Si fa presto a dire che la “globalizzazione” è finita guardando ai disagi che ci provoca la guerra d’Ucraina. Bisogna intenderci su quello a cui ci riferiamo. Probabilmente, questo resterà vero per un po’ di tempo per ciò che riguarda il livello del tenore di vita che noi, quelli dei paesi più ricchi, ci siamo potuti permettere finora anche grazie ai tanti disequilibri presenti al mondo per i quali c’è chi resta sempre povero e chi si arricchisce sempre di più.

Ma ci sono anche altre “globalizzazioni”. Ad esempio, quella che riguarda i cambiamenti climatici e l’inquinamento che poco rispettano i confini tracciati sulle carte geografiche. E così, quelli che soffrono di più anche a causa di queste altre globalizzazioni cominciano ad alzare la testa e a chiedere conto dei danni che devono subire. E cominciano a reclamare i danni e a richiamare, in solido, alle loro responsabilità anche quelle multinazionali i cui bilanci presentano cifre molto più consistenti dei Pil di tanti paesi in via di sviluppo.

Molto determinata è la ministra pakistana per il clima, Sherry Rehman, che lamenta come i paesi più evoluti, guarda caso sono stati finora i più inquinatori, non abbiano mantenuto le loro promesse di ridurre le emissioni e di aiutare i paesi in via di sviluppo nella lotta contro i cambiamenti climatici.

La recriminazione della ministra  è giunta mentre il Pakistan si ritrova coperto dalle acque per un’immensa parte del proprio territorio e con un bilancio disastroso: per ora, 1300 morti; centinaia di ponti distrutti dalle inondazioni; migliaia di chilometri di linee di trasporto dell’elettricità abbattuti.

Il Pakistan è stato travolto dall’intensa pioggia dopo aver sofferto un lunghissimo periodo di siccità che ha provocato danni di altra natura, ma non meno importanti e significativi per una delle nazioni più povere al mondo. Ci vorrà un lungo periodo di tempo affinché le acque si ritirino e bisognerà vedere gli ulteriori disastri provocati dalle precipitazioni attese nel corso di questo mese di settembre.

Sono segnalate numerose zone in cui i raccolti devono essere considerati persi al 90%. Così, il Pakistan sta subendo anche un impressionante fenomeno di migrazione interna che potrebbe arrivare a coinvolgere fino ad oltre 30 milioni di persone, mentre le città verso cui si recano i profughi non sono attrezzate per assicurare l’accoglienza adeguata. Insomma, è emergenza vera che giunge a complicare ulteriormente la situazione interna caratterizzata da molte divisioni etniche e politiche.

Rahman sostiene che “i paesi più ricchi devono fare di più” e che sia giunto il momento di rivedere gli obiettivi prefissati: devono pagare per le riparazioni da riconoscere ai paesi vittime dei cambiamenti climatici intervenire sulle società multinazionali che si guardano bene, invece, dall’assumersi le proprie responsabilità.

Tutto ciò sarà al centro della riunione annuale delle Nazioni Unite sul clima che si svolgerà in Egitto a novembre ed è facile prevedere che i paesi in via di sviluppo spingeranno con determinazione la richiesta di far pagare gli inquinatori.