Con “Intrigo all’italiana. Il delitto Matteotti tra politica, affari, spie”, Giancarlo Infante – in vista del 10 giugno, lanniversario del sequestro del deputato socialista, il cui corpo senza vita venne poi ritrovato nell’agosto successivo – consegna al lettore un’opera che si muove con originalità lungo il confine tra ricostruzione storica, narrazione politica e romanzo-documento. Il risultato è un libro intenso, ambizioso e ricco di suggestioni, capace di riportare al centro dell’attenzione uno dei grandi snodi irrisolti della storia italiana: il delitto di Giacomo Matteotti e il sistema di potere che ne accompagnò la maturazione.
L’autore non si limita a ripercorrere i fatti già noti della vicenda Matteotti. Al contrario, prova ad allargare il quadro, inserendo il delitto dentro una rete più vasta di relazioni politiche, finanziarie, internazionali e persino massoniche, in cui si intrecciano petrolio, stampa, servizi segreti, lotte interne al fascismo e interessi economici stranieri. È qui che il libro acquista il suo tratto distintivo: Infante sceglie di raccontare la storia come un grande “intrigo nazionale”, dove nulla appare isolato e ogni personaggio sembra legato a un sistema più ampio di convenienze, ricatti e connivenze.
Fin dalle prime pagine emerge una scrittura fortemente cinematografica. Le scene dedicate ad Arturo Bocchini, il Capo della Polizia fascista, figura centrale del volume, hanno un ritmo narrativo quasi da sceneggiatura: dialoghi serrati, ambientazioni vivide, descrizioni dense di particolari. L’autore costruisce così una narrazione che riesce a tenere insieme documento storico e tensione letteraria. Non è un saggio accademico nel senso classico del termine, ma un’opera che cerca consapevolmente di coinvolgere il lettore anche sul piano emotivo e narrativo.
Uno degli aspetti più interessanti del libro è proprio il recupero della dimensione umana e psicologica dei protagonisti. Il fascismo che emerge da queste pagine non è soltanto un apparato ideologico o repressivo, ma anche una macchina di potere abitata da uomini ambiziosi, contraddittori, spesso cinici, impegnati in lotte interne feroci. Figure come Aldo Finzi, Amerigo Dumini, Cesare Rossi o lo stesso Bocchini vengono tratteggiate con una capacità narrativa che rende la lettura coinvolgente e mai fredda.
Ma il vero centro morale dell’opera resta Matteotti. Anche quando il deputato socialista non è fisicamente presente nella scena, la sua figura aleggia continuamente sul racconto. Egli appare come l’uomo che aveva intuito il nodo profondo tra potere politico e interessi economici, tra violenza e affari, tra propaganda e corruzione. In questo senso, il libro di Infante propone una lettura che va oltre la dimensione commemorativa: Matteotti non viene presentato soltanto come martire della libertà, ma come simbolo di una verità scomoda che il sistema voleva mettere a tacere.
Particolarmente efficace è anche l’idea di collegare il delitto Matteotti alle grandi questioni energetiche e petrolifere dell’epoca. Il tema delle concessioni petrolifere alla società petrolifera americana Sinclair, delle pressioni internazionali e delle rivalità economiche viene inserito nel racconto con equilibrio e con evidente lavoro di approfondimento. L’autore suggerisce così che dietro la crisi politica del 1924 vi fosse non soltanto la brutalità dello squadrismo, ma anche una gigantesca partita economica internazionale. Una chiave interpretativa certamente discussa dagli storici, ma che nel libro viene sviluppata con coerenza narrativa e con notevole forza evocativa.
Merita attenzione anche il tono scelto da Infante. Pur affrontando temi drammatici e oscuri, l’autore evita sia il moralismo sia la retorica ideologica. Il suo sguardo appare critico ma mai urlato. Ne emerge una riflessione più ampia sull’Italia, sulle sue zone grigie, sulla continuità di certi meccanismi di potere e sull’eterna difficoltà del Paese nel fare pienamente i conti con la propria storia. Non a caso, nella nota introduttiva, Infante scrive che “la borsa di cuoio di Matteotti è ancora aperta”, quasi a voler indicare che quelle domande non appartengono soltanto al passato ma continuano a interrogare il presente.
Naturalmente, proprio per la vastità del materiale trattato, il libro si muove talvolta su un terreno complesso, dove il confine tra ricostruzione documentata, interpretazione e suggestione narrativa può apparire sottile. Tuttavia, questo non indebolisce l’interesse dell’opera; anzi, ne rappresenta probabilmente uno degli elementi più stimolanti. Il lettore viene continuamente spinto a interrogarsi, a collegare eventi, a riflettere sulle ambiguità del potere e sulle verità incomplete della storia italiana.
In definitiva, “Intrigo all’italiana” è un libro che merita attenzione perché riesce in un obiettivo non semplice: riportare il delitto Matteotti fuori dalle sole celebrazioni ufficiali e restituirlo alla dimensione viva, inquieta e irrisolta della storia nazionale. Giancarlo Infante dimostra passione civile, sensibilità narrativa e una notevole capacità di intrecciare cronaca, politica e memoria storica.
È una lettura che può interessare non soltanto gli studiosi del fascismo o del primo Novecento italiano, ma anche chiunque voglia comprendere meglio i meccanismi profondi del potere nel nostro Paese. Perché, come suggerisce l’autore, certe storie non finiscono davvero mai: cambiano i protagonisti, mutano i linguaggi, ma gli intrecci tra politica, affari e influenza continuano spesso a ripresentarsi sotto forme nuove. Ed è proprio questa attualità sotterranea a rendere il libro particolarmente significativo.
Michele Rutigliano
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