La natura profondamente europea della società e della storia dell’Italia costituisce da sempre uno dei pochi punti certi della realtà politica del nostro paese, così come è anche l’enorme debito che la cultura dell’Europa, nella misura in cui esiste come elemento condiviso, deve al nostro paese. E non può quindi sorprendere la popolarità di cui ha sempre goduto, in Italia, il progetto di integrazione, che notoriamente ci ha a lungo visto al primo posto, per europeismo, tra i paesi della UE.

Eppure, come paese dell’Europa mediterranea, l’Italia – nei 150 anni della sua storia come Stato nazionale – ha di frequente espresso attraverso la sua classe dirigente una visione più ambigua della propria politica estera, e addirittura del proprio destino. Soprattutto, ha avuto comportamenti politico-diplomatici e militari in cui l’accento ha battuto alternativamente sull’uno o sull’altro degli elementi caratterizzanti la propria collocazione geografica: l’elemento europeo e quello mediterraneo.

Non si tratta – chiariamolo subito – di uno dei tanti caratteri negativi che gli Italiani amano attribuire a loro stessi. Altri paesi hanno anch’essi di tali ambiguità. In primo luogo l’Inghilterra che, dopo 12 (dodici) anni dedicati a creare e a tentare di far funzionare l’EFTA, l’European Free Trade Association, volta ad ostacolare la nascita della CEE, ce ne ha messo altri 47 (quarantasette) a decidere quale debba essere il proprio destino e il proprio ruolo dopo la perdita dell’Impero. Incerta se questi fossero in Europa da eguale tra i membri “più eguali degli altri”, oppure da partner di minoranza in un sodalizio con gli Stati Uniti, o ancora quello di diventare – sciolta forse addirittura dal vincolo con la Scozia – una sorta di grande Singapore dotata di armi nucleari.

C’è poi la Russia,  dove il dibattito sull’appartenenza o meno a una peculiare umanità euro-asiatica è più che mai aperto, ora che la Cina sembra avvicinarsi a superare economicamente l’America. E al tempo stesso rischia di essere oggetto – nonostante la sconfitta di Trump – di una feroce diabolizzazione da parte degli Stati Uniti, e di diventare il nuovo “Impero del Male”, con tutto il fascino che ciò le darebbe presso i popoli che non pongono la società global-apatride come loro modello ideale.

E come non riscontare questa ambiguità anche tra i poli di lingua tedesca, frammentati tra Cattolici e Protestanti, e presso i quali sembra oggi riaffiorare (non solo testimoniata, ma anche resa più semplice dalla Brexit) l’eterna tentazione di germanizzare l’Europa anziché europeizzare la Germania. Un demone, questo, obiettivamente favorito da una riunificazione delle due vittime della spartizione postbellica che è stata alla fine ottenuta proprio nel momento in cui stava per compiersi  la grande e spontanea tragedia geopolitica della frammentazione dell’Urss, e mentre tendenze centrifughe apparivano in Cecoslovacchia, Catalogna, Belgio, Scozia e persino in Veneto, Emilia-Romagna, e in parte della Lombardia. Una coincidenza storica su cui si è innestata, agli inizi degli anni Novanta, la deliberata e ricattatoria politica del prussiano Genscher, che ha concretamente dato il via alla frammentazione e alla spaventosa guerra civile della Iugoslavia.

Nel caso dell’Italia, invece, dal Risorgimento in poi, l’aspirazione è stata sempre quella di essere una Nazione europea come le altre:  anzi, politicamente più europea delle altre, sotto il profilo civile e culturale, come il paese che aveva donato all’Europa non solo Mazzini e Garibaldi, ma anche Niccolò Machiavelli,  Lorenzo il Magnifico e Cesare Beccarla.  Ancora prima della sua costituzione, infatti, il Regno d’Italia già ambiva ad essere riconosciuto come parte del “Concerto” europeo, che ha dominato e regolato la vita internazionale fino alla Prima guerra mondiale.

