Il sistema politico condivide il tempo che tutti viviamo: quello di un radicale disorientamento aggravato dalla ‘fine della trasmissione’ educativa dei valori, unica risorsa simbolica in grado di definire identità individuali e collettive. Ma poiché quest’ultima è una forza rivoluzionaria, il suo venir meno può determinare un «vuoto di socializzazione», quello che retoricamente si definisce «crisi dei punti di riferimento».

In uno scenario sempre più connotato dal vuoto etico di una secolarizzazione omologante, il venir meno del potere di orientamento delle tradizionali agenzie educative apre al rischio di un “imperialismo della comunicazione” che è stato finora capace di colonizzare in forme pervasive ogni territorio disponibile.

Il perimetro della polis è stato violato e facilmente conquistato. Le sue mura sono cadute nella rete di algoritmi onnivori. Sulle macerie della civitas ha piantato la sua bandiera l’homo communicans.

Il nuovo demos non cerca la rappresentanza ma ama la rappresentazione. Alle democrazie del narcisismo è necessario allora contrapporre la riflessione critica di chi non rinuncia ad interrogarsi sulle dinamiche del vivere associato.

Lo scenario fin qui discusso affronta in prima istanza il campo della politica perché comparativamente risulta quello storicamente più rivoluzionato dall’avvento prima della comunicazione mainstream, in particolare televisiva, a cui si sono poi affiancati, spesso sinergicamente, i social media. L’obiettivo è quello di descrivere i processi di secessione degli individui dal patto politico, provocati dalla frattura del foedus che ha comportato una radicale crisi di reputazione della delega e delle Istituzioni rappresentative, con singolare sintonia anche storica rispetto all’exploit del processo di disintermediazione radicale delle relazioni società/media.

Un’osservazione privilegiata riguarda la relazione comunicazione/politica[1], e in particolare quella profonda interazione tra i due termini che può essere definita media politics. È quest’ultima che assume un forte valore denotativo dei cambiamenti intervenuti sia nel rapporto radicalmente nuovo tra soggetti politici e comunicazione che nell’indebolimento progressivo dei linguaggi autonomi della politica.
Qui è necessario avanzare ipotesi che tengano conto delle conseguenze che nel tempo si sono stratificate tra gli eccessi di personalizzazione del dibattito politico e la normalizzazione di una comunicazione troppo spesso fondata sul modello talk show. In altre parole, si è assistito ad una perdita di densità e di identità del racconto della politica sovrastato da esigenze e persino tic imposti dalla comunicazione.

Ma la sostituzione della comunicazione alla politica è avvenuta lungo un percorso dalle tappe definite che è possibile sottoporre ad analisi retrospettiva delineando, accanto ad anamnesi e diagnosi, anche possibili terapie.

L’obiettivo è alto: ritrovare le ragioni e il senso di un equilibrio perduto, quello fra politica e comunicazione, aggiungendo un focus specifico sulle continuità/discontinuità generazionali. Su quest’ultimo tema occorre infatti un’operazione-verità: troppi osservatori sono fermi alla rampogna nei confronti dei giovani per il trionfo dell’apatia e del disinteresse politico, mentre quel che è successo nell’ultimo biennio è sostanzialmente l’opposto. Seppur reclusi in casa dalle normative governative, i dati relativi alla loro accettazione e adeguazione alle policies adottate risultano molto positivi e interessanti, facendoci capire che occorre distinguere fra la non partecipazione ai partiti e un diverso approccio alle Istituzioni. Questa nota è ancor più importante se si riflette che i dati a cui stiamo facendo riferimento ne sottolineano il valore anche nella comparazione con altri paesi europei[2].

La storia del nostro Paese dimostra in modo inequivocabile quanto i manicheismi identitari, incarnati a partire dal 1994 da un bipolarismo tutt’altro che perfetto, possano nuocere al pluralismo e alla ricchezza delle culture politiche. A trarre giovamento dalle polarizzazioni ideologiche sono state invece, come si è accennato, le tribune e le tifoserie dei talk show, con evidenti ricadute su audiences violentemente e artatamente contrapposte, costruite su messaggi ipersemplificati e dunque del tutto inadeguati alla complessità delle società contemporanee e alle sfide del futuro.

Ciò di cui, invece, si avverte sempre più la necessità è il superamento di un “bipolarismo ortodosso”, cui oltre tutto – come si è detto – il nostro sistema politico non è mai giunto, e dunque la rivitalizzazione e valorizzazione di un terzo polo che avrebbe tutto il diritto di chiamarsi “moderato”, e non certo per ossequio a un superato lessico politico. Il problema è ovviamente prima qualitativo che quantitativo. L’esistenza di una rinnovata “politica centrista”, infatti, avrebbe il vantaggio di superare quella radicalizzazione della lotta partitica che rappresenta un rischio concreto sia per il tendenziale estremismo del polo di destra, sia per il massimalismo di un polo di sinistra che oltre tutto presenta non pochi problemi di aggregazione e convergenza entro un unico orizzonte politico-culturale, considerando la varietà dei soggetti che dovrebbero comporlo. Non v’è dubbio infatti sulla circostanza che, superata la stagione della “sospensione tecnocratica” della politica dei partiti, a quest’ultima si dovrà tornare. E proprio per tale motivo sarà necessario arrivare preparati all’appuntamento con la presenza di una formazione “di centro” capace di spezzare la logica conflittuale di un impossibile “bipolarismo ortodosso”, che non si è dimostrato in grado di rappresentare, in tutta la sua ricchezza, il nostro complesso patrimonio culturale e valoriale.

