed il Parlamento? Nel frattempo il Parlamento non si incontrerà più, mentre Orbán dovrà soltanto informare il Presidente del Parlamento ed i leader dei Gruppi Parlamentari su quello che sta facendo (non certo per averne l’autorizzazione).

Sempre la Professoressa Lane Scheppele propone qualche scenario, data la sua esperienza.

Sicuramente Orbán non terrà più nessuna elezione, referendum o consultazione politica finchè durerà l’emergenza. Che per Orbán potrebbe non avere una data di scadenza… a meno che l’Europa non si risvegli dal suo torpore, mentre gli amici sovranisti europei guardano con un misto di ammirazione e tentazione all’esempio ungherese.

Silvia Andreuzza