Grazie ad una strana, combinazione astrale o forse per effetto di patto tacito “d’ignoranza” generalizzata, una ventina di quotidiani nazionali non si occupa mai di alcuno dei distinti istituti giuridici, disciplinati a tutela dei minori: l’ultimo in ordine cronologico risale al 24 gennaio scorso, pubblicato su “Avvenire” dal titolo “L’Italia adesso non adotta più”.

Tale amara constatazione risulta sfogliando, con insoddisfatta speranza, la rassegna stampa quotidiana anche per ragioni istituzionali (abitudine ultra-trentennale), sì che mi induce ad approfondire taluni profili più critici o di bieca “burocrazia”, aggiornando i nostri lettori e prefigurando delle ipotesi di massima che possano dare un contributo in chiava riformatrice.

In un dossier edito, altresì, dal settimanale Panorama (6 febbraio ’19), “il commercio delle adozioni”, venivano messi in bella (?) evidenza i seguenti, aspetti negativi delle adozioni internazionali:

a) i costi proibitivi, b) le attese infinite, c) onlus fuori controllo, d) pagamenti opachi.

Va detto subito che la situazione fotografata allora non appare gran che diversa, da quanto attestato dal Report CAI a tutto il 2019. Il dettagliato articolo della redazione si soffermava sui costi a carico delle coppie di cittadini richiedenti, essendo aumentati in misura esponenziale negli ultimi dieci anni, secondo le dichiarazioni rilasciate dalla componente della Commissione adozioni internazionali, Monya Ferritti: da un minimo di 15.000 euro a 25.000 per Paesi come la Cina, Russia o Kazakistan, addirittura fino a quasi 40.000. Ciò in quanto l’ente autorizzato propone la sottoscrizione di un contratto (di mezzo e non di scopo, si badi) sulla base del quale: l’ente s’impegna a trovare un minore straniero, senza garantirne l’esito finale; la coppia è tenuta a sostenere le spese per la gestione amministrativa della pratica, il corso di formazione (interminabile), colloqui vari con esperti dei Servizi sociali del comune, tasse, parcelle legali, mediatori e traduttori locali; oltre ai costi del (o dei) viaggi(o) all’estero per poter conoscere e relazionarsi con il bambino adottando.

Quanto ai tempi di trattazione dell’iter procedimentale – di norma regolamentati in un tempo massimo e minimo, per ogni tipologia di procedimento “ex lege” 241/90 e successive integrazioni e modificazioni – sulla scorta di quanto riportato ufficialmente nel Report CAI del 2019, ultimamente pubblicato sul portale istituzionale, sono mediamente i seguenti:

– per ottenere il decreto di idoneità dal Tribunale dei minori competente, n. 11 mesi;

– per il conferimento dell’incarico all’ente, n. 8 mesi circa;

– per l’autorizzazione all’ingresso nel Paese straniero, n. 27 mesi; per un totale di quasi quattro anni e mezzo!

In merito al sistema dei controlli, solitamente molto severi, sull’attività svolta dalle associazioni ONLUS, di cui “Panorama” denunziava una certa “latitanza”, si ricordava l’impegno assunto politicamente dall’on. Renzi in sede di campagna elettorale: “Più controlli sugli enti autorizzati anche da parte della magistratura, comprese le verifiche sui costi sostenuti in modo da ridurre gli attuali e pesanti oneri economici.”, arrivando persino a dichiarare che “una coppia… deve pagare tangenti a realtà internazionali”! Forse, ci saremmo accontentati – e ci basterebbero – di controlli ordinari sul procedimento, sia sotto il profilo amministrativo che contabile con l’obiettivo di ottenere quella trasparenza tanto invocata e talvolta rimasta scritta soltanto su decreti e regolamenti ministeriali.

E siamo al punto 4, relativo ai “pagamenti opachi”, argomento evidentemente connesso a quello precedente e nondimeno alla manata erogazione di contributi per le famiglie indigenti, già da parecchi anni. In tal caso suol dirsi…uno Stato forte con i deboli e debole con i forti. Nel merito mi astengo “pro bono pacis” o meglio per amor di Patria, avendo piena fiducia nell’operato della magistratura italiana, non che della Corte dei Conti per eventuali “notitiae criminis” con risvolti di natura contabile.

Se l’interesse per questo settore da parte del mondo dell’informazione e della classe dirigente è visibilmente scarso, si può affermare che è scarsissimo o nullo per l’affidamento e per la tutela dei minori stranieri “non accompagnati”. L’ultimo articolo, apparso su “Il fatto quotidiano” del 7/1/’19 < circa un anno e mezzo fa > “Servizi sociali e giudici, così i minori diventano figli dello Stato. E a farne le spese sono i genitori”. L’approccio errato scaturisce dal fatto che la materia è disciplinata da una legge del 1934, in pieno regime fascista, quindi in condizioni socio-economiche, chiaramente ben diverse da quelle attuali e quindi comportando un esame, uno studio e giudizi della giustizia minorile, già tutt’altro che semplici, in ordine a complesse e dolorose vicende familiari e conseguenti provvedimenti cautelari che diventavano oggetto di discussione politica a tutto campo, piuttosto che tra gli addetti ai lavori, a prescindere dalla ricerca obiettiva del perseguimento della tutela del soggetto giuridico più vulnerabile, il minore, titolare di diritti certi e determinati, alla salute, all’istruzione e al benessere.