Ma la geografia del nostro paese si presta a molte ambiguità. Se la collocazione di Ragusa, sullo stesso parallelo di Tunisi, ne sancisce la natura mediterranea, la posizione di Roma, sullo stesso meridiano di Berlino, e quella di Bari, sullo stesso meridiano di Cracovia, fanno pensare all’Italia come facente parte dell’Europa centro-orientale. E questa ambiguità tornava sempre a galla.

Una vanagloriosa diplomazia “presenzialista”, sarcasticamente definita come “la politica del sedere”, in quanto volta a conquistare più che una vera parità di status con le potenze “storiche” del Concerto Europeo, Inghilterra, Francia, Austria e Russia, almeno ad ottenere uno strapuntino al tavolo dei Grandi, ci portava ad imitare i comportamenti degli altri partners. Ma mentre questi si scannavano per strapparsi pezzi d’Europa pieni di carbone, di ferro e di acciaierie, la collocazione geografica del nostro paese faceva sì che – militarmente – ciò si traducesse, per l’Italia, sempre in operazioni sullo scacchiere mediterraneo. Cosicché, paradossalmente, l’aspirazione alla parità con le potenze del Nord, ci portava sempre ad impegolarci militarmente verso Sud. Dapprima, nella Guerra di Crimea, per “essere accettati” al tavolo delle potenze europee, poi in in Eritrea, Somalia e in Libia, per essere contati tra le potenze coloniali. Infine nei Balcani, per non essere da meno della Germania nella sua ricerca ad Est dello “spazio vitale”.

Il risultato è che, se oggi guardiamo alla storia dei rapporti tra l’Italia e i suoi vicini, il quadro che ci circonda appare per lo meno sconcertante. Abbiamo, prima o poi, fatto la guerra a tutti, senza che nessuno mai ci attaccasse. Un retaggio storico assai poco favorevole per essere visti con simpatia e perché un’iniziativa a favore di una collaborazione ed integrazione mediterranea venga – se proposta dall’Italia – accolta con favore.

Il giro, armato, del Mediterraneo

Cominciando dal nostro fronte orientale, va subito sottolineato come, nei confronti degli Slavi del Sud (gli yug-slavi), cui avevamo fornito – con il Risorgimento – il modello di unità che li ha a lungo tentati ed ispirati, abbiamo manifestato, subito dopo la realizzazione dell’Unità d’Italia, chiare tendenze egemoniche. Abbiamo favorito la loro frammentazione e abbiamo tentato di spingere ad Est il nostro confine fino ad annetterci – durante la II Guerra Mondiale – persino una “Provincia di Lubiana”. Nonché a creare – sotto un Re di casa Savoia-Aosta – un regno di Croazia dove spadroneggiavano le squadracce filonaziste degli Ustascia. Gli Jugoslavi non ce lo perdonarono, come si vide qualche anni dopo, quando gli Italiani che non furono massacrati nelle foibe dovettero scappare in massa, molti di loro fino in Australia.

Sull’Albania, la nostra “Drang nach Osten” (espansionismo verso Est, ndr) si era già in precedenza  spinta fino a fare di questa terra, all’ottanta per cento di fede islamica, un regno in “unione personale” con l’Italia, di cui era sovrano Vittorio Emanuele III. E dall’Albania siamo partiti nel tentativo di “spezzare le reni” alla Grecia. Ma i Greci – che non ci avevano fatto niente – si difesero bene e ci riempirono di mazzate, con una perdita di faccia resa ancora più bruciante dal fatto che i Tedeschi dovettero intervenire in nostro soccorso; e lo fecero con una un “blitzkrieg” attraverso i Balcani che lasciò il mondo intero sbalordito. E ben presto apparve chiaro che nostre velleità e la nostra incapacità sarebbero costate care a quell’alleato, per gli effetti negativi che ebbero sulla campagna di Russia, in termini tanto di distrazione di truppe che di perdita di tempo prezioso.

