Dovremmo chiederci che cosa insegni, in modo particolare a coloro che assumono un impegno politico, quello che possiamo considerare il cuore dell’insegnamento di Papa Benedetto, il “Pastore tedesco”, come lo chiamò, a tutta pagina, il giornale di Eugenio Scalfari, quando salì al soglio di Pietro. Un appellativo che forse, se non irridente, voleva esprimere una perplessità, il dubbio, forse il timore, che sedesse sulla Cattedra di Pietro un occhiuto, rigido, inamidato censore, custode di una dottrina arroccata su di sé, incapace di dialogare con un mondo in pieno fermento. Esattamente il contrario di quel che è avvenuto.

Al contrario, Benedetto si è spinto avanti ed alla modernità ha dato risposte, ma soprattutto ha posto domande.
Domande che spesso l’ hanno provocata, talvolta perfino irritandola, nella misura in cui toccavano nodi problematici ed irrisolti di una visione del mondo che andava rovesciando il vanto della ragione “illuminata” nelle brume del dubbio e del “pensiero debole”. Tedesco, sicuramente. Figlio della Baviera cattolica.

Erede della straordinaria cultura storica e letteraria, filosofica e teologica, artistica, soprattutto musicale, spirituale e religiosa che, dal ‘700, dalla Germania si è riversata sull’ intero continente. E, in quanto tale, organicamente, espressamente “europeo”. Il cuore, dunque, della sua riflessione, innamorato del Logos, teso ad “evangelizzare”, se così si può dire, il pensiero, riportandolo, appunto, a riconoscere la sua fonte originaria.

Il Logos che contiene la ragione, ma, nel contempo, la avvolge in un orizzonte più vasto ed, in tal modo, ne esalta la grandezza straordinaria. Il tema del rapporto tra fede e ragione, che Joseph Ratzinger, studioso e cultore di Agostino riprende dal suo “Credo ut intelligam” e ripropone in un universo culturale del tutto nuovo, dominato dalla pretesa egemonica del pensiero scientifico e da una tecnica che sembra essere entrata in un processo di auto-alimentazione, come se crescesse da sé, esponenzialmente, così da imporsi a prescindere dalla nostra capacità di rapportarne lo sviluppo ad una maturazione etica che ne sappia orientare le potenzialità.

Benedetto è un fermo sostenitore della ragione e, ad un tempo, del diritto naturale. Nella sua visione la fede non contende alla ragione spazi ed ambiti conoscitivi che quest’ultima a pieno titolo rivendica. Ma piuttosto – “Credo ut intelligam” – alza l’asticella delle sue ambizioni e ne attesta la legittimità, oltre quelle colonne d’Ercole del sapere che la ragione da sola non avrebbe pensato di poter sfidare.

La fede sospinge e nobilita la ragione, le offre campi di indagine che esaltano, affinano, potenziano la sua capacità di attestare, in uno con la libertà, quella somiglianza con il Creatore che le propone e le suggerisce, appunto, come luogo elettivo della sua indagine. E, nel contempo – “Intelligo ut credam” – la ragione, pur non potendo esaurirne il deposito, da’, fin dove possibile, una forma concettuale ai contenuti della fede, rende conto della loro non
contraddittorietà, anzi mostra come si compongano in un’armonia sorprendente. Lo stesso dogma, considerato di antitetico alla criticità della ragione, in effetti, sfidandola, ha concorso a spremerne tutta la potenza. Guidandola – il dogma trinitario, in modo del tutto particolare – nella costruzione di concetti, quello di “persona” in primo luogo, del tutto ignoti alla cultura classica, eppure divenuti fondamento ineludibile della nostra cultura ed asse portante della stessa vita civile, quale tuttora la concepiamo.

La persona e quanto reca con sé: i valori – ciò per cui vale la pena vivere e la pena morire – le categorie interpretative della storia, la sua autonomia di giudizio, la sua libertà critica e la responsabilità, appunto, personale, mai delegabile che ne deriva e, dunque, i criteri operativi e la stessa azione politica che ne consegue, per poco che lo avvertiamo, sono, in ogni caso, incardinati in questo percorso spirituale, storico ed ideale.

La radicalità del pensiero di Papa Ratzinger, frutto della consonanza tra una fede cristallina ed una dimensione intellettuale limpida, è stata da taluni scambiata per “conservatorismo”, laddove è piuttosto vero il contrario. Dà conto, infatti, della struttura portante di ogni possibile progresso, se, come tale, intendiamo un cammino di crescita dell’ “umano” che non sia immemore delle sue origini e neppure di quella finalità superiore che, nel segno del valore intangibile e della dignità della persona, credenti e non credenti sono chiamati a condividere. Anche interrogando la politica, i suoi compiti, i suoi strumenti.

Domenico Galbiati