Già ha avuto diffusione sul web la notizia che – durante l’esame del disegno di legge di conversione del decreto legge 18/2020, recante misure di potenziamento del Servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19 (AS 1176)[1] – tre senatori del PD – Paola Boldrini, Stefano Collina e Tatjana Rojc – hanno presentato un subemendamento (lo strumento a cui si ricorre più di frequente quando si fa un tentativo di introdurre una norma senza dare troppo nell’occhio) per esentare da ogni “responsabilità civile, penale e amministrativo-contabile” tutti i  “titolari di organi di indirizzo o di gestione che, nel corso dell’emergenza sanitaria in atto, nell’esercizio delle proprie funzioni istituzionali, anche normative od amministrative, abbiano adottato ordinanze, direttive, circolari, raccomandazioni, pareri, atti o provvedimenti comunque denominati, la cui concreta attuazione, da parte delle strutture sanitarie e socio-sanitarie, degli esercenti le professioni sanitarie, degli enti preposti alla gestione dell’emergenza o di altri soggetti pubblici o privati tenuti a darvi esecuzione, abbia cagionato danni a terzi” (comma 3 del subemendamento).

Insomma un vero e proprio salvacondotto, uno scudo preventivo da ogni iniziativa giudiziaria che possa in futuro colpire non solo i membri del Governo (a partire dal Presidente Giuseppe Conte), ma anche i responsabili della Protezione civile e delle strutture tecniche che stanno da un mese operando in stretto contatto con le autorità di governo per fronteggiare la pandemia da corona virus.

A rafforzare la potenza dello scudo giudiziario, il successivo comma 4 del subemendamento precisava che “La valutazione della gravità della colpa, nelle ipotesi di cui al comma 3, è operata anche in considerazione della eccezionalità e novità dell’emergenza, dei vincoli di spesa previsti a legislazione vigente in materia di servizio sanitario nazionale e della difficoltà di reperire tempestivamente dispositivi medici e di protezione individuale sul mercato nazionale ed internazionale”.

Poi – pare a seguito della scoperta e della denuncia del tentativo da parte di un sito web e quindi del clamore che la vicenda stava assumendo – i tre senatori hanno pensato di ritirare l’emendamento.

Il piccolo episodio di vita parlamentare merita qualche riflessione.

Non solo i singoli parlamentari ormai devono pararsi da iniziative giudiziarie che prendono direttamente di mira le loro funzioni istituzionali (che poi costituiscono niente altro che il funzionamento stesso di una democrazia moderna): clamorosi i numerosi casi di cronaca in cui la votazione di un emendamento “sospetto” è entrata a far parte di un fascicolo giudiziario.

Ma è bene riflettere sul fatto che questa escalation sta già per investire anche l’attività dell’Esecutivo.

Dopo la vicenda della richiesta di autorizzazione a procedere dell’ex Ministro dell’Interno Salvini per sequestro di persona da parte del Tribunale di Catania e del voto dei suoi colleghi del Senato di approvazione della stessa autorizzazione per il caso Gregoretti è ovvio che ogni Ministro o Presidente del Consiglio corre gli stessi rischi per ogni atto di governo a lui riferibile.

Peraltro come tutti ricordiamo, questa richiesta ebbe esito opposto a quella già presentata nei confronti dello stesso ministro, pochi mesi prima relativamente al “Caso Diciotti”, con evidente connessione fra le diverse scelte del Parlamento e i cambiamenti dello schieramento di governo.

Insomma, è ormai caduto il velo di ipocrisia che finora ha impedito di riconoscere in tutta la sua evidenza:

  1. che quello giudiziario è ormai entrato a pieno titolo fra gli strumenti di lotta politica;
  2. che la stessa attività di governo è esposta sempre di più a rischi di essere direttamente fatta oggetto di iniziative giudiziarie.

Quanto al primo punto, dobbiamo – senza più ipocrisie – ammettere la comprovata verità di quanto affermava alcuni anni fa una ricerca scientifica condotta dai due ricercatori (oggi accademici) Marco Cerion e Andrea Mainenti relativa alla forte correlazione fra preferenze politiche dei magistrati inquirenti e colore politico (opposto) dei parlamentari inquisiti. La ricerca – che alla sua uscita, nel 2013, suscitò qualche polemica,  si chiamava Toga Party: the political basis of judicial investigations against MPs in Italy, 1983-2013 ed è scaricabile da internet ( CLICCA QUI )

Quanto al secondo punto, non credo sia difficile riconoscere che l’attività di governo ha – per sua natura – una trasversalità ed una pervasività tali da rendere molto facile immaginare atti di governo non immuni dal rischio di determinare conseguenze ai danni di terze parti e che – di conseguenza – qualunque pubblico ministero possa ritenere opportuno prescindere dal contesto politico in cui l’atto o la decisione si inserisce (o non proporzionate le sue motivazioni) e far prevalere invece la necessità di tutelare comunque le posizioni offese.

Ciò a cui la vicenda del subemendamento del Senato dovrebbe indurci non è – a mio parere – alcuna indignazione nei confronti dell’iniziativa dei tre senatori del PD che, al contrario, hanno dimostrato prudenza e lungimiranza nel tentare di proteggere il decisore politico da un ingiusto eccesso di rischio personale, ma piuttosto il fatto che sostenere a viso aperto questa tesi sia diventato talmente difficile oggi da costringere i tre senatori a dover ritirare il subemendamento.

Meriterebbe invece una riflessione attenta la deriva a cui può portare il clima di aggressione alla politica e ai suoi rappresentanti in cui il Paese vive da anni, sommato alla combinazione delle due tendenze sopra evidenziate (politicizzazione della giurisdizione e attacco giudiziario alla attività di governo).

Questa miscela è oggi – potenzialmente – un fattore di distorsione dell’intero ordine costituzionale e di grave indebolimento delle garanzie democratiche.

Enrico Seta

[1] I cui lavori possono essere seguiti al link ( CLICCA QUI )