Andando più a Est, nel Mare che ci illudevamo potesse essere nuovamente “nostrum”, si trova la Turchia. E ai Turchi avevamo già fatto guerra nel 1911 per prenderci la Libia, e poi strappato dodici isole greche che con l’Italia non avevano nulla a che fare ed occupando, brevemente, persino Smirne. Contro di loro usammo anche un’arma sino ad allora mai conosciuta, l’aviazione, che venne vista come un modo sleale di fare la guerra. Per di più una bomba scagliata da uno di quegli aerei mise in un occhio di giovane ufficiale, che sarebbe poi diventato il grande Ataturk, il Padre di tutti i Turchi, una scheggia che non poté mai essere estratta e che lo torturò per tutta la vita.

Quanto alla Libia, avendola di fatto abbandonata, tranne pochi presidi costieri, negli anni immediatamente successivi, quelli della prima guerra mondiale, la riconquistammo nel periodo e con metodi fascisti, come quello – proibitissimo – dell’avvelenamento dei pozzi d’acqua nel deserto. L’odio che provocammo fu tale che, mentre tutto il mondo arabo “tifava” per l’Asse contro le potenze coloniali – i Francesi e gli Inglesi – una “Libyan Legion” combattè invece con tutte le sue poche forze dal lato degli Inglesi, contro gli Italiani e i loro alleati Tedeschi accorsi in nostra difesa. Un intervento a sostegno della nostra pretesa di essere al tempo stesso tanto potenza europea quanto potenza mediterranea che, tra morti e prigionieri, fece perdere a Berlino circa un milione di uomini.

La Germania, però, non aveva possedimenti in Africa, e non solo i suoi uomini, ma tutto il continente africano sarebbero probabilmente stati risparmiati dalla guerra e dalle sue conseguenze politiche se non fosse stato per le nostre ambizioni mediterranea. E se i Tedeschi di oggi di questo prudentemente non parlano spesso, i Libici se ne ricordarono, e – appena liberati del governo fantoccio loro imposto dagli inglesi dopo la sconfitta italiana – la fecero pagare ai nostri “proletari”, cui perfino Giovanni Pascoli aveva  inneggiato, che ci erano andati per avere un pezzo di terra da zappare.

Ci vollero quasi quarant’anni perché sbollisse l’odio dei Libici e perché Gheddafi – uomo di rara intelligenza – riuscisse a cambiare idea sul popolo italiano. Ed infatti, verso la fine del suo regno, dichiarò di preferire l’Italia agli altri possibili partener occidentali “perché il popolo italiano è l’unico che non nutre nostalgie colonialistiche”: una preferenza non ha mancato di avere un peso, a suo danno, quando Sarkoky ha assunto l’incarico di fargli la guerra e di farlo ammazzare. Gli Inglesi, invece, non ce lo perdoneranno mai, convinti come sono, e non senza titolo, che l’Italia sia responsabile, avendo portato la guerra sull’altra sponda del Mediterraneo, della destabilizzazione del loro sistema coloniale nel mondo arabo.

La necessità di rifornire via mare le nostre truppe in Libia, da cui più tardi partimmo per invadere l’Egitto e  occupare la Tunisia, ci portò a bombardare Malta – che gli Inglesi avevano staccato dal Regno di Napoli solo da poco più di un secolo – con tanta intensità da alienarci per sempre i sentimenti filo-italiani della popolazione.  Il che aggiunge l’ultima pennellata al triste quadro dei sentimenti dei popoli della sponda sud ed est di questo mare con cui dovremmo fare i conti il giorno che l’Italia volesse balordamente presentarsi come possibile portatrice – per non dire addirittura leader – di un gruppo di paesi mediterranei. Nel migliore dei casi, una fragorosa risata, se non un’aperta manifestazione di disprezzo accoglierebbe una tale ambizione. Basta vedere quanto siamo stati assenti ed impotenti nelle vicende dalla Libia post Gheddafi.

