A fine aprile di quest’anno, chiudevo una mia nota sul varo del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) con le seguenti parole: “non è accettabile che il PNNR redatto dal Governo Draghi sia stato proposto ai due rami del Parlamento oggi per il domani. È un piano di grosse dimensioni quantitative e qualitative che influirà sulla vita economica e sociale del Paese, per lo meno,  per i prossimi sette anni ed è stato  richiesto al Parlamento di approvarlo dopo un dibattito della durata di meno di una giornata. Non è dignitoso per il Parlamento!” (CLICCA QUI)

«Si è detto che mancava il tempo per far delibare e deliberare in più della mezza giornata disponibile per ognuna delle camere, poiché gli Stati dovevano fare pervenire il PNNR entro il 30 aprile. Non è corretto: l’art. 18, 3° comma, del Regolamento del 12.02.2021, approvato dal Consiglio Europeo, che ha istituito il Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza, dice che “il progetto di piano per la ripresa e resilienza [deve essere] trasmesso ufficialmente, di norma, entro il 30 aprile”. Il nostro Capo del Governo poteva usare il forte ascendente che pare abbia sulla Commissione Europea, invece che per ottenere preventivamente, sulla parola, l’approvazione del PNNR – come è stato detto, con una certa euforia, da stampa e telegiornali – per chiedere una dilazione per la presentazione dello stesso, giustificata dal fatto l’attuale Governo è in carica da soli due mesi e mezzo: una dilazione affinché il Governo potesse operare più compiutamente e il Parlamento potesse vedere rispettata la propria dignità».

Sono passati otto mesi e, a fine dicembre, le cose non sono andate diversamente. Il Parlamento ha dovuto chiudere in fretta e furia l’iter di approvazione della Legge di bilancio per il 2022 – che contiene il Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2022 e il Bilancio pluriennale per il triennio 2022-2024 – per rispettare la scadenza del 31 dicembre, al fine di evitare l’esercizio provvisorio per i primi mesi del prossimo anno, utilizzando l’espediente del maxiemendamento al disegno di legge in discussione, volto a ridurre a un solo articolo (composto di 634 commi) la pletora degli emendamenti presentati dai senatori e dal Governo, approvato dal Senato, all’interno del disegno di legge di bilancio, previa richiesta, da parte del Governo, del voto di fiducia.

Questa volta il Senato stesso ha dato il suo contributo di lungaggine, in quanto il disegno di legge in parola era stato presentato dal Ministro dell’Economia e delle Finanze l’11 novembre 2021, ma l’approvazione è avvenuta il 24 dicembre. La Camera dei Deputati, per il motivo del rispetto della predetta scadenza del 31 dicembre, sarà obbligata ad approvare la legge di bilancio evitando di apportare alcuna variazione al testo approvato dal Senato, con dispregio totale del principio del bicameralismo.

Tutto ciò avendo premesso, vediamo di dire qualcosa a livello macro sul contenuto operativo della manovra di bilancio. La premessa di fondo di questo documento può essere trovato nella Premessa alla Nota di Aggiustamento del Documento di Economia e Finanza 2021, la quale, a pagina V, recita: «La strategia di consolidamento della finanza pubblica si baserà principalmente sulla crescita del PIL stimolata dagli investimenti e dalle riforme previste dal PNRR. Nel medio termine sarà altresì necessario conseguire adeguati avanzi primari. A tal fine, si punterà a moderare la dinamica della spesa pubblica corrente e ad accrescere le entrate fiscali attraverso il contrasto all’evasione. Le risorse di bilancio verranno crescentemente indirizzate verso gli investimenti e le spese per ricerca, innovazione e istruzione».

