Il 10 ottobre del 1899 nasceva a Schwarmstadt, in Bassa Sassonia, in Germania, l’economista e scienziato sociale Wilhelm Röpke, da molti considerato uno dei padri della cosiddetta Economia Sociale di Mercato e, di certo, tra gli interpreti di quel modello economico, la personalità che maggiormente influenzò il dibattito politico ed economico italiano. È nota la sua profonda amicizia con il futuro Capo dello Stato Luigi Einaudi, con il quale condivise anche l’esilio ginevrino, meno noto è il rapporto di amicizia e di profonda stima con Luigi Sturzo, che ebbe a citarlo nel suo ultimo articolo, pubblicato postumo il 10 agosto 1959. Ancor meno conosciuto è il sodalizio intellettuale con il Segretario della Democrazia Cristiana, nonché Presidente del Consiglio dei Ministri, Alci De Gasperi.

Al centro del rapporto tra Gasperi e il modello di Economia Sociale di Mercato, mediato dal sodalizio intellettuale maturato negli anni con l’economista svizzero-tedesco Röpke, troviamo la categoria politica ed economica di “Terza Via”.

Sarà lo statista trentino che in più e significative occasioni ricorderà il ruolo dell’economista tedesco e l’originalità di quella categoria presente in diverse opere e sviluppata in modo particolare nel saggio seminale del 1942: La crisi sociale del nostro tempo, recensito dall’amico e collega Luigi Einaudi e pubblicato in lingua italiana per i tipi di Giulio Einaudi nel 1946, tornato in questi giorni disponibile, grazie alla nuova edizione curata dall’editore Rubbettino.

Il concetto di “Terza Via” diviene centrale in tre significative occasioni della vita politica di De Gasperi. All’Assemblea costituente, nell’intervento del 4 ottobre 1947; durante i lavori parlamentari, il 14 febbraio 1950; infine, in occasione del discorso al Congresso della Democrazia Cristiana, il 25 novembre 1952.

Nel primo dei tre interventi, De Gasperi, intervenendo all’Assemblea costituente il 4 ottobre del 1947, tenta di spigare le ragioni del fecondo incontro tra la cultura politica popolare e la tradizione del liberalismo e, in modo particolare, con quel filone del neoliberalismo che va sotto il nome di Ordoliberalismo, il quale, all’indomani del secondo dopoguerra, inaugurerà il modello dell’Economia Sociale di Mercato, offrendo, proprio alla Germania, uscita distrutta del secondo conflitto mondiale, l’occasione di uno straordinario miracolo economico. In forza di tale esperienza e dei caratteri cristiani, mutuati dalla Dottrina sociale della Chiesa – si pensi soltanto al principio di sussidiarietà, cardine dell’Economia Sociale di Mercato –, De Gasperi auspica il superamento delle reciproche diffidenze che nel corso del secolo passato avevano tenuto distante la cultura popolare da quella liberale.

Intervenendo ai lavori parlamentari il 14 febbraio del 1950, De Gasperi torna sull’argomento e questa volta sembra rivolgersi direttamente ai colleghi e agli amici liberali. Se nell’intervento alla Assemblea costituente i destinatari sembrerebbero essere i suoi amici democristiani, nel secondo ricorda ai colleghi liberali quanto siano distanti nel tempo e nell’agenda politica i tempi di Porta Pia e le riserve e i pregiudizi anti cristiani dell’Ottocento e auspica un ripensamento del pensiero liberale italiano che possa allinearsi con la svolta neoliberale che si è avuta in Germania, lì dove un autore come Röpke non ha esitato a definire il liberalismo il “figlio spirituale del cristianesimo”; tema negli anni ripreso e argomentato anche da Joseph Ratzinger. Il ripensamento e l’aggiornamento della cultura liberale italiana appaiono allo statista trentino un passaggio necessario per stabilire quel fecondo incontro tra popolari e liberali, in chiave anti totalitaria; popolare e liberale non rappresentano due poli antitetici e tanto meno non comunicanti, quanto il meglio che la cultura umanistica europea ha saputo esprimere, sulla base delle proprie origini classiche, giudaiche e cristiane.