Ciò tanto più in quanto, a completare il giro delle nostre aggressioni contro i paesi del Mediterraneo, si possono ricordare anche due altre nostre imprese tanto vili quanto politicamente controproducenti, che hanno avuto per teatro la sponda europea di questo mare.

Nella penisola iberica intervenimmo militarmente nella seconda metà degli anni ’30, con la partecipazione alla Guerra Civile spagnola, ovviamente dal lato di un generale insubordinato che, a capo di truppe marocchine, si era sollevato contro la Repubblica appena nata dalla urne. A conclusione di questo completo circuito del Mediterraneo fatto di ambizioni sbagliate entrammo, infine, in guerra contro la Francia. Era il 1940 e Mussolini, dopo aver sperperato in Africa buona parte delle capacità militari del paese, si era finalmente reso conto di come fosse in  Europa continentale, e non nella contesa coloniale, che si giocava allora – come si gioca oggi – la partita per la gerarchia del potere mondiale. E come fosse in Europa che l’Italia doveva cercare di contare, e non fuori di essa.

Come ricollocarsi rispetto all’Europa ?

L’Italia, almeno così era parso sino alla fine degli anni ‘80, vorrebbe essere in tutto e per tutto Europea. Ma come abbiamo visto, ogni volta che il suo mediocre ceto di governo si pone il problema di controbilanciare la predominanza di Germania e Francia nel vecchio continente, finisce per commettere errori che la fanno ripiombare nel Mediterraneo. Un fenomeno che si è verificato anche negli anni più recenti come reazione al fatto che l’allargamento dell’Unione Europea è venuta a spostarne il centro di gravità non solo verso Est, ma anche verso Nord.

Da un punto di vista meramente geografico, era indiscutibile che ciò tendesse obiettivamente a marginalizzare l’Italia. Cosicché qualcuno a Roma pensò di recuperare centralità facendo entrare la Spagna (e il Portogallo) nella CEE. Non fu una grande idea. La Spagna che da più di dieci anni era tenuta fuori dalla porta, non appena ammessa a sedere a Bruxelles , si rivelò il nostro più formidabile concorrente non solo nell’ottenimento di finanziamenti per le zone arretrate, ma anche in termini di esportazioni, soprattutto a danno del nostro Sud.

I successivi allargamenti – tra cui uno, sotto la Presidenza di Romano Prodi, che fece entrare in un colpo solo nell’Unione otto paesi ex-comunisti e due paradisi fiscali – non sono stati granché più fruttuosi per l’Italia. Tanto più che in Europa orientale e sull’altra sponda dell’Adriatico, le vicende legate al passaggio dalla Guerra fredda al post-comunismo hanno creato una sorta di “terra di nessuno”, che chiaramente non poteva non rendere l’Italia ancora più sfavorita, in termini di attrazione degli investimenti e degli scambi, rispetto ai nuovi membri dell’Unione Europea. Non è un caso se quella fascia d’Europa che va dal Pireo a Danzica si è ora trasformata in un’area – la cosiddetta “17 + 1” – tendente ad estendersi anche al di la dei suoi stessi attuali confini, e che è in rapido quanto discreto consolidamento. Un’area che cerca in Pechino un alleato che la garantisca contro la sua storica maledizione di essere presa a tenaglia tra i Tedeschi e i Russi, un alleato che ha non uno, ma due pregi: quello di esser forte e quello di essere lontano.

E’ anche per questo che oggi, mentre non si osa sviluppare una collaborazione con la Cina i cui potenziali vantaggi sono evidenti, si viene da qualche parte riproponendo  – per riequilibrare questa nuova perifericità dell’Italia – la vecchia ricetta di cercare nuove forme di associazione tra l’Europa ed i paesi del Mediterraneo. Con ciò si spera che l’Italia possa riacquistare quel ruolo di “ponte” di cui si va cianciando, con i risultati che abbiamo visto, fin dalla seconda metà dell’800.

