Da Lampedusa, “…..si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee.
L’Europa possiede un potenziale unico che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura e, quindi, una pari responsabilità. Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale è in grado di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo” per “accogliere, proteggere, promuovere ed integrare i migranti “ e “nello stesso tempo lavorare per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto ad emigrare”.
Con queste poche frasi che hanno il pregio della franchezza e della lucidità, Papa Leone ha impartito una severa e lampante lezione di cultura politica all’Europa intera, ai suoi popoli, alle forze che, senza distinzione di parte, li rappresentano. Si rivolge alle “società europee”, quindi a tutte le forme di aggregazione secondo cui si sviluppa la vita degli “europei” in quanto tali, singolarmente e collettivamente chiamati ad una responsabilità cui non possono sottrarsi.
Il Papa ha compreso l’ “unicità” dell’Europa e mostra di crederci ed apprezzarla più di quanto non facciano le sue classi dirigenti. Fa risalire il suo rilievo ed il suo ruolo, anche nella “promozione” dei migranti, alla forza della storia e della sua inveterata cultura e non alle armi, né ad altre forme di potenza. Afferma un principio fondamentale che, si può dire, attenga ad una categoria interpretativa generale, in qualche modo un criterio ascrivibile alla filosofia della storia: i popoli hanno una responsabilità che non possono accogliere e rivendicare oppure ricusare, a loro comodo, in ragione del particolare momento storico e delle opportunità contingenti. Bensì una responsabilità che ”sta” in sé e per sé, incarnata nell’ordine naturale delle cose, in quanto dovuta all’avvicendarsi, nel tempo e nello spazio, di una vicenda umana straordinaria.
Unica, appunto, ed irripetibile. Insomma, una destinazione o, meglio, un destino che non è se non da riconoscere.
Solo se accolto, l’Europa può essere se stessa ed aprire, finalmente, le porte a quell’unità politica del nostro vecchio continente che andiamo cercando a tentoni. Seconda lezione, esemplare ed impietosa per chi non sa o non la vuole intendere.
Il fenomeno migratorio non ha nulla di occasionale, contingente o transeunte. E’ un fenomeno “epocale”. Quindi una sorta di spartiacque, la cifra che segna una certa fase della vicenda umana, la contraddistingue tra le altre che l’ hanno preceduta e quelle che la seguiranno.
Nessuno finora ha detto con la stessa forza e lo stesso coraggio che le migrazioni, come le conosciamo oggi, non sono che l’ avvio di una progressiva ed inarrestabile formazione di società multietniche, come se un moto di convergenza spingesse l’umanità ad addensarsi, quasi debba serrare le fila per affrontare un salto evolutivo di cui ancora non sappiamo scorgere la portata.
Ciò che si coglie nelle parole che Papa Leone ha pronunciato in Spagna ed a Tenerife, a Pavia ed infine a Lampedusa è la disarmante capacità di trarre dall’affanno e dal rumore fragoroso ed assordante di un mondo disorientato, una lettura limpida e chiara di quelli che una volta chiamavamo “segni del tempo”. Era l’età dei “due Giovanni”. Iniziavano i mitici anni ‘60 e tra i cattolici ricorreva la ricerca dei “segni del tempo”. Un atteggiamento alimentato dalla fiducia che il mondo avesse senso e la storia non fosse un tumultuoso accadere caotico di eventi sconnessi, ma piuttosto una strada da percorrere, un sentiero, ad un tempo, da scorgere e da tracciare, secondo il criterio della nostra responsabilità in una fitta boscaglia di cose.
In quegli anni era ancora viva nella coscienza dei più quella dimensione della trascendenza che non apparteneva solo ad una visione religiosa della vita, ma anche alle ideologie. I gesti della vita quotidiana e non meno gli eventi della storia non si esaurivano nell’ istantaneità del loro accadere, ma attingevano la loro ragione d’essere dall’ “andare oltre”, verso una attesa, alla ricerca di una speranza.
Nelle parole di Papa Leone, per chi ha conosciuto quel tempo, sembra riecheggiare lo stesso spirito di coraggio e di profezia.
Domenico Galbiati