Davvero di cattivissimo gusto l’intervento di Marco Rizzo per farci sapere che ha brindato alla morte di Michail Gorbačëv. Una cosa che, ha detto, attendeva dal 1991. Tra i due non è possibile fare alcun paragone, tanta è stata la statura dell’ultimo Presidente dell’Unione sovietica che ben conosceva i problemi del comunismo, in generale, e di quello che in Russia aveva dato vita ad una forma concreta, poi esportata con la forza, in un’ampia parte dell’Europa orientale.

Non a caso, Gorbačëv aveva salito tutti i gradini della scala gerarchica della cosiddetta nomenclatura. Aiutato da quel Jurijdim Andropov che lui aveva conosciuto giovanissimo nella piccolissima cittadina termale di Mineralnye Vody, nel distretto di Stravopol nel Caucaso dove l’allora ancora solamente capo del KGB, i potentissimi servizi segreti russi del tempo, passava ogni anno le acque e dove Gorbačëv era il segretario locale del Pcus. Una carriera guidata, insomma, molto autorevolmente. E coltivata molto bene nonostante la sua velocità, Gorbačëv sarà il più giovane Segretario generale a soli 54 anni, perché, come sembra uomini del suo entourage abbiano spiegato, a metà degli anni ’80, ai dirigenti del Pc italiano che auspicavano la sua presa di potere a Mosca, bisognava che il tempo facesse il suo corso e che si esaurisse naturalmente e senza contraccolpi gran parte dei componenti la generazione di chi il comunismo lo aveva visto insediarsi e forgiarsi così tanto sanguinosamente sotto le mani di Stalin.

Nel corso di una conferenza stampa di Gorbačëv a Londra, dove volle invitare pochissimi giornalisti occidentali, gli sentii dire con una certa simpatica ironia che la canzone che più gli piaceva era “My way” ( A modo mio) di Frank Sinatra. Ma quel suo modo ebbe tantissimi nemici. Forse troppi. Glasnost, con il suo carico di trasparenza, e Perestrojka, che significa ricostruzione, resteranno indissolubilmente legate al suo tentativo fallito di trasformare l’Unione Sovietica. Due parole destinate a scuotere dalla fondamenta un gigante dai piedi d’argilla che già si ribellava all’idea di ridurre il tasso d’alcol mediamente consumato dai russi, figurarsi ad uscire dalla mentalità statalista che per circa 70 anni aveva costituito la cifra più importante dell’Unione Sovietica.

Non fu sufficiente mandare in pensione quanti dei vertici sopravvivevano del vecchio sistema, a partire da quell’Andrej Gromyko che per decenni aveva avuto l’appalto per la gestione degli affari internazionali. Il tentativo di colpo di stato del 1991, che tanto lo debilitò fisicamente e politicamente, indirettamente disse come fosse difficile, se non impossibile, “raddrizzare le zampe al cane”, cioè riorganizzare un sistema che la storia aveva sconfitto e rifiutato.

Non bastò neppure il suo accettare sempre il confronto puntando sull’intelligenza dell’interlocutore e il suo tocco umano e la sua sensibilità. Lui era ateo convinto. Eppure sapeva quanto la spiritualità fosse parte inalienabile dell’essere umano. Cose che non riuscirono a scalfire né un Occidente interessato a chiudere lo scontro con i comunismo nei tempi più brevi possibili e, ovviamente, indifferente al tipo di Russia che ne sarebbe venuta fuori né l’apparato militare industriale che, prima, gli ha preferito Boris Eltisn e, poi, Vladimir Putin. E neppure i veterocomunisti alla Marco Rizzo, che ancora oggi non mancano in tutta la Russia, i quali preferiscono parlare di una dottrina e di una pratica politica, statuale ed antropologica davvero degna di finire, ma in maniera critica, molto critica, solamente archiviata nei libri di storia.

Giancarlo Infante