L’ipotesi che a tal fine viene frequentemente avanzata, anche in sedi ufficiali, è quella della creazione di un’area mediterranea di libero scambio che dovrebbe favorire un aumento dei traffici e dei commerci, e forme di sviluppo economico che risultino nel reciproco interesse dei paesi di entrambe le sponde. Ma al di là dei vecchi luoghi comuni,  la formula risente anche in parte del favore politico di cui hanno goduto per qualche anno le teorie iperliberiste, prima di provocare, come mostrano il caso Trump e la sua eredità, un vero e proprio collasso socio-politico al centro del sistema occidentale, negli Stati Uniti.

Come sempre accade con queste  ipotesi mediterranee, ancora una volta si può notare che scarsissima e superficiale attenzione è stata dedicata ad esaminare le concrete complementarità che esistono – o che si potrebbero con apposite strategie sviluppare – tra i paesi che si affacciano su questo mare. Si parte, infatti, dal presupposto che la realtà che ha caratterizzato il Mediterraneo in secoli lontanissimi, ponendo l’Italia, ed in particolare Roma, dopo le guerre puniche, al centro di un sistema economico fondato sui trasporti marittimi, possa tornare a spontaneamente a formarsi nel XXI secolo, una volta superata quella rottura tra sponda nord e sponda sud che ha a lungo accompagnato la contrapposizione anche militare tra mondo cristiano e mondo islamico.

Tra somiglianze e differenze

Per verificare se questa “ipotesi mediterranea” sia verosimile, e quali tipi di scambi essa tenderebbe a favorire, il necessario punto di partenza è costituito da qualche elementare considerazione di natura economica. Senza troppo riflettere, infatti, il bacino del Mediterraneo viene ritenuto caratterizzato da una certa diversità delle economie dei paesi che su esso si affacciano da Nord e da Sud, mentre ciascuna delle due sponde presenta al suo interno forte omogeneità.

Basta guardare, sulla sponda nord, quanto le due principali economie rivierasche, quella francese e quella italiana, risultino tra loro integrate, e come il loro interscambio presenti tutte le caratteristiche tipiche del commercio tra paesi avanzati, in particolare la caratteristica che fa sì che le esportazioni di ciascun paese verso l’altro finiscano per appartenere alle stesse categorie merceologiche. L’Italia, per esempio, esporta in Francia automobili e semilavorati d’abbigliamento, prodotti culturali e formaggi, servizi assicurativi e vini, macchinari per l’industria e capitali, esattamente come fa la Francia verso l’Italia. La divisione del lavoro non avviene cioè per grandi settori, ma per prodotti specifici nello stesso settore o, addirittura, per modelli diversi dello stesso prodotto. E se rare caratteristiche di diversificazione esistono anche tra i vari paesi che si affacciano sulla sponda nord del  Mediterraneo, visibili studiando a fondo il commercio tra Italia e Francia, ciò accade perché né la Francia né l’Italia sono paesi esclusivamente mediterranei.

Questo tipo di integrazione commerciale, tipico delle economie tecnologicamente molto avanzate e culturalmente sofisticate, è molto diverso da quello che si può avere tra paesi a diverso livello di sviluppo, com’è la quasi totalità dei paesi mediterranei. Dove gli scambi, come più che noto, sono caratterizzati dal fatto che i paesi arretrati esportano verso quelli avanzati prodotti primari, mentre quelli avanzati forniscono ai paesi in via di sviluppo soprattutto beni manifatturati e servizi.