Il terzo intervento è del 25 novembre del 1952; a meno di anno dalla sua scomparsa, De Gasperi, al Congresso della Democrazia Cristiana, torna a parlare dell’incontro tra liberali e popolari, individuando nei principali obiettivi polemici denunciati dall’Economia Sociale di Mercato e sviluppati nell’opera di Röpke, le gradi sfide che attendono i cristiani di ispirazione politica popolare e i liberali di impronta ordoliberale e interpreti dell’Economia Sociale di Mercato. Tali obiettivi polemici, nemici della società libera e solidale, impedendo il dispiegarsi di una democrazia liberale e inclusiva, sulla scia peraltro di Alexis de Tocqueville, sono la “massificazione” e l’“atomismo”, i caratteri tipici e propedeutici dell’emergere dello Stato totalitario che conduce al collettivismo politico ed economico.

Agli occhi dei De Gasperi, ma, sebbene in maniera differente, anche a detta dell’economista tedesco che nel 1944 avrebbe dato alle stampe l’opera dall’inequivocabile titolo Civitas humana, l’incontro tra la cultura politica liberale e popolare avrebbe potuto rappresentare l’occasione per rinverdire quell’umanesimo cristiano che sul finire del secolo passato aveva suscitato la nascita della Dottrina sociale della Chiesa con la promulgazione il 15 maggio del 1891 della Rerum novarum e, nell’arco di un ventennio avrebbe portato ad un tale grado di progettazione politica, tanto teorica quanto pratica, che sfocerà nell’elaborazione del popolarismo e alla nascita del Partito Popolare, da parte di un gigante del pensiero politico occidentale come Luigi Sturzo.

Se da un lato non c’è alcun dubbio sul fatto che l’attenzione di De Gasperi per Röpke e per la relativa Economia Sociale di Mercato si concentra sul concetto di “Terza Via”, riteniamo non sia così peregrino ipotizzare quali sarebbero potuti essere gli sviluppi del sodalizio culturale tra cultura politica popolare e liberale, favorito sia da De Gasperi sia da Röpke. Si pensi solo al campo economico e al conseguente ruolo di arbitro imparziale svolto dalla Stato e non di giocatore, inevitabilmente interessato al successo di questa o di quella cordata (famiglia) imprenditoriale, a sua volta collusa (imparentata) con questa o quella cordata (corrente) politica. Ed ancora, questa volta nel campo propriamente politico, la nozione di “Stato forte” (ma non affaccendato) che scongiuri la deriva totalitaria, favorita inintenzionalmente, ma la cui responsabilità resta in capo agli attori politici e culturali del tempo, dall’anacronistica pregiudiziale anticristiana da parte dei liberali e antiliberale da parte dei cristiani.

Pregiudiziale anacronistica che il sodalizio culturale tra De Gasperi e Röpke consente di superare, nella misura in cui si assume il categorico rifiuto da parte dell’economista tedesco dell’alternativa antitetica tra “capitalismo” e “collettivismo”, un’alternativa che lo stesso statista italiano definisce “rude” e foriera di una “polemica ridicola con il liberalismo”. Grazie all’opera di Röpke e al modello dell’Economia Sociale di Mercato, riconosce De Gasperi, assistiamo ad una polarizzazione qualitativamente differente, quella tra “economia di concorrenza” e “economia di comando”. La prima prevede anche la possibilità che si diano interventi pubblici rule oriented, a condizione che siano “qualitativamente” di “assestamento”, ovvero conformi all’ordine di mercato, non distruggendo la meccanica dei prezzi che sta alla base del dispositivo che consente agli operatori economici di approvvigionarsi delle informazioni corrette, non drogate dalla “Ragion di Stato” che necessariamente muove il decisore politico. La seconda, al contrario, assume l’intervento pubblico come task oriented, indirizzato al raggiungimento degli obiettivi che, arbitrariamente, il decisore politico ritiene di volta in volta necessari, piegando le aspettative degli operatori economici alla discrezionalità della Ragion di Stato, intervenendo direttamente sul dispositivo che attiene alla formazione dei prezzi e, in definitiva, offrendo l’informazione economicamente errata che conduce gli operatori ad assumere decisioni che portano al fallimento; i fallimenti del mercato, in tale prospettiva, non sono altro che gli esiti dell’ingerenza della politica, la quale spegne il faro (meccanismo dei prezzi) che consente nella notte (incertezza) ai natanti (operatori) di poter rientrare in sicurezza all’interno del porto (remunerazione dei fattori di produzione).

