Le questioni della riforma costituzionale sono da decenni al centro della discussione politica. Spesso di natura accademica o con la presentazione di ipotesi parziali e parcellizzate che, come fu nel caso originato da Matteo Renzi, sono state destinate al rigetto da parte del corpo elettorale estremamente restio a toccare l’impianto previsto dai padri costituenti. 

Siamo consapevoli del fatto che, in molti casi, la discussione assume i contorni dell’alibi per non voler cogliere i veri problemi cui si dovrebbero rispondere con la nascita di un nuovo senso di responsabilità da parte delle forze politiche e di noi cittadini sui temi costituzionali. E cioè la consapevolezza che, più che parlare di una sua riscrittura, si dovrebbe pensare prima ad una piena ed autentica applicazione della Costituzione. A partire di quel particolare, ma fondamentale tema che riguarda lo svuotamento che si è fatto finora del ruolo del Parlamento e di un’oggettiva distorsione in atto in materia di bilanciamento dei poteri in quella che è nata come Repubblica parlamentare.

In ogni caso, la proposta di Giorgia Meloni di andare ad una riforma d’impronta “presidenzialista”, salvo poi prendere atto che oggi ella parla del semipresidenzialismo alla francese, diventerà davvero oggetto di un acceso dibattito visto che la proposta è avanzata da chi, sia pure restando minoranza in termini di voti, ha comunque il numero più alto di seggi nelle due Camere.

E’ bene dunque avviare una seria riflessione destinata, poi, ad evolvere in una posizione ampia e condivisa il cui obiettivo dev’essere quello di rafforzare i fondamenti popolari, solidali e partecipativi che hanno costituito il faro dei nostri Padri costituenti.

Padre Francesco Occhetta ha pubblicato su “Comunità di connessioni” un intervento dal titolo “Verso quali riforme costituzionali?” (CLICCA QUI) che di seguito pubblichiamo integralmente e che si presta bene per l’avvio di una tale riflessione la quale non può vedere esclusi i cattolici che, anzi, potrebbero cogliere l’occasione per portare tutto intatto il loro specifico e peculiare contributo.

 

Le parole di papa Francesco, pronunciate durante il suo viaggio in Kazakistan, illuminano il quadro politico che si è determinato dopo le elezioni del 25 settembre: «Abbiamo bisogno di leader che permettano ai popoli di comprendersi e dialogare, e generino un nuovo spirito di Helsinki, la volontà di rafforzare il multilateralismo, di costruire un mondo più stabile e pacifico. E per fare questo occorre dialogo con tutti».

Il 2021 si è chiuso con un dato che desta preoccupazione: il 70% della popolazione del pianeta vive sotto regimi autoritari. Secondo l’Istituto V-dem di Gothenburg (Svezia), le democrazie liberali sono passate dall’essere presenti in 41 Paesi nel 2020 a 32 nel 2021, e rappresentano solamente il 14% della popolazione mondiale.

Contro i regimi, il Pontificato di Francesco invita i corpi intermedi a cambiare il modello di sviluppo e ricostruire amicizia sociale tra i popoli per arginare la solitudine sociale generata dal Covid, dlla paura della guerra e dall’incertezza dovuta al cambiamento climatico.

Verso dove sta andando l’Italia? Per la Costituzione italiana la salute della società conta di più di quella delle istituzioni: nella prima si custodisce il corpo vivo del Paese, nelle seconde la qualità del suo vestito.

Tuttavia, al Paese mancano riforme costituzionali e istituzionali; l’amministrazione pubblica è un transatlantico difficile da guidare e la legge elettorale garantisce l’oligopolio a partiti rimasti orfani di iscritti. Dal 2006 a oggi sono nati 11 governi diversi per portare avanti le riforme costituzionali, ma la classe politica è stata incapace di approvarne un insieme organico. Il presidente del Consiglio in carica, Giorgia Meloni, ha chiuso l’anno indicando la necessità di approvare riforme istituzionali, indicando il presidenzialismo come una priorità.