Per di più, a differenza di quanto abbiamo vita accadere tra Italia e Francia, sulla sponda africana ed asiatica del bacino mediterraneo non si nota nessuna forma d’integrazione economica tra paesi anche confinanti. E ciò, né al momento attuale, né per quanto riguarda ogni futura potenzialità d’integrazione fondata su una complementarietà di occasioni economiche. Ci si potrebbe, infatti, chiedere che tipo di esportazioni favorirebbe mai la creazione di un libero mercato, ad esempio, tra Algeria e Libia, la cui economia è in entrambi i casi fondata sull’esportazione di risorse energetiche, o tra Tunisia e Libia, se si esclude l’emigrazione (che peraltro già avviene, fuori di ogni necessità di un’ipotetica comunità economica mediterranea) di lavoratori tunisini verso la meno popolata ma (un tempo) più ricca vicina. Così forte è la somiglianza tra le risorse e le economie dei paesi islamici della sponda sud che difficilmente una caduta delle barriere porterebbe ad un significativo aumento degli scambi reciproci, e ad una vera integrazione economica.

Basta pensare come all’interno stesso dell’Algeria non si sia mai riusciti a realizzare una vera unità economica tra le tre regioni che compongono questo paese. Un paese dove ciascuna delle tre principali aree economiche, rispettivamente gravitanti su Orano, su Algeri e su Costantina, fa capo ad un porto marittimo e su un ristretto hinterland di valli nelle montagne dell’Atlante, senza vera integrazione reciproca.

In realtà, le sole risorse esportabili di cui dispone ciascun paese del Nord Africa (il cosiddetto Maghreb, e della sponda orientale di questo mare (il cosiddetto Mackresh) sono risorse umane ed energetiche, che già oggi trovano la loro migliore utilizzazione molto più razionalmente non solo nei paesi della sponda nord del Mediterraneo, ma anche in quelli che su tale mare non si affacciano (Germania in testa)  anziché negli altri paesi della sponda sud. E infatti è quello che spontaneamente si già verifica, anche se, come dimostra l’immigrazione clandestina o illegale, creando non pochi problemi.

E va sottolineato non solo che questi flussi, legali o illegali che siano, si verificano anche nell’odierna situazione di assenza di un mercato formalmente organizzato come un’entità unica e senza barriere, ma che (come ha involontariamente dimostrato la signora Merkel nel 2015) se generalizzati, ufficializzati e formalizzati incontrerebbero ostilità ancora più forti e manifeste.

Piccole occasioni

C’è però da aggiungere che una formalizzazione della libertà degli scambi tra sponda nord e sponda sud del Mediterraneo non sarebbe per questo del tutto inutile. Essa potrebbe verosimilmente portare ad un fenomeno – favorito dalla demonizzazione in atto contro la Cina e dal suo impatto su alcune “catene produttive” tecnologicamente meno complesse – di decentramenti produttivi di industrie leggere, ad alta intensità di lavoro ed a basso valore aggiunto, dai paesi europei a quelli del Nord Africa.

Ciò in qualche misura già avviene, ad esempio, nei confronti della Tunisia. E potrebbe essere intensificato in un quadro istituzionale in cui venisse garantita l’applicazione di regole e legislazioni uniformi nell’intera area. In una prospettiva più lunga e più audace è anche ipotizzabile che certe attività di servizio che sono destinate (o almeno, lo sembravano prima dell’esplosione del Covid-19) a svilupparsi potentemente nei paesi della sponda nord,  e che richiedono sostanziosi quantitativi di forza lavoro con specializzazioni non eccessivamente tecnologiche – ad esempio, l’assistenza agli anziani – potrebbero trovare una sede razionale, sia dal punto di vista dei costi che dell’ambiente naturale, sulla sponda sud.  Va ricordato a questo proposito che un Ministro italiano della Sanità, Carlo Donat Cattin, negoziò parecchi anni fa un accordo con la Tunisia per la fornitura di 1500 infermieri il mese.

