I “talk show”, come tutti sanno, sono tra i programmi televisivi la cui produzione è meno costosa. Anzi, essi potrebbero addirittura portare alle catene TV qualche utile aggiuntivo a quelli pubblicitari, dato che i personaggi invitati – come abbiamo potuto constatare già durante i due anni della pandemia, e ed ancor più dopo il 24 febbraio scorso – sono in maggioranza dei perfetti incompetenti sulle materie che vengono discusse. E che quindi  non solo raramente meritano un compenso, ma sarebbero probabilmente disposti perfino a pagare pur di essere presenti sul piccolo schermo.

E’, questa, una presenza  che ha  portato il dibattito ad un livello veramente mediocre, ed ha reso pressoché impossibile anche a quegli ospiti dei talk shows che, sulle grandi questioni geopolitiche  avevano qualcosa da dire all’opinione pubblica, come Lucio Caracciolo o Massimo Cacciari, e pochi altri, di spiegare la natura dei problemi e il senso delle vicende.

Il vero vincitore mediatico

Certo, sulla scena mediatica italiana, a causa della guerra oggi in corso sul territorio dell’Ucraina, qualcosa è indubbiamente accaduto. E tra i danni economici, le rivendicazioni e l’agitazione da  questa guerra provocati è anche apparso – come è stato detto – un vero vincitore: la quotidiana “maratona” dalla durata di ben tre ore condotta da Enrico Mentana insieme alla “new entry” Dario Fabbri.

E’ stato infatti grazie a questo programma, condotto senza interruzione per cento giorni, che gli Italiani hanno potuto avere un’idea obiettiva e dettagliata del conflitto in corso, della sua evoluzione militare e politica e, soprattutto, hanno potuto accede  ad un’analisi equilibrata di tutti i suoi aspetti, militari, diplomatici e politici. Analisi di cui negli ultimi dieci giorni, quando i due conduttori hanno dovuto prendere una pausa, si è chiaramente avvertita la mancanza, e che – anche per la coincidenza con importati vicende elettorali sia in Italia che in Francia – hanno finito per relegare lo scontro militare nella dimensione di una guerra pressoché dimenticata, impantanata, anche se certo non “congelata” nelle macerie del Donbas.

E’ stato perciò con molta distrazione che, durante le ultime settimane, chi non fosse completamente ozioso o disoccupato ha seguito le tristi polemiche sui cosiddetti “putinisti d’Italia”, e in primo luogo quella del docente universitario Alessandro Orsini. E i più acuti tra questi osservatori hanno ovviamente pensato che la sua improvvisa e rapida ascesa alla ubiquità e popolarità televisiva fosse dovuta, più che ai suoi meriti, ad una decisione presa nel mondo dei media. Che fossero dovute alla lodevole decisione, da parte di una comunità, quella dei mezzibusti (i quali, ormai più che equamente ripartiti tra uomini e donne, hanno riempito gli schermi in questi ultimi tempi) di mettere in chiaro un punto importante.

E cioè che – anche se in Italia tutta o quasi l’opinione, quella pubblica e ancor più quella legata alle istituzioni e alla politica, è apertamente schierata col campo anti-russo –  c’era comunque posto, sul palcoscenico delle vanità mediatiche, anche per l’opinione opposta, quella di qualche “putinista”, anche fasullo, o inventato per l’occasione. Per un’operazione insomma come quelle che gli Americani chiamano “tokenism”, del tipo – per intenderci – di quelle che portavano un operaio (assieme a 50 industriali), negli organi collegiali del partito liberale, o addirittura di un Italiano di origine africana tra gli eletti della Lega di Bossi.

Il “wipping boy”

Qualcosa però dev’essere andato storto, in questo dignitoso progetto. Orsini si è dimostrato forse un po’ più fragile di quanto non si pensasse da parte di chi  lo ha scelto per incarnare il difficile ruolo del “putiniano” di ferro. Tanto che si è tramutato, per sua disgrazia, in uno zimbello, in una specie di “wipping boy”, il ragazzo che veniva frustato  quando un intoccabile rampollo reale faceva qualcosa di sbagliato.