Occorre allora interrogarsi sulla forma di governo che vogliamo. Le forze politiche si dividono tra il semipresidenzialismo e il cancellierato come due alternative possibili e mature per riformare il Governo.

Per la cultura cattolica, erede della tradizione dell’Assemblea costituente, la forma di Governo parlamentare più “naturale” è il cancellierato che darebbe stabilità al presidente del Consiglio e vitalità a un Parlamento snello e propositivo. Questo modello, se rinforzato, potrebbe portare al premierato – una sorta di «grande sindaco d’Italia» –, che prevede l’elezione diretta del presidente del Consiglio. Questa è una variante mai sperimentata in Occidente. Un Governo semipresidenziale avrebbe invece bisogno di forti misure di garanzia e di controllo, ma impone una modifica sostanziale del sistema. Il merito del cancellierato rimane quello di assicurare un premier e una maggioranza stabile dopo le elezioni.

Il presidenzialismo (alla francese), attraverso il doppio turno ridurrebbe la competizione elettorale ai due partiti più votati al primo turno, stabilizzerebbe il Parlamento e affiderebbe al Capo dello Stato, eletto direttamente dagli elettori, poteri forti a livello esecutivo. Al Presidente del Consiglio, scelto dal Presidente, rimane la gestione ordinaria.  I poteri di controllo come l’UE, la Corte Costituzionale e una Camera delle autonomie garantirebbero e bilancerebbero questo assetto.

Per molti analisti non ci sono ancora le condizioni politiche per una stagione di revisione organica della Costituzione a causa sia della delegittimazione tra partiti sia della loro debolezza causata dalla frammentazione degli equilibri interni. Questo, però, non può diventare un alibi che blocca le urgenti riforme di «ordinaria manutenzione», che si devono esprimere con maggioranze qualificate.

C’è infine un ultimo aspetto, apparentemente marginale: ogni revisione costituzionale non è neutra rispetto ai valori fondativi. La democrazia procedurale, attenta alla correttezza delle regole, non può prescindere dalla democrazia sostanziale che include princìpi e un telos, una finalità di società e di Stato, e una precisa idea di persona.

Qualsiasi intervento di riforma deve essere in grado di ispirarsi al «patto costituente», per saperlo rinnovare nel tempo e per consolidarlo nei princìpi e nei valori fondativi. Un patto valoriale di cui le forze politiche, protagoniste del cambiamento in atto, debbano farsi carico nel rispetto della nostra tradizione costituzionale.

La legittimazione diretta del Presidente della Repubblica o del presidente del Consiglio è solo un elemento della complessa architettura costituzionale che riguarda l’equilibrio tra istituzioni, popolo e garanzie costituzionali. Prevedere solo l’elezione diretta rischia di essere un’altra pezza decontestualizzata, simile alla riforma costituzionale che ha ridotto i parlamentari. Occorrerebbe riscrivere i poteri del Capo dello Stato e, a cascata, i poteri di contrappeso per bilanciare le funzioni del Governo e del Parlamento. Si riconfigurerebbe anche il rapporto politico e costituzionale tra il vertice della Repubblica e le autonomie locali.

L’elemento centrale, quindi, non è tanto la “stabilità” del mandato di questa o quella istituzione, bensì la complessiva tenuta del sistema dei poteri, perché ciascuna istituzione rappresenta una forza sociale, una direzione politica e una esigenza costituzionale diversa. Così, se oggi è necessario rafforzare la figura del presidente del Consiglio, non bisogna trascurare le altre sue caratteristiche, tra cui la capacità di mediazione e di sintesi tra partiti di maggioranza e di opposizione nell’interesse del pluralismo democratico.

Insomma, le riforme vanno pensate anche come metodo, soprattutto in questo scenario geopolitico complesso e di ingerenze internazionali. Occorre mantenere lo sguardo presbite dei costituenti, capace di vedere lontano rispettando un equilibrio che rappresenti tutti a partire da “l’interesse delle future generazioni” (art. 9 Cost.).

Francesco Occhetta