Ci sono momenti, nella vicenda democratica di un Paese, in cui il governo deve lasciare gli abiti della propria maggioranza parlamentare e vestire quelli del superiore interesse del popolo. E’ uno dei casi in cui – senza concedere nulla alla retorica del “nazionalismo – è lecito ed anche necessario rivolgersi alla “nazione”.
Nei momenti di una difficoltà stringente che allude ad un possibile e grave pericolo incombente, senza aspettare che prima scoppi la guerra, è giusto evocare il ventaglio di valori morali e civili che un popolo ha maturato nel decorso della sua storia e lo connotano di una sua particolarità nel più vasto concerto internazionale. E’ giusto assumere tali valori – senza farne un possesso esclusivo ed escludente per gli altri – in un impegno comune delle forze parlamentari, senza che ciò comporti confusione tra le parti.
Si tratta di “distinguere per unire”, come sosteneva Maritain, volgendosi a tutt’altro campo. Si tratta di imparare dalla classe dirigente parlamentare del primo dopoguerra, che – come ha ricordato, nel suo messaggio di fine anno, il Presidente Mattarella – il mattino si accapigliava in aula sui provvedimenti relativi al contingente momento storico, il pomeriggio si ritrovava a scrivere concordemente la Costituzione.
Giorgia Meloni l’ha capito. Le opposizioni no. Poi si potrà almanaccare su mille questioni, ma così di fatto stanno le cose. Non è escluso che l’apertura di Giorgia Meloni avesse anche il profilo tattico di provocare le opposizioni, sperando che cadessero, come è puntualmente avvenuto, nella tagliola di un rifiuto che non si spiega. E dimostra la carenza di una strategia, anzi a monte la sconfortante povertà di una cultura politica che si ammanta di pose movimentiste e massimaliste, schiacciate su un profilo di stampo “radicale”, che nulla ha a che vedere con le culture politiche popolari del nostro Paese.
E’ giusto – questo sì – invocare che non si mischi la guerra di Trump con il referendum sulla giustizia, provocando una ricorsività di un argomento sull’ altro che cade nella strumentalità della propaganda. Ma in un Paese in cui il muro invalicabile tra due schieramenti sta soffocando la partecipazione alla vita democratica ed istituzionale – a prescindere da altre considerazioni relative alla “postura” e pur temendo l’eventuale strumentalità di un inganno – se succede che, nel muro di cui sopra, compaia un’increspatura, una fessura o uno spiraglio, si ha il dovere di andare a vedere cosa c’è dall’altra parte.
Detto da chi non condivide nulla, ma nulla davvero del governo Meloni, va pur ammesso che abbiamo pure l’opposizione che ci meritiamo.
Domenico Galbiati