Dietro i ripetuti appelli – rivendicati ed espliciti, oppure accennati, perfino pudicamente sottintesi anche da chi vi si era opposto – all’ “agenda Draghi” e al relativo “metodo”, erroneamente interpretato come meramente pragmatico, fa capolino una cultura politica, che, del giusto diniego di ogni ideologia ne fa, si potrebbe dire, una ideologia di ritorno.
Perpetuando un circolo vizioso che, come un cane che si morde la coda, non riesce a rompere l’autoreferenzialità di una riflessione politica che ruota perennemente su sé stessa, in una bolla impermeabile e refrattaria alle correnti atmosferiche che, ad un tempo, oscurano il nostro orizzonte storico, eppure vi aprono, qua e là, squarci di luce.

La questione può essere posta in questi termini: può il pragmatismo bastare a sé stesso? Insomma, possiamo liberarci, a destra come a sinistra, di troppi filosofemi, delle tante vere o presunte “intellighenzie” e finalmente approdare laddove agiscono gli “uomini del fare”?

Il “pragmatismo” è la chiave di volta per violare, finalmente, l’apparente impenetrabilità del contesto globale e complesso in cui viviamo? La politica può essere risolta ed esaurita – come si pretende per la scienza – nel metodo “riduzionista”, cioè decostruendo, scomponendo per passaggi successivi, questioni complesse nei loro elementi, via via più minuti e più semplici? Oppure, il pragmatismo – lo si sappia o meno; lo si ammetta oppure no – è la modalità con la quale una politica esausta, abbassa la guardia e si rassegna a schivare, quanto più possibile, i colpi del destino, cioè si concede al corso degli eventi, limitandosi a gestirne le frange?

Noi siamo macchine fatte per dare alle cose un senso e solo, in questo quadro, siamo in grado di “conoscerle”, nel senso proprio del termine, cioè di “possederle”, così da orientarne il corso. Rinveniamo il “senso” laddove c’è e come tale già si mostra; lo rintracciamo là dove va dissepolto; lo congegniamo, per quanto possibile, quando gli elementi di un contesto sono dispersi e slabbrati da risultare, a prima vista, indecifrabili. Possiamo chiederci: quel po’ di manipolabilità che il pragmatismo, ad ogni modo, ci concede, è già una certa qual maniera per riordinare le cose, secondo una lettura ed un orientamento, sia pure elementare, ma, a suo modo, almeno in embrione, sensato? E da questo livello è possibile, di gradino in gradino, risalire la scala dei significati in gioco per approdare ad una comprensione di ciò che accade, ricca ed inclusiva almeno quel tanto che consenta di approdarne ad una lettura predittiva, la quale, a sua volta, permetta di sperare in una certa governabilità del corso della storia? In fondo, i bambini, nella loro prima infanzia, non “pensano” forse, se non ciò che stanno manualmente manipolando e poi, solo da lì, accedono all’attrazione del concetto?

Non dobbiamo forse ammettere di essere stati, collettivamente, ricondotti a questa sorta di età infantile? Forse per intuirvi l’opportunità di un cammino nuovo che sappia coniugare passato e futuro secondo un disegno? Questione non definibile a priori, concettualmente, ma se mai da sperimentare sul campo. Può essere d’aiuto quanto, in un suo recente editoriale, Limes riporta in ordine a quanto afferma George Friedman, filosofo prestato alla geo-politica. Il quale invita a coltivare il “pensiero prismatico”: “Un prisma sfaccetta il mondo. Ti obbliga a vederlo come più disordinato”. Salvo poi, continua l’editoriale: “….compensare lo sconcertante spettacolo del caos con la lente ordinativa della tradizione filosofica”. Insomma, conclude Limes: “Lente coesiva o prisma sfaccettante?…..Finché qualcuno scoprirà il sacro Graal, riunione di lente e prisma”.

Domenico Galbiati