Si dovrebbe parlare di elezioni amministrative e magari di referendum e dell’astensionismo ancora crescente.
Eppure non si può concedere che neppure i dati elettorali oscurino la guerra in Ucraina. La cosa peggiore sarebbe derubricarla, accantonarla ed assorbirla come inevitabile ed ormai scontato elemento di un panorama complessivo cui via via ci adattiamo.

L’ assuefazione gioca brutti scherzi. Appiattisce e normalizza i nostri pensieri e le emozioni e non è il caso di cascarci in ordine all’ aggressione russa. Coloro che – senza essere filo-putiniani, e sia pure sollecitati da nobili aspirazioni alla pace – tendono a sfumare o addirittura faticano a percepire la distanza abissale che corre tra aggredito ed aggressore, dovrebbero riflettere sulle dichiarazioni, intrise di odio e di livore, che il braccio destro di Putin, l’ex-presidente ed ex-premier Dmitrij Anatol’evič Medvedev, ha rilasciato la scorsa settimana. C’è chi le ha interpretate come una sorta di auto-candidatura alla successione. Parole grevi dirette a rassicurare l’apparato di potere moscovita, garantendo che lui sì è un “duro”. Al punto che, se gli toccasse, non farebbe rimpiangere Putin.

Insomma, c’è chi è in grado di raccogliere, da una generazione all’altra, il testimone di una staffetta bellica, di una offensiva culturale e politica, di portata storica, che va oltre l’attuale contingenza. Se fosse così, una tale sfuriata avrebbe, per quanto deprecabile, un senso. E questo, forse, potrebbe dar conto – pur senza giustificarla – della crudezza inusitata con cui è stata pronunciata. Ma, francamente, le parole di Medvedev, la foga sopra le righe, sembrano piuttosto una filippica rabbiosa, incontenibile e fuori controllo, una manifestazione di rancore profondo che travolge ogni argine di ragionevolezza e tracima pericolosamente su un Occidente “bastardo” da distruggere.
Pena la stessa sopravvivenza della Russia.

La congiura dei “depravati”, il complotto dei potenti, l’ assedio dell’Occidente. La struttura di un simile pensiero – ammesso sia tale – è francamente delirante. A maggior ragione sulle labbra di un esponente politico di primo piano, che ha rivestito e riveste incarichi politico-istituzionali di tale rilievo da presumere dovesse avere o abbia una facoltà di autocontrollo decisamente superiore alla media delle persone comuni. Al contrario, sfoggia, senza freni e senza ritegno, una postura paranoica, costruita attorno ad un nucleo mentale che, come ogni ossessione, ha a che vedere con idee di rovina e di morte che non ammettono mediazione, radicali ed ultimative.

Se ciò che manifesta Medvedev corrisponde al sentimento comune del gruppo di potere moscovita, non c’è da sorprendersi se le sue parole intendono essere anche una lezione d’odio impartita al popolo russo. Rievocando i fantasmi di una potenza smarrita, le sofferenze incomprimibili di un lutto non ancora elaborato che si cerca di sedare tornando, addirittura al di là della stagione sovietica, alla memoria dell’antico imperialismo.

Peraltro, Medvedev non attacca i governi occidentali, ma i popoli, l’Occidentale come tale. Nei confronti del quale viene sollevata una sorta di “questione morale” e par di capire che la “depravazione” imputata alle democrazie abbia, appunto, molto a che vedere con il loro carattere liberale. Insomma, possiamo pure credere che si tratti di pensieri lasciati correre in libera uscita a scopo di propaganda e di rassicurazione del fronte interno, ma, fino a prova contraria, l’impressione è che si cerchi di tracciare una linea di incomunicabilità. Cercando di interporre un solco invalicabile, una demarcazione netta tra due mondi che, al di là delle dispute territoriali che si vogliono risolvere letteralmente facendo piazza pulita di intere città, sarebbero destinati ad uno scontro di civiltà. Come se, passando attraverso la ricerca di una nuova rigida postura ideologica, si volesse arrivare ad uno scontro destinato a disegnare quale modello di umanità debba prevalere e guidare quella imponente trasformazione che, su più fronti, preme alle porte del nostro tempo.

Per parte nostra, non dobbiamo lasciarci attrarre in una tale orbita di pensiero che si avviterebbe pericolosamente su sé stessa e rischierebbe di avviare anche noi sull’asse inclinato di una ideologia d’altro segno. Guai se, a nostra volta, cadessimo in una qualche forma di delirio oppure immaginassimo che, come nel mitico West, la partita la vince il più svelto ad estrarre la pistola dalla fondina. Al contrario, una riflessione seria sull’architettura portante delle nostre democrazie si impone anche per noi.

Vivere in un mondo aperto e plurale, in cui culture differenti, pensieri dissimili, addirittura antitetici sono faticosamente alla ricerca di un punto di equilibrio e di una possibile, tollerante composizione, non vuol dire essere “bastardi”, cioè immemori o addirittura privi di una propria cifra originaria, di un proprio ordine di principi e di valori. Purché ci assista la consapevolezza che libertà, giustizia e democrazia sono in gioco tutti i giorni.

Domenico Galbiati