Ha votato meno della metà degli elettori. In Lombardia il quaranta per cento, a Roma città addirittura il trenta. Un crollo verticale che ha largamente premiato il partito che fino a ieri rappresentava la destra estrema.

Viene da chiedersi, come ha fatto recentemente Domenico Galbiati su queste colonne, se questo Paese ha nostalgia del principio di autorità, come quello della borghesia conservatrice postunitaria fino all’assolutismo del ventennio. Dai cannoni di Bava Becccaris fino alla famosa marcia su Roma.

I quarant’anni dei grandi partiti popolari, che ci hanno dato la Costituzione e la più impressionante crescita economica e civile italiana sembrano ormai appartenere un’altra epoca.

Avrà pure un senso il fatto che PD, Terzo Polo e Cinque Stelle insieme non raggiungono i voti del centrodestra. E quest’ultimo ha ben poche sembianze dei conservatori inglesi o della scuola economica austriaca, identificati come moderati e rappresentanti della borghesia tradizionale o del mercato. Hanno capito che il Paese vuole più autorità e presto non ci sorprenderà anche qualche sussulto di sovranismo.

Gravissima la responsabilità del PD che cincischia tra primarie e “bolognine” varie, annunciando un congresso che non arriva mai. Ciò che restava dei grandi partiti popolari, come frazioni dentro il PD, si è rivelato un insieme impotente che ha cambiato dieci leader in quindici anni, agitato e confuso, con capi, capetti e aspiranti capi e aspiranti capetti. In sostanza, incapace di parlare agli elettori.

Ora il rischio è quello di vedere in difficoltà le stesse strutture democratiche, a cominciare dalle fumose intenzioni di revisioni costituzionali della attuale maggioranza, uscita vincitrice alla grande da queste elezioni in due regioni fondamentali.

Con buona pace di quelli che dovrebbero rappresentare le opposizioni, grandi o piccole, che continueranno a litigare come in queste ore già stanno facendo.

Come i polli di Renzo.

Guido Puccio

 

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