La scarsa influenza, tanto politica quanto mediatica, esercitata dalla problematica “de qua” si può desumere razionalmente dall’elemento oggettivo che vede una frangia sparuta di cittadini (“prima gli italiani”…) che non vantano un diritto formalmente disciplinato e garantito, bensì hanno una semplice, legittima aspettativa, cui corrispondono una serie di oneri e tasse che non costituiscono alcun presupposto, giuridicamente necessario e sufficiente al perfezionamento del “contratto” con l’ente e perciò stesso del proprio diritto “in pectore”, che peraltro si manifesta in un’azione umanitaria di primaria rilevanza (rif. art. 10 Cost.). ​

L’attuale gestione  della Commissione Adozioni Internazionali –  fallimentare, per sostanziale ammissione della medesima nel Report su menzionato – che decade  nel corrente  mese, ha reso noto la propria attività istituzionale, i cui risultati sono così sintetizzabili:

a) calo degli Accordi bilaterali con i Paesi di provenienza dei minori adottandi;

b) tempi procedurali e difficoltà burocratiche che hanno portato ad una lunghezza media di oltre quattro anni per il completamento dell'”iter”;

c) i minori ufficialmente adottati in Italia sono diminuiti verticalmente, cioè del 60% negli ultimi otto anni;

d) l’albo degli enti autorizzati a livello nazionale è fermo a soli n. 54.

Va detto, altresì, che il portale istituzionale CAI non viene mai puntualmente aggiornato, è poco trasparente nel fornire dati e notizie d’interesse; mentre la composizione della commissione è rimasta incompleta per l’intero triennio in via di conclusione.

Dagli ultimi dati statistici,  relativi al Report per l’anno 2019, si evince che il fenomeno delle adozioni internazionali ha assunto, ormai, dimensioni del tutto marginali e irrilevanti.

Si conferma nettamente il “trend” di decrescita con un numero minimo, storico di 969 unità, la qual cosa significa quasi in 50 per cento in meno rispetto ai dati dell’anno 2015. Così come restano assolutamente lunghissimi i tempi procedimentali di trattazione dalla data di presentazione della domanda al decreto di idoneità fino all’autorizzazione all’ingresso.

D’altro canto non si registra alcuna iniziativa degna di menzione nel campo della comunicazione istituzionale e dell’informazione alla collettività, nonostante la C.A.I. si avvalga della collaborazione “istituzionale” in convenzione con l’Istituto degli Innocenti, Firenze; nè si evidenzia dal Report 2019 il raggiungimento di qualche risultato positivo nell’apertura di “nuove frontiere”, ovvero un concreto rafforzamento degli accordi bilaterali con i Paesi d’origine “forti” sotto il profilo quantitativo ai fini dell’adozione internazionale.

Tutto ciò premesso, si rende necessario pensare ad un cambio di passo, ad una “governance” della materia che possa essere oggetto di un indirizzo politico-istituzionale innovativo e trasparente, volto alla semplificazione amministrativa e alla velocizzazione del procedimento, venendo incontro alle legittime istanze delle coppie di cittadini richiedenti.

Questo cambiamento significherà una riforma dell’istituto dell’Adozione in grado di restituire alla medesima dignità adeguata e notevole valenza giuridica, non che quella funzione più idonea a tutelare l’interesse “superiore” dei minori stranieri, bisognosi di ri-trovare una Famiglia e nel contempo rappresentare e difendere i legittimi interessi/diritti degli italiani richiedenti l’adozione.

In ultima analisi, si può affermare che la riorganizzazione dell’attività istituzionale ed amministrativa della CAI ed il conseguente rilancio, nell’ambito delle funzioni proprie dell’attività di Governo del Paese, potrebbe  costituire un fattore rigenerativo nell’era post-emergenziale, da valutare come ottimo presupposto e volano per ri-affermare la centralità e l’importanza vitale della Famiglia e della tutela dei Minori, senza distinzioni di nazionalità, di razza o di religione, contribuendo così a combattere l’ormai annoso e preoccupante fenomeno della denatalità nel nostro Paese.

Pertanto, in sede imminente ricomposizione della Commissione Adozioni internazionali si pone il problema di dotare questo organismo di competenze adeguate ad una gestione amministrativa più snella e dinamica anche nei rapporti con il mondo delle ONLUS e con un migliore approccio alla comunicazione istituzionale per un  campo d’interesse statale e delle famiglie che dia finalmente ampia prova di competenza, versatilità e capacità di modernizzazione, non che più efficiente immagine, nel suo complesso, dell’apparato di Governo.

Michele Marino