E dunque, in piena fase di gestione governativa degli “affari correnti”, giunge la notizia che stiamo per seppellire definitivamente l’Alitalia. Lo facciamo con il pudore consentito dall’averla chiamata ultimamente Ita. Ma sempre di quello si tratta. Lo facciamo con … troppi miliardi di ritardo. Nel senso che, visto come sempre a Air France doveva finire, se lo avessimo fatto a tempo debito i contribuenti italiani avrebbero risparmiato un sacco di soldi. E anche incassato di più perché allora i francesi avrebbero versato almeno due miliardi di euro.

La vendita al vettore francese si sarebbe potuta fare già nel 2008. Secondo gli analisti del settore, per alcuni dei quali quella sarebbe stata l’inevitabile e più logica fine di Alitalia, questi 14 anni di ritardo ci sono costati, invece, oltre quattro miliardi di euro. Ma allora si insisteva per salvare “l’italianità” di una compagnia aerea il cui compito, prima di mostrare i colori nazionali in un numero sempre più ridotto di aeroporti, avrebbe dovuto essere quello di offrire al traffico nazionale ed internazionale una flotta adeguata. Tra l’altro, ai livelli di quello che Alitalia ha saputo fare fino a quando non è diventata un altro oggetto del desiderio da “spolpare”.

Un aspetto curioso è dato dal fatto che la cordata concorrente della Lufthansa si era detta disposta ad acquistare una parte delle quote molto più alta di quanto non farà Air France che lascerà una quota di minoranza del 45% agli italiani che, così, non conteranno molto e, invece, potrebbero trovarsi nella condizione di dover finanziare la compagnia della concorrenza.

In ballo non dovrebbe essere tirata solo la classe politica, come merita abbondantemente, ma anche quel mondo di imprenditori che per decenni hanno solo saputo “prendere” e poco investire del loro. E questo a dispetto dei begli articoli che fanno pubblicare sui giornali che controllano più o meno direttamente o che condizionano con le loro ricche inserzioni pubblicitarie.

Quello che per anni è stato un vero e proprio vanto dell’Italia è diventata una modesta compagnia che prima o poi indosserà definitivamente un altro tricolore e sarà utilizzata dal nostro principale concorrente in campo turistico qual è la Francia. E questo anche grazie al combinato disposto di una classe dirigente e della mancanza di un’adeguata informazione su quanto bolle in pentola. Cosa cui si riferisce l’intervento di Sergio Bellucci che pubblichiamo a seguire.

In questi giorni assistiamo ad un braccio di ferro tra partiti presenti in parlamento e governo sul tema dell’intervento a sostegno delle imprese e delle famiglie sul tema dell’energia. Il dibattito ruota sulla possibilità o meno del governo, ricordiamolo in carica solo per gli affari correnti, di poter intervenire sul costo dell’energia che sta mettendo in ginocchio famiglie e imprese. Draghi lascia trapelare, dai soliti ambienti vicini e mai “ufficiali”, di avere le mani “legate” perché in carica per i soli affari correnti.

Il dibattito sarebbe corretto, anche se preferiremmo che uscisse dalle segrete stanze del dibattito politico e divenisse pubblico, se non accadessero cose che smentiscono la propensione del governo a non “intervenire sulla sostanza delle scelte” che riguardano il futuro del paese anche per non interferire con le scelte che il popolo sovrano compirà tra pochi giorni e che potrebbero indirizzare in maniera alternativa l opzioni politiche in maniera totalmente legittima.

Ora noi tutti sappiamo che uno dei punti centrali di una economia contemporanea è rappresentato dalla capacità di connessione nazionale e internazionale di un territorio e che il possesso e la capacità di indirizzo di una compagnia aerea di bandiera, sia uno degli elementi che contraddistiguono uno straccio di sovranità nazionale.

Come accade per le telecomunicazioni il trasporto aereo rappresenta un caposaldo che un paese avanzato non può lasciare al mero mercato, alle decisioni di consigli di amministrazione che rispondono al solo criterio del ritorno economico.

Ecco che, proprio durante “la gestione degli affari correnti” emerge la decisione del governo di proseguire con l’indirizzo di vendita di ciò che resta della nostra compagnia di bandiera ad una cordata internazionale.

La domanda sorge spontanea: ma se il governo è nell’impossibilità di scegliere interventi significativi per sostenere i costi relativi alle bollette energetiche, perché il governo è in grado di intavolare la trattativa per vendere una azienda strategica per il paese?

Ai posteri l’ardua risposta, visto che non c’è un giornalista che sia in grado di fare la domanda…