Non c’è dubbio sul fatto che il mondo cattolico possa fornire a questo fine il suo prezioso contributo, ma dovrà farlo proponendo letture profonde di temi forti e trasversali (tutela ambientale, parità di genere, difesa della vita), capaci di superare gli steccati ideologici e  generazionali in nome di battaglie da condividere e da vincere insieme.

L’evento fondativo di un nuovo soggetto di ispirazione cattolica nel 2020 ha rappresentato d’altra parte e per diverse ragioni un’assoluta novità nell’offerta politica italiana: parto dalla centralità dei contenuti, non disgiunta però da quella dello stile. Tutti coloro che hanno partecipato all’atto fondativo sanno bene quanta innovazione si è percepita negli interventi e, più semplicemente, perfino nelle relazioni che lì si sono messe in moto. Provo a elencarle in termini sintetici, poiché già solo queste dimensioni rappresentano una piccola rivoluzione entro un rituale di culto del leader e della performatività nella rappresentazione che ha accompagnato, in passato, altri battesimi politici.

Abbiamo registrato una vera e propria start up di una modalità di elaborazione politica nuova. Ha colpito anzitutto l’attenzione ostinata ai valori, non agli slogan, costruendo una mappa semantica inedita nello spazio pubblico. Molti di questi mettevano insieme elaborazioni apparentemente prepolitiche, chiaramente espressive della società civile e del mondo della solidarietà e dell’aiuto sociale. Ma la stessa ispirazione cristiana ha trovato concretezza nelle vertenze discorsive e negli interventi di questi due anni, cessando dunque di essere una citazione di maniera o puramente identitaria.

In poche parole, siamo di fronte a un partito nato in nome degli ideali e della scintilla etica che essi portano con sé, in netto contrasto con la retorica dell’individualismo e del successo così cara al teatrino della comunicazione. La stessa estraneità al lessico del politichese è un esercizio di autonomia rispetto alle proposte esistenti a cui si guarda con una gentile ma decisa presa di distanza.

È un movimento che si è fondato su parole e valori che non troviamo nel repertorio linguistico della politica, sempre più stanco. Impossibile non accorgersi che la scelta delle espressioni, a cui si aggiunge l’acceleratore di cambiamento dato da uno stile rigorosamente in contrasto con la polarizzazione e l’estremismo dei toni, ha preparato una chiara mappa degli interlocutori privilegiati: giovani, donne, delusi dalla politica, movimenti civili e di terzo settore, astensionisti non cronici e, in una parola, quella che è definibile come “area di mezzo”: la voragine impressionante di non votanti che rappresenta il primo partito italiano.

Per raggiungere soggetti come questi era e resta ovviamente indispensabile un nucleo di partenza altamente coeso, con un proprio programma e un’agenda ostinatamente diversa di temi, che si apra con inevitabile fatica la strada per parlare ai soggetti senza voce, o a quanti hanno dato messaggi semplicemente con il voto bianco, nullo o astensionista. L’impresa è ovviamente complicata dal racconto dominante della politica che prevale nel nostro Paese, clamorosamente permeato da personalismo e slogan, per definizione sempre divisivi. La scelta è quella di far coincidere dunque la comunicazione con un’azione sociale dal basso e comunque diversa, ispirata a un orientamento radicalmente nuovo: vivi ciò che proclami, cominciando dunque dalle persone, ormai il convitato di pietra di un’esasperata comunicazione politica protesa a sostituire la partecipazione diretta. Si potrebbe dunque definire l’offerta culturale di Insieme collegiale, autonoma e non leaderistica.

La strada aperta due anni fa conferma l’urgenza di una proposta come quella di Insieme.

Mario Morcellini

 

[1] Sull’impatto dei nuovi processi comunicativi e sul rapporto controverso fra tecnologia e partecipazione nello scenario della “cultura del libero accesso” alle fonti informative, si veda D. Pacelli, “Declino del ‘paradigma massa’ e crisi di partecipazione: un rapporto controverso”, nel numero da me curato per la Rivista PARADOXA, “I guasti della comunicazione”, anno VIII, n.2, aprile/giugno 2014. Ma sul rapporto fra democrazia e media si veda anche S. Petrucciani, “L’intreccio paradossale di democrazia e comunicazione”, in “I guasti della comunicazione” cit. e, nello stesso numero, G. Marramao, “Comunità e critica della comunicazione: il problema della sfera pubblica”.

[2] Il riferimento è ai preziosi dati Eurobarometro commentati dal Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese 2021, FrancoAngeli, Milano 2021. Il rinvio è in particolare alla Tab. 24 – “La fiducia nel governo dei giovani di 25-34 anni in Italia e in Europa”, p. 67.