L’idea è che in Tunisia ed in Marocco si possa investire in case di riposo per anziani, che grazie alla più ampia disponibilità di manodopera potrebbero garantire ai pensionati europei un’assistenza almeno più intensa se non di migliore qualità di quella ottenibile in patria, con personale che dovrebbe comunque essere principalmente composto da immigrati. Si tratta di un’idea ancora estranea alla mentalità europea, ma che merita di essere esplorata. Questa delocalizzazione dell’assistenza agli anziani, per non diventare una sorta di esilio, richiederebbe infatti lo sviluppo nelle immediate prossimità delle case di riposo, di centri di vacanza più sofisticati, in modo da garantire occasioni di rapporto con le famiglie.

A meno che non si confermi il timore che il mondo sia entrato, con l’esplosione del Covid-19, in un’era di pestilenze e di disgrazie di tipo biblico, non si tratterebbe di un programma fantascientifico o irrealizzabile. Non sarebbe nient’altro che una replica a distanza ravvicinata e con minori differenze ambientali, di quanto accade in alcune zone costiere dell’Australia con i pensionati Giapponesi.

Ciò costituisce un esempio del fatto che, con una certa inventiva, occasioni di complementarità tra le due sponde possono effettivamente essere trovate – a condizione, naturalmente, che l’area mediterranea di libero scambio implichi anche la creazione di un’autorità euro-mediterranea che controlli la sicurezza delle persone, quella degli investimenti e la qualità dei servizi delocalizzati.

Un altro esempio, di particolare interesse per l’Italia, è quello dell’integrazione delle produzioni agroalimentari tipiche. E’ evidente, ad esempio, che in un quadro di integrazione sarebbe possibile, da parte di aziende italiane specializzate in prodotti di qualità legati alla cosiddetta “dieta mediterranea”, controllare la qualità di certi prodotti diffusi in tutta l’area – ad esempio l’olio di oliva – curarne la raffinazione e la commercializzazione sotto il proprio marchio, a condizioni economiche assai più vantaggiose per tutti, produttori primari e raffinatori, paesi della sponda nord e paesi della sponda sud. Questa ipotesi è evidentemente legata ad una condizione che è molto difficile si verifichi: una attenuazione del ritmo del riscaldamento ambientale. Condizione che però mette in luce come il vero campo in cui una cooperazione tra paesi mediterranei potrebbe essere proficua sia quello della lotta al degrado ambientale.

Si tratta naturalmente solo di qualche esempio. E agli imprenditori – specie a quelli italiani – non manca certo la fantasia per moltiplicarli. Ma non bisogna credere che si possa in questo modo rivoluzionare completamente le economie dei paesi mediterranei. Si tratta, infatti, di possibilità di integrazione che agiscono ancora una volta in direzione sud-nord, e mai in direzione sud-sud, e che mettono quindi i paesi del nord Africa in concorrenza tra loro; e comunque di iniziative che non potranno mai essere quantitativamente comparabili alla complementarietà economica sino ad oggi determinata dai flussi di energia e dai flussi di manodopera.

I flussi di energia sono peraltro già oggi organizzati in maniera fortemente strutturata con il gasdotto Enrico Mattei tra Algeria, Tunisia ed Italia, con quello tra Libia ed Italia, con quello previsto tra Algeria e Spagna (senza passare per il Marocco) e tra Algeria, Sardegna, Corsica, Francia ed Italia. Altri progetti sono in fase di attuazione, ma non si vede come la creazione di un’area di libero scambio possa rendere più intensi questi rapporti, che già implicano contratti pluridecennali molto vincolanti. Comunque, da qualche anno, il mercato dei prodotti energetici è sottoposto a sconvolgimenti assai gravi, che rendono ancora più difficili che non in passato l’elaborazione realistica di progetti a lungo termine.

Il progetto di un’area di libero scambio che rendesse più facili gli spostamenti di forza lavoro tra Nord Africa ed Europa meridionale si scontrerebbe naturalmente – e val la pena di ripeterlo – con il drammatico problema politico nato dal fatto che i flussi migratori verso l’Europa hanno ormai perduto la natura di spostamenti di lavoratori alla ricerca di occupazione, per assumere quella di spostamenti di massa a fini di ripopolamento di paesi a demografia declinante.

