Il “Melonellum”, lo “Stabilicum” è diventata Legge. La Giorgia Meloni che nel 2017 sbraitava contro l’approvazione del “Rosatellum” a colpi di maggioranza, e che per ciò chiedeva al Presidente della Repubblica di non promulgarla, segna un passaggio politico che non può essere minimizzato. Non è una riforma organica, né un tentativo di modernizzazione del sistema: è un intervento costruito in fretta, con finalità evidenti, che rivela più di quanto nasconda.
Per legge ordinaria si creano le premesse per lo stravolgimento dello spirito e della sostanza della Costituzione, dell’equilibrio dei poteri e dell’assetto parlamentare della Repubblica. Cento anni, dopo torna la Legge Acerbo con la quale una minoranza s’impossessò dell’intero Paese. Poco cambia che, per l’eterogenesi dei fini, potrebbe accadere questo a favore della sinistra. Poco cambia se dovesse essere Elly Schlein a decidere il prossino Capo dello Stato, i Giudici costituzionali e tutti i componenti degli organi di garanzia.
Questa oscena legge, in fondo, rivela la fragilità della maggioranza, la paura del voto, la consapevolezza che con il Rosatellum – già criticabile e già logorato – la coalizione di governo non avrebbe molte certezze di vittoria. E rivela, soprattutto, un modo di intendere il potere che non coincide con lo spirito della Costituzione.
La nuova legge nasce ufficialmente come un artificio per garantire la governabilità, ma finisce per alterare già più di quanto non lo sia già oggi la rappresentanza. E questo sotto l’egida di un Governo che vanta il record di durata della “governabilità”. Cose proprie della povertà oggettiva della politica italiana, in generale, e di chi, in particolare, ne usufruisce al momento in termini di mero potere.
Conosciamo tutti i punti che possono passare al vaglio di Mattarella e della Corte Costituzionale perché sospetti di anticostituzionalità.
I punti sospetti
Il premio attribuito alla coalizione che supera il 42% dei voti validi nazionali è un dispositivo che richiama da vicino i modelli già censurati dalla Corte costituzionale nelle sentenze sul Porcellum e sull’Italicum. Occasioni in cui la Corte aveva chiarito che un premio eccessivamente distorsivo viola l’uguaglianza del voto e la rappresentatività del Parlamento.
La legge introduce una barriera di firme spropositata che discrimina apertamente tra i partiti già presenti in Parlamento e quelli che ancora non ci sono. È una norma che incide sul diritto di elettorato passivo e sulla libertà di associazione politica, creando una disparità di trattamento che non trova giustificazione né nella logica del sistema né nella tradizione costituzionale italiana.
Il capitolo delle liste è altrettanto problematico. Il capolista bloccato rimane, e con esso resta la certezza che il primo eletto non sia scelto dagli elettori ma dai vertici del partito. Le preferenze introdotte per gli altri candidati attenuano il problema, ma non lo risolvono. È un “listone” mascherato, che concentra nelle mani dei leader un potere di selezione dei candidati incompatibile con la libertà di scelta dell’elettore. Acerbo – colui che fece la “legge truffa” di Mussolini – non è in primo piano, ma lo si intravede nella penombra.
Il testo definitivo ha eliminato il nome del candidato premier dalla scheda, ma lo mantiene nel deposito del simbolo e del programma come “persona proposta per la Presidenza del Consiglio”. Si introduce un Premierato di fatto senza una riforma costituzionale, aggirando l’articolo 92 che attribuisce al Presidente della Repubblica la nomina del Presidente del Consiglio. È un modo di procedere che non rafforza la stabilità, ma indebolisce le garanzie.
Il vaglio di Mattarella, della Corte costituzionale e la coerenza con gli standard europei
Per tutto questo si attende il vaglio del Presidente della Repubblica. Sergio Mattarella non può entrare nel merito politico, ma può valutare la coerenza costituzionale del testo. E al Presidente verrà portata una grana non da poco la quale, tra l’altro, giunge in continuità con tutti i tentativi fatti finora per condizionarlo in attesa di questo momento.
Se la legge verrà promulgata, la Corte costituzionale sarà inevitabilmente chiamata a pronunciarsi. I profili critici non sono marginali: riguardano l’uguaglianza del voto, la rappresentatività, la libertà di scelta dell’elettore, la parità di accesso alla competizione politica.
A questi rilievi si aggiungono quelli europei. La Commissione di Venezia – organo del Consiglio d’Europa, ufficialmente definita Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto – insiste da anni sulla necessità di bilanciare rappresentatività ed efficacia. Il 42% non è di per sé contrario agli standard europei, ma la trasformazione dei voti in seggi deve essere proporzionata. Nel nostro caso, il premio rischia di produrre una maggioranza parlamentare troppo distante dalla volontà degli elettori. È una questione seria: riguarda la qualità democratica del sistema.
Il tema delle liste chiuse è altrettanto delicato. La Commissione di Venezia non le considera illegittime, ma ricorda che esse attribuiscono ai partiti un potere molto forte nella selezione degli eletti. La Corte costituzionale italiana ha aggiunto un criterio ulteriore: la riconoscibilità dei candidati. Il nuovo sistema combina liste in parte bloccate, preferenze limitate e un premio nazionale. È un incrocio che richiede attenzione, perché incide sulla libertà dell’elettore e sulla trasparenza del processo democratico.
Sempre riguardo a quanto indicato dalla Commissione di Venezia, che ha recentemente fornito un parere in materia su richiesta specifica da parte della Cedu – la Corte europea dei diritti dell’uomo, dalla quale è atteso da mesi un pronunciamento ufficiale sulla legittimità addirittura riguardante il precedente Rosatellum – una legge elettorale non può essere introdotta nell’anno precedente alla chiamata alle urne. Vedremo se anche questo aspetto fornirà materia di contendere ben prima che si vada alle elezioni.
La Legge non garantisce le donne
Infine, c’è la questione della rappresentanza femminile. La legge parla di alternanza di genere nelle preferenze, ma non interviene sul nodo vero: il capolista bloccato, spesso uomo, e la selezione dei candidati del premio, che resta nelle mani dei vertici. La parità rischia di essere solo formale. Come ci ha detto Laura Trucco in un suo articolo pubblicato su Politica Insieme (CLICCA QUI), il riequilibrio di genere previsto dal nuovo sistema è intricato, fragile, e non garantisce una rappresentanza effettiva. È un tema che non può essere liquidato con una norma di facciata: riguarda la qualità della democrazia e la credibilità delle istituzioni.
Conclusione: una legge che nasce dalla paura
La nuova legge elettorale non è solo un testo normativo. È una fotografia politica. Mostra una maggioranza che teme il voto, un governo che interviene sul meccanismo elettorale per restare al potere, un sistema che rischia di allontanarci dagli standard europei, una parità di genere più dichiarata che reale. È una legge che nasce dalla paura, non da una visione. E che ora attende il giudizio delle istituzioni chiamate a garantire la Costituzione e la coerenza con le regole vigenti negli altri paesi democratici che in alcuni casi non cambiano legge elettorale da secoli.
Giancarlo Infante