Diventato oggetto di tutta una serie di critiche, di ironie e di sberleffi, egli ha reagito con prese di posizione, sulla questione ucraina, che sono apparse francamente insostenibili. E tanto che l’università in cui egli ha da qualche anno detenuto un incarico di insegnamento, la Luiss, ha ritenuto di dover fare una corretta precisazione,  sottolineando che le opinioni dell’Orsini sono del tutto personali, e non sempre riflettono quelle della stragrande maggioranza dei docenti e ancora meno quella dei Professori. Precisazione cui l’Orsini ha voluto ancora una volta reagire, presentando se stesso come un simbolo del libero pensiero, ed invece l’istituzione universitaria come un luogo di illiberalità, in cui non ci sarebbe posto per posizioni critiche ed anticonformiste.

Ebbene, di fronte a questa mistificazione, una reazione appare doverosa ed inevitabile. Soprattutto da parte di chi in quella istituzione – la Luiss – ha insegnato per quasi trent’anni. E che alla Luiss è stato inizialmente chiamato da una personalità della cultura quale lo storico Rosario Romeo, che della Luiss è stato Rettore,  e che in tutta la propria vita ha con il suo esempio dimostrato che si può essere Professori in un modo assai diverso da quello che l’Orsini immagina gli si sia voluto imporre. E soprattutto che, oltre a trasmettere quel poco che si sa, si possono educare gli studenti a pensare con la propria testa, ad essere critici ed indipendenti. E insegnar loro che non ci sono limiti alla conoscenza, all’intelligenza e alla creatività di un essere umano intellettualmente libero.

Una testimonianza

Chi scrive, alla Luiss ho dedicato 29 anni della propria vita, ma ha anche insegnato in molte altre università, in Italia e all’estero. E deve ammettere che dell’esempio di Rosario Romeo non sempre ha trovato, tra i suoi colleghi, moltissime conferme. Ma qualcuna, sì. Anzi, più di qualcuna. Perché anche tra i  Professori e gli altri docenti della Luiss, esistono quelli che pensano liberamente, ed educano alla libertà. Sono pochi, ma ci sono. E l’istituzione non impedisce loro di lavorare con impegno e soddisfazione.

Certo! Nella sua vita accademica chi scrive ha visto ogni sorta di sconsolanti spettacoli. Ha conosciuto, non solo ”cattivi maestri”, che sotto l’etichetta della libertà di insegnamento operavano per la corruzione morale e politica degli studenti, e addirittura l’istigazione alla violenza e al terrorismo. Come ha conosciuto sociologi che si dicevano cristiani, e che insegnavano che la società non esiste e che solo l’egoismo cieco e gli “spiriti animali del capitalismo” possono guidare i comportamenti umani. Ha conosciuto falsi professori che erano in realtà agenti d’influenza – e talora servi sciocchi – di servizi segreti stranieri, come ha conosciuto perfetti analfabeti che si attribuivano abusivamente il titolo di “Prof.

Ha insegnato in istituzioni straniere in cui, per rafforzare l’orgoglio nazionale, e quindi il consenso politico, si diffondevano luoghi comuni calunniosi e ridicoli contro paesi formalmente amici; così come ha visto posizioni universitarie attribuite, all’estero non meno che in Italia, per meriti puramente familiari. Ha visto accogliere come fossero portatori del verbo presunti specialisti francesi di cose italiane che scrivevano che tutti mali dell’Italia venissero dal Sud, e in particolare “da Arcore, vicino Napoli”, e Professori di Relazioni Internazionali provenienti da prestigiose università inglesi che non sapevano che il Vaticano fosse uno Stato indipendente. Ed ha perfino letto un altro personaggio teorizzare che “comandare è fottere”.

Eppure, in queste stesse istituzioni non è stato mai possibile impedire di svolgere il proprio ruolo a chi avesse una diversa, più nobile e liberatrice, concezione dell’istruzione universitaria. E ciò grazie al fatto che lo Statuto del Professore Universitario, è stato sempre più o meno  applicato. Ma anche, e soprattutto, grazie alla insopprimibile freschezza di generazioni sempre rinnovantisi di studenti, sempre pronte a porre ai loro professori domande ingenue e imbarazzanti, e sempre pronte a reagire a veri stimoli intellettuali.

Egli può dunque orgogliosamente affermare  di non essersi mai sentito in quella posizione di servitù intellettuale di cui l’Orsini ha l’aria di denunciare l’esistenza; e che gli sarebbe comunque stata intollerabile per ragioni di carattere. E può testimoniare – come ritiene sia  proprio dovere – di aver, anche alla Luiss, incontrato  docenti e discenti dalla cui libertà, indipendenza e vitalità intellettuale l’istituzione, come tutto il sistema universitario, traeva, e può continuare a trarre, quotidianamente ispirazione e alimento.

Giuseppe Sacco