Pochi indizi testimoniano così bene la salute della democrazia come l’incessante pubblicazione di libri sulla sua crisi. Non che questi volumi siano del tutto privi di interesse: al contrario, mettono bene in luce i difetti del sistema. Ma non riescono mai a prefigurare una credibile alternativa che li corregga. E molto spesso quando non si trovano le risposte giuste, è perché le domande erano sbagliate.

La democrazia rappresentativa — diffidare dalle imitazioni — sembra avere i secoli contati, come si diceva del capitalismo. I suoi teorici non pensano che sia del tutto priva di controindicazioni, ma ritengono che possieda una sufficiente flessibilità per sanarle. Credono infine che sia ingiusto paragonare un’imperfetta democrazia reale — quella che è sotto gli occhi di tutti: e sono spesso occhi molto severi — con un sistema ideale del tutto astratto
di cui si conoscono solo i pregi, perché non si è mai riusciti a sperimentarne i difetti.

Per un altro verso, i critici della democrazia hanno molte ragioni per denunciarne i limiti. Ma talvolta rischiano di essere troppo ingenerosi verso un sistema che si fonda proprio sul superamento di questi limiti e sul principio dell’autocorrezione. Inoltre — talvolta per comodità espositiva, ma talvolta per necessità propagandistiche —
mescolano situazioni molto diverse le une dalle altre, facendo attenzione più alle similitudini che alle differenze.

E invece è opportuno soffermarsi i dettagli, rinunciando talvolta ad accostamenti tanto suggestivi quanto arbitrari. È certamente vero che l’Italia, la Francia, gli Stati Uniti, il Regno Unito — solo per citare i principali laboratori
politici del momento — hanno sintomi molto simili di insofferenza verso le regole tradizionali; ma non sempre a sintomi simili corrispondono malattie uguali. E se le malattie sono diverse, dovranno esserlo anche le cure.

Vi è un tipo di cultura — di cui l’attuale negativismo antidemocratico e antiliberale è soltanto l’ultima declinazione — che è fatta di soluzioni in cerca di un problema. Da molti decenni, infatti, numerosi intellettuali oracolari con la verità in tasca predicono crolli inevitabili e definitivi, che tuttavia non si verificano mai.

Ripetutamente smentiti dai fatti, non demordono, e replicano le loro previsioni con ammirevole tenacia, sperando che l’ultima sia la volta buona. Vendono ricette economiche e sociali strabilianti sperando che qualcuno le acquisti;
ma spesso si tratta di cure finte per malattie inesistenti. In molti casi, mutate le mode ideologiche, si limitano a sovrapporre nuove etichette alle vecchie, ingiallite dal mpo: e così la democrazia diretta, il populismo, il sovranismo e tutte le nuove trovate del momento hanno sostituito le vecchie utopie del passato.

Si tratta di intrugli che fanno male, o che nel migliore dei casi non fanno niente, perché illudono il paziente — ossia i cittadini — e di fatto ne peggiorano le condizioni, facendogli perdere tempo prezioso e accentuandone il declino
fisico e morale.

Come accade in molti altri campi della vita, anche in politica esistono rimedi specifici per problemi specifici. In definitiva, i vizi della democrazia (in generale) sono in realtà i vizi delle democrazie (prese una per una). E questi vizi non andrebbero guardati né da troppo vicino né da troppo lontano: nel primo caso la politica scade nella cronaca,
quando non nel pettegolezzo; nel secondo si trasforma in ideologia, nella sua accezione più d e t e r i o re.

C’è invece una tendenza a perdere la misura delle cose e a trattare questi problemi per categorie generali, mescolando in un grande calderone questioni secolari e momentanee, strutturali e contingenti, personali e collettive, nazionali e internazionali. Per pigrizia o per inconsapevolezza, si evita di scendere nei particolari, di studiare i dettagli, di analizzarli tecnicamente, e anche di proporre soluzioni concrete e fattibili. Il caso italiano è emblematico, da questo punto di vista.

Pensare che la nostra democrazia sia in crisi solo perché un vento maligno spira per il mondo deresponsabilizza le classi dirigenti italiane del recente passato, perché sembra attenuarne le colpe specifiche; e dà pessime indicazioni a
quelle della nouvelle vague, che sembrano volerne ripercorrere gli errori, in più aggiungendovene di nuovi.

Saro Freni

Pubblicato da L’Osservatore Romano