Si delinea quindi uno scenario di azione di politica economica e finanziaria incentrato sul lato dell’offerta aggregata: espansione degli investimenti pubblici e delle spese per ricerca, innovazione e istruzione, che trovano risorse nel PNRR, e creazione di un ambiente di riduzione del prelevamento fiscale sulle imprese, che dovrebbe far crescere il livello della produzione ottimale per le stesse. Nel medesimo documento si indica anche la necessità di aumentare l’avanzo pubblico primario (entrate meno uscite, queste ultime al netto della spesa per interessi sul debito pubblico), il che richiede una diminuzione delle spese pubbliche correnti ed è agevolato dalle maggiori entrate fiscali conseguenti al contrasto all’evasione. Il ridisegno degli scaglioni IRPEF porterà a un aumento del reddito disponibile per le classi di reddito basso – che hanno propensioni marginali al consumo alte – ma il conseguente aumento della domanda di consumo di questi percettori sarà verosimilmente contrastato (seppur di poco) dall’aumento delle aliquote fiscali marginali per le classi di reddito medio-alto e dal predetto maggior gettito tributario conseguente al maggior contrasto all’evasione fiscale. (Ah, la lotta all’evasione fiscale, fonte senza limiti di copertura della spesa pubblica!). Ad ogni modo, nel quadro macroeconomico della legge di bilancio in esame, i consumi pubblici e privati dovrebbero dare un contributo negativo alla crescita della domanda aggregata, a differenza degli investimenti pubblici e privati.

A questo punto, è opportuno un rapido riferimento alle condizioni che creano un ambiente favorevole alla crescita economica, la quale è condizionata dalla posizione relativa della domanda aggregata (DA) e dell’offerta aggregata (OA): il livello della più bassa fra le due grandezze blocca il livello effettivo del PIL. Spingere sulla OA quando questa è più alta della DA non serve. Spingere sulla OA e non preoccuparsi del livello della DA, talché la prima diventa più alta della seconda, serve poco o nulla. Non far nulla poiché lo squilibrio fra domanda e offerta genera variazioni nei prezzi che portano inevitabilmente all’equilibrio fra DA e OA è una favoletta che piace ai liberisti, ma che non ha mai avuto riscontro nella realtà.

Puntare sempre e comunque sull’accumulazione di capitale (fare investimenti netti positivi) è un retaggio che ci arriva dalle fasi iniziali delle prime rivoluzioni industriali quando, fra le determinanti della OA (livello della produzione di piena occupazione, livello della capacità produttiva del capitale, livello ottimale di utilizzazione dei fattori produttivi) era la seconda quella più bassa. Ora non è sempre così e, inoltre, il più basso dei tre può presentarsi più alto della DA.

Ne discende che la manovra insita nel bilancio statale di previsione per il 2022, che giustamente dà ampio spazio all’espansione degli investimenti – anche perché ce lo chiedono l’attuazione del PNRR e il consistente afflusso di risorse (trasferimenti e prestiti) che questo comporta, se realizzato seguendo le linee programmatiche in esso contenute. Risulta, invece, deficitaria per quanto riguarda il lato della DA, che deve sì contare sull’espansione della domanda di investimenti pubblici e di quella di investimenti privati indotti dai pubblici, ma dovrebbe tener in giusta considerazione la dinamica della domanda aggregata di consumo.

In presenza di una significativa flessione della spesa corrente pubblica (principalmente spesa sociale per pensioni e reddito di cittadinanza, anche se contrastata da una maggiore spesa per istruzione e sanità) e di una limitata crescita della domanda di consumo privato conseguente alla già richiamata riforma del ventaglio delle aliquote marginali dell’IRPEF, potrebbe anche aversi che l’espansione dell’OA non venga accompagnata da un’adeguata crescita della DA, per cui il combinato delle due dinamiche potrebbe dar luogo a una dinamica del PIL assai contenuta, se non negativa.

V’è chi potrebbe pensare che la contenuta dinamica positiva della DA sia un fatto positivo, in quanto concorrerebbe a tenere basse le spinte inflazionistiche sui prezzi che pare si siano risvegliate dopo un sonno decennale. Non ritengo degno di attenzione quest’ultimo aspetto, poiché le spinte inflazionistiche in atto sono chiaramente non imputabili al lato della DA, bensì al lato dell’OA,  essenzialmente per la componente estera.

Daniele Ciravegna