La libera circolazione delle persone tra i paesi del Mediterraneo dovrebbe ovviamente interessare tutti i paesi europei, e non solo i paesi dell’Europa mediterranea, e men che mai la sola Italia. Né bisogna dimenticare che esistono limiti politico-culturali (per usare un eufemismo) alla quantità di arabo-islamici che le società europee sono in grado di assorbire senza che si verifichino dirompenti fenomeni di rigetto, che già oggi così aspramente si manifestano in taluni paesi. Ciò è particolarmente evidente non solo in Germania, dove l’audacia politica della Cancelliera Merkel si è spenta sulla stolida non comprensione da parte dei suoi stessi elettori, pur trattandosi di un’operazione che aveva comunque carattere di unicità e non avrebbe in nessun modo potuto essere assunta a modello di una politica generalizzata di accoglienza.

Il caso estremo, sotto questo profilo, è quello della  Francia dove si è ormai creata una situazione addirittura esplosiva, anche perché si tratta di una società in cui l’immigrazione è sempre massicciamente stata di origine nordafricana, il che ha creato nel cuore della nazione francese una comunità formata da immigrati con la stessa origine etnica, che parla la stessa lingua e che pratica la stessa religione; una comunità cioè che ha le principali caratteristiche per essere considerata essa stessa come una “Nazione”. Una situazione, quella della Francia, che distingue abbastanza nettamente il suo caso da quello dell’Italia, dove l’immigrazione è sufficientemente diversificata da accrescere ulteriormente la già notevole capacità di assimilazione della nostra società.

Questa diversità, accresciute dalla differenza abissale del ruolo e dell’efficacia dello Stato tra l’Italia e gli altri paesi UE spiega l’attuale crisi del trattato di Schengen, il cui limite esterno – nei fatti se non ancora sulla carta – passa ormai non più nel Mediterraneo, ma per Ventimiglia e per il Brennero. E rimane anche assai utile sottolineare che la capacità italiana di integrazione ed assimilazione non va comunque sopravvalutata. Essa sarebbe messa a dura prova se l’immigrazione – come accadrebbe nel caso in cui il Mediterraneo diventasse una vera area di libero scambio – si facesse ancora più intensa e tutta di origine africana.

C’è infine da tenere presente che, come diceva un famoso meridionalista del XIX secolo, e contrariamente a quanto si potrebbe dedurre osservando una carta della UE, “sono gli Appenini e non le Alpi che dividono l’Italia dall’Europa”. Infatti, sia geograficamente, che storicamente, economicamente, e persino climaticamente, tutta la valle del Po fa innegabilmente parte della landmass dell’Europa continentale e, più specificamente, dell’Europa centrale. Ciò fa sì che l’Italia abbia una sua dimensione caratteristicamente europea, anche come tipo di sviluppo economico, che non può assolutamente essere messa in secondo piano  per lasciar spazio ad ambizioni mediterranee. Dimensione europea che è poi quella cui si può far risalire la profonda integrazione non solo con la Francia, ma anche con la Germania e persino alcuni paesi della zona danubiana, come l’Ungheria e la Romania. Un’integrazione, questa che – già prima del manifestarsi della pandemia dovuta al Covid-19 – appariva destinata, in virtù di una profonda evoluzione in atto tra la fascia alpina e il Mar del Nord –a crescere assai rapidamente negli anni più prossimi, come già visibile dall’evoluzione del porto di Trieste.

Per quel che riguarda le politiche tendenti a combattere la marginalizzazione dell’Italia nel nuovo quadro europeo, non è insomma a Sud, ma soprattutto a Nord che l’Italia deve guardare. Non accentuando e sottolineando il proprio carattere mediterraneo, ma facendosi più aggressivamente e coscientemente Europea.

Giuseppe Sacco