L’auspicio di De Gasperi era che liberali e popolari prendessero sul serio l’analisi di Röpke e il modello dell’Economia Sociale di Mercato, affinché il XX secolo e il secondo Dopoguerra non fossero un’appendice del XIX e, cosa ancor più grave, un’appendice della prima metà del quel secolo beve nel bel mezzo del quale la generazione di De Gasperi e di Röpke si trovava a vivere e a ricostruire moralmente, istituzionalmente e materialmente il proprio Paese e l’Europa. L’analisi di Röpke e il modello di Economia Sociale di Mercato sono sintetizzabili nei tre punti che seguono: 1. Nesso tra economia di mercato e etica cristiana (reciprocità e fraternità); 2. Presupposti morali della società libera (solidarietà, sussidiarietà, poliarchia); 3. Autorità politica limitata (“Il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe in modo assoluto”, Lord Acton); in tal senso anche la cosiddetta economia civile di mercato, per evitare che sia percepita come una formula vuota, può assumere qualche significato solo se compresa nella prospettiva teorica dell’Economia Sociale di Mercato.

Proprio i tre punti appena elencati rappresentano una speciale piattaforma sulla quale è possibile rinvenire le ragioni dell’incontro tra cultura politica popolare e liberale. È questo il senso di un interessante passaggio dell’intervista rilasciata da De Gasperi al “Messaggero” il 18 luglio del 1952. In tale occasione lo statista democristiano, rispondendo ad una domanda del giornalista, conferma la necessità di uno “Stato forte”, non in quanto Stato “militare” e affaccendato nella vita delle persone, bensì nel senso di uno “Stato che fa rispettare la legge”. Al pari della massima ordoliberale di Walter Eucken. “Uno Stato forte per una società libera”, lo “Stato forte” degasperiano e röpkeiano è la Rule of Law, un ideale di legalità che, se da un lato incatena il Leviatano, dall’altro scongiura la deriva anarchica della società civile e innesca quel principio elaborato dai neo istituzionalisti americani Daron Acemoglu e James Robinson, noto come “Effetto Regina Rossa”: Stato e società civile, pretendendo, relativamente, di esercitare il dominio sulla società e di affrancarsi dallo Stato, favoriscono un equilibrio dinamico in cui il Leviatano ormai incatenato e la società civile divenuta ordinata consentono ai cittadini di intraprendere lo stretto “corridoio” della libertà che li condurrà a dar vita ad istituzioni il più possibile inclusive.

A questo punto, giungendo alla conclusione, si rende necessaria una chiarificazione dell’espressione “Terza Via”, trattandosi di un concetto spesso abusato, quando non pesantemente frainteso. In primo luogo, sulla scia di Röpke e condivisa da De Gasperi, per “Terza Via” non intendiamo un’alternativa altrettanto ideologica alle due vie principali: il capitalismo e il socialismo; la “Terza Via” risponde al rifiuto röpkiano di qualsiasi polarità antitetica: “rivoluzione” vs. “reazione”; “fascismo” vs. “comunismo”; “inflazione” vs. “deflazione”. In secondo luogo, non andrebbe interpretata neppure come la mediana che possiamo tracciare aritmeticamente tra capitalismo e socialismo; una sorta di economia di mercato sociale, esito di una miscela fatta di keynesismo, di partecipazioni statali, di intervento pubblico non conforme al mercato e di politiche di oligopolio, in nome del principio familistico che favorisce coloro che meglio garantiscono gli assetti consolidati, mediante una rendita di posizione che non consente l’affrancamento dei cittadini dalla posizione neofeudale, conservandoli in una condizione di sudditi: pray, pay, obey.

In definitiva, la “Terza Via” di Röpke e di De Gasperi è la risultante di una considerazione in merito al valore qualitativo dell’intervento pubblico che, al di là della quantità, dovrà dimostrare di essere qualitativamente conforme al regime di concorrenza, e alla valutazione, anch’essa qualitativa, della natura del totalitarismo; tra democrazia e totalitarismo non vi sarebbe una differenza di grado di autoritarismo, quanto di specie, la qualità genetica della democrazia è irrisolvibile in quella del totalitarismo.

In questa prospettiva, il totalitarismo indica il monopolio del politico sul sociale, la riduzione monistica dei processi sociali, la rinuncia alla democrazia come modello poliarchico delle istituzioni e all’abdicazione della società civile da modello plurarchico delle forme sociali, a favore di una visione monarchica di entrambe e del definitivo monopolio politico sul bene comune, con tutto il carico di discrezionalità, di arbitrio, di stato d’eccezione, di decisioni emergenziali prese in forza di arcana imperi che solo al Principe è dato conoscere; in una parola: di Ragion di Stato, dove il presunto fine buono giustifica qualsiasi mezzo, anche il più nefasto, ma quando il fine è buono lo decide il Principe.

Flavio Felice

 

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