In Italia il confronto politico continua a oscillare tra due parole d’ordine: più Stato o meno Stato. Una contrapposizione insufficiente. Perché la domanda che sale dai territori, dalle famiglie e dai giovani non riguarda soltanto quanto lo Stato intervenga. Riguarda come interviene, per chi decide, quali diritti rende effettivi e di quali risultati è disposto a rispondere.

Una visita sanitaria rinviata, una scuola che non riesce a contrastare le disuguaglianze, un servizio sociale che lascia una famiglia sola, una pratica che si perde tra uffici: è qui che si misura la credibilità delle istituzioni. Non nei proclami. Quando un diritto dipende dal reddito, dal luogo in cui si vive o dall’accesso agli uffici, l’uguaglianza promessa dalla Costituzione rischia di restare sulla carta.

La sfiducia, dunque, non nasce soltanto dalla distanza tra eletti ed elettori. Cresce ogni volta che una decisione pubblica non incontra la vita reale. Secondo l’Istat, nel 2024 la fiducia sufficiente nei partiti politici riguardava appena il 22,4% dei cittadini. Un dato che impone alla politica di interrogarsi: che cosa rende una istituzione degna di fiducia?

Non basta uno Stato più grande, se cresce soltanto l’apparato. E non basta uno Stato più leggero, se arretra proprio dove dovrebbe assicurare condizioni di dignità e pari opportunità. Serve uno Stato migliore: forte nella garanzia dei diritti, capace di scegliere priorità, trasparente nell’uso delle risorse e rigoroso nel valutare le proprie scelte.

Questo richiede di uscire dalla falsa alternativa tra centralismo e abbandono dei territori. L’autonomia ha senso quando avvicina le risposte ai cittadini, non quando trasforma le differenze geografiche in disuguaglianze di cittadinanza. Lo Stato deve assicurare ciò che non può essere lasciato alla fortuna del luogo di nascita; le istituzioni territoriali devono poter organizzare soluzioni adeguate, assumendosene la responsabilità.

C’è poi una questione decisiva: chi partecipa alle decisioni? Le piazze e i giovani ci ricordano che non manca la domanda di politica; manca troppo spesso la possibilità di incidere. Ascoltare è necessario, ma non basta. Se la partecipazione si esaurisce in una consultazione senza conseguenze, produce altra delusione. Se invece entra nella definizione dei problemi e nella verifica dei risultati, diventa esercizio concreto di democrazia.

La Costituzione offre già una direzione. L’articolo 118 riconosce e promuove l’iniziativa autonoma dei cittadini, singoli e associati, nelle attività di interesse generale. Non è un invito allo Stato a ritirarsi né una delega gratuita al volontariato. È il fondamento di una responsabilità condivisa nella quale istituzioni, associazioni, comunità e persone concorrono al Bene Comune, nel rispetto dei rispettivi ruoli.

Decidere, allora, non significa accentrare ogni scelta né distribuire responsabilità per non rispondere di nulla. Significa assumere decisioni riconoscibili: stabilire obiettivi, indicare risorse e tempi, rendere pubblici i criteri, consentire ai cittadini di controllare ciò che è stato fatto. E correggere la rotta quando i risultati non arrivano. Una politica autorevole non teme la valutazione; la considera parte del proprio mandato.

Per questo la riforma più urgente non è soltanto organizzativa. È culturale e democratica. Occorre passare dallo Stato che annuncia allo Stato che mantiene, dall’amministrazione che gestisce procedure a quella che si prende cura degli esiti, dalla cittadinanza chiamata a votare alla cittadinanza messa nelle condizioni di contribuire.

Il problema dell’Italia non è scegliere tra più Stato e meno Stato. È pretendere uno Stato migliore e una politica all’altezza del suo compito: decidere nell’interesse delle persone, costruire fiducia con i fatti e rendere il Bene Comune il criterio con cui giudicare ogni scelta pubblica.

Rosapia Farese

 

About Author