La “coalizione”, come l’ abbiamo largamente sperimentata nel nostro Paese, rappresenta una modalità di rapporto tra forze  diverse per storia, cultura, orientamento ideale e politico, che, anziché nascondere le differenze sotto il tappeto, le affronta consapevolmente ed, in tal modo, le assume come fattori che, attraverso i necessari processi di mediazione, rafforzano la collaborazione e l’efficacia dell’azione di governo.

Esattamente il contrario di quanto avviene in quei processi di aggregazione  tra forze di altra estrazione tra loro,  che vanno a mischiarsi in un’unica organizzazione che chiamano “partito”, ma, in effetti, altro non è se non un espediente elettorale.

Qui tutt’ al più vince un compromesso di comodo e concezioni diverse, visioni tributarie di differenti culture di fondo, si sovrappongono senza alcuna osmosi, che giustifichi una reale consonanza.

Diventa, in definitiva, più comodo ed inevitabile riconoscersi , ad esempio a sinistra, in una generica, proclamata opzione progressista che, di fatto, campeggia su un sostanziale abbandono, da parte dei vari contraenti , delle rispettive originarie identità.

Analogamente succede a destra, dove perfino le aspirazioni di stampo liberal-democratico si rassegnano ad una deriva populista e patriottarda che soffoca, come una coltre impermeabile, ogni distinzione dialettica, che pur potrebbe arricchire anche questo fronte  del “sistema”.

Per quest’ultimo si intende una impalcatura di relazioni meccaniche, funzionalmente necessarie, stabilite una volta per tutte ed inamovibili, che configurano una struttura chiusa, inadatta ad apprendere dalla ricca articolazione della realtà in cui pure è immersa, costretta a ragionare per via deduttiva, derivando a cascata, dagli assiomi e dagli stilemi che le sono propri, contenuti e prese di posizione che patiscono la rigidità tipica delle posture ideologiche.

Al contrario, la “coalizione”, in virtù della dialettica interna di cui ha piena coscienza, si pone come una architettura che vive di rapporti non preordinati, ma flessibili con l’ambiente circostante, cioè quale struttura aperta che apprende induttivamente dal contesto e, ad un tempo, lo orienta secondo i criteri di valore cui si ispira.

Non a caso, la cifra che caratterizza la coalizione consiste nella costante ricerca del “ consenso” e nell’allargamento progressivo delle basi democratiche della convivenza civile. Il tratto specifico del sistema bipolare chiuso, tuttora dominante,  è dato, al contrario, addirittura dalla studiata ricerca del “dissenso” e dalla enfatizzazione dei contrasti. Cioè dal posizionamento di bandierine, spesso ideologiche, destinate a contrassegnare, talvolta forzosamente,  il campo di un conflitto “necessario”, unica modalità secondo cui si pone il discorso pubblico. Con tutte le conseguente che ne derivano e sono sotto i nostri occhi.

Insomma, la coalizione, come l’ha inventata De Gasperi fin dall’immediato dopoguerra, articola, libera e, nel contempo compone, in una efficace unità funzionale, quelle forze che, al contrario, la logica maggioritaria imprigiona e, ad un tempo, di fatto scompone. Per tornare a quella cultura di coalizione – oggi tanto più appropriata, quanto più si è ampliato il pluralismo di una società globale, a sviluppo maturo – è indispensabile passare attraverso una legge elettorale proporzionale che, pur contempli, le modalità necessarie a favorire la governabilità del Paese.

Tornano di attualità ed andrebbero approfondite ed attualizzate, le suggestioni di Roberto Ruffilli per una legge elettorale che sappia comporre organicamente le ragioni della rappresentanza e quelle della governabilità, assumendo che quest’ ultima sia funzione della piena e chiara attestazione della prima, e non viceversa, piuttosto che il portato di manipolazioni che imbrigliano la libera espressione della sovranità popolare nella sua forma più schietta ed immediata.

Una coalizione, dichiarata e preordinata al momento elettorale, composta da forze che competono proporzionalmente per il consenso degli elettori e riconoscono ai partiti minori che vi concorrono la ripartizione del premio di maggioranza che alla coalizione compete, qualora sia vincente, purché con un’alta quota percentuale che se non supera, molto si avvicini al 50% dei voti espressi. Insomma, un contesto, si potrebbe dire, di “collaborazione competitiva” ed insieme di “competizione collaborativa”, un po’ come avviene nel campo della ricerca scientifica più avanzata, alla ricerca di un equilibrio che è tale in quanto perennemente dinamico, non ossificato in uno schema rigido, statico ed inamovibile. In sostanza, “legittimazione democratica”, “consenso” ed “efficacia dell’azione di governo” sono le tre dimensioni da riscoprire, al fine di trasformare un sistema politico sfibrato e ridare vigore all’ordinamento democratico-istituzionale del nostro Paese.

Nell’attuale condizione, la “legittimazione democratica” è formalmente garantita, ma sostanzialmente impoverita dalle leggi maggioritarie che, in varia forma, si sono succedute da quasi trent’anni a questa parte.

L’ elettore è costretto in una morsa bipolare, per nulla esaustiva delle differenti opzioni secondo cui si articola il pluralismo di una società a sviluppo maturo qual è la nostra e, soprattutto, abitata da culture politiche che ne hanno fecondato la storia e, per quanto sopite, non sono affatto evaporate nel nulla, secondo la presunzione di un nuovismo stupido che si illude di costruire un futuro sulla demonizzazione del passato.

Una morsa sorretta concordemente dai due schieramenti, dalla destra e non meno dalla sinistra, che ravvisano, in questa blindatura del sistema, una oggettiva consonanza ed un interesse comune a spartirsi le spoglie di un elettorato, cui non resta che sottrarsi, astenendosi dal voto, da un simile abbraccio soffocante.

La vitalità sociale e civile del Paese, coartata e compressa troppo a lungo dentro aggregati  artificiosi, privi di una identità riconoscibile, anzi fondati su un mix di culture politiche dispari, funzionali solo a ragioni di immediata cassetta elettorale, rischia di spegnersi.

Infatti, la lunga stagione del bipolarismo maggioritario, anziché approdare ad un effettivo incremento della governabilità, è giunta al capolinea con l’attuale governo. Il quale è stato reso possibile, non a caso, solo sulla base dell’invito del Presidente della Repubblica a concepire un esecutivo che fosse sostanzialmente privo di una sua specifica identità politica. Se ci pensiamo per un attimo, un po’ più a fondo, siamo davanti ad un sistema politico che per potersi ancora esprimere, condotto per mano, per un certo tratto di strada, deve, in un certo senso, anzitutto,  negare sé stesso.

Un paradosso dei paradossi che certifica l’ esaurimento di una parabola. Va nella stessa direzione, come già osservato, l’astensionismo elettorale crescente che abbiamo sofferto lo scorso autunno. Il quale può essere, almeno in una certa misura, riassorbito purché sia restituita al voto la sua valenza di partecipazione effettiva alla vita democratica del Paese.

E quest’ ultima è davvero piena se, attraverso il voto, il cittadino sa di concorrere a privilegiare una certa visione complessiva, una prospettiva di valori in cui sente di riconoscersi e non solo le soluzioni comunque parziali e contingenti, legate all’immediatezza del breve, brevissimo tempo. In ogni caso, siamo al dunque, cioè al momento non più rinviabile che chiama ciascuna forza a prendere posizione, cominciando dalla legge elettorale, sulla necessaria trasformazione del nostro sistema politico.

E qui si misura la responsabilità di ognuno.

Domenico Galbiati