Colgo l’occasione del silenzio su un caso piuttosto inquietante per la democrazia per fare un discorso di natura propriamente politica (non tecnica). Mi riferisco al caso delle due fregate Fremm (Fregate europee multi-missione) vendute dall’Italia all’Egitto per 1,2 miliardi di euro, che rappresenterebbero solo un anticipo di una commessa ben più sostanziosa, fra i 9 e gli 11 miliardi di euro, e che comprenderebbe altre 4 fregate, 20 imbarcazioni della categoria Falaj II per operazioni di pattugliamento, 24 jet Eurofighter Tycoon, 24 addestratori di jet M-346, elicotteri AW149 e un satellite militare.

Mentre la prima nave, la Spartaco Schergat, (ribattezzata dagli egiziani al-Jalala, in onore di una delle montagne più famose in Egitto) è pronta a salpare per Alessandria d’Egitto, Abdel Fattah al-Sisi, il presidente-generale, continua la sua oppressione con l’arresto di migliaia di oppositori, torture e omicidi. Il tappeto rosso steso ad al-Sisi copre ogni violazione di legge: mi riferisco in particolare alla legge 185/1990 in materia di controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento. È come se per alcuni settori della politica e dell’economia italiana le leggi siano solo le regole di un gioco, da aggirare, prive di contenuti, ma anche se fossero in uno scenario ludico risulterebbero comunque disonesti, poiché barano spudoratamente, non solo aggirando, ma calpestando leggi poste a custodia della dignità umana e chi ha lottato per queste.

Questo è solo uno dei tanti esempi attuali, reso particolarmente eloquente dall’ennesimo schiaffo sul corpo massacrato di Giulio Regeni e dalla vita in ostaggio di Patrick Zaki (ai quali da giovane universitario mi sento vicino); ma se ne potrebbero fare tanti altri: legati ai rapporti con la Turchia di Erdogan, con la coalizione araba impegnata nei crimini di guerra in Yemen, ai nostri interventi nei Balcani, in Afghanistan, Iraq, Siria, Libia, fino alle esecuzioni sommarie che partono dal nostro paese con l’uso dei droni per gli omicidi extragiudiziali di una guerra mondiale, come se lo stato di diritto non fosse mai esistito. L’ultima beffa l’ha portata la pandemia dopo una spaventosa asimmetria di spesa PUBBLICA per gli armamenti rispetto ai tagli alla sanità e all’istruzione che fa pensare che lo stato si sia premurato di acquistare F-35 abbandonando la salute pubblica e segnando le future generazioni con una formazione priva della dignità che meriterebbe. Un arsenale rinnovato e un’attività industriale dal massimo profitto non hanno potuto salvare la vita a nessuno e oggi contiamo più di 59500 morti, quando invece qualche medico, respiratore, reparto in più avrebbero potuto salvarle. Senza contare il fatto che l’industria bellica non si è mai potuta fermare anche a fronte di numerosi contagi tra il personale, mentre la scuola martoriata, forse per la prima volta, si avvicina al centro del dibattito.

Davvero basta l’economia per giustificare simili massacri? Quello della finanza, argomento usato per giustificare qualsiasi cosa, sta ancora in piedi nonostante l’atrocità di un’economia di guerra e l’evidenza dei vantaggi in termini di sviluppo (sia quantitativi che qualitativi) di un’economia di pace.

La distanza di queste operazioni economiche dall’opinione pubblica e la distorsione della verità indispensabile per manovrare il consenso rivelano una democrazia mutilata che dal 1978 (data “spartiacque” della politica italiana) non ha più interessato il settore della difesa.

D’altro canto già il generale Eisenhower, avendo ben chiara la situazione mondiale, diceva nel discorso di congedo da presidente degli Usa nel 1961 che “nei concili di governo, dobbiamo guardarci le spalle contro l’acquisizione di influenze che non danno garanzie, sia palesi che occulte, esercitate dal complesso militare industriale. Il potenziale per l’ascesa disastrosa di poteri che scavalcano la loro sede e le loro prerogative esiste ora e persisterà in futuro”.

Tutto questo è di certo una mancanza di rispetto verso i cittadini italiani, ma soprattutto verso coloro che in prima linea vengono impiegati in operazioni di questo genere. Chi lavora nelle forze armate e lo fa con dedizione per servire la repubblica spesso non può sapere quando invece contribuisce a gonfiare le tasche di alcuni azionisti a sua insaputa, delle volte pagando pure gravi conseguenze. Si usa la vita, generosamente messa a disposizione da queste persone per garantire una LEGITTIMA difesa, per interessi particolari e scopi moralmente degradanti.

C’è un’altra questione cruciale nella politica internazionale e italiana: la presenza (anche in Italia) delle armi nucleari. Queste sono fuori da ogni ragione o logica, rispondendo solo a una psicopatica pulsione suicidaria e omicida, che una pseudoumanità illusoria talora esprime con la menzogna. Potremmo dire che il possesso e qualunque contributo di progettazione, sviluppo, costruzione, pianificazione all’uso di queste armi si configurano moralmente come un intrinsece malum. È necessario dunque passare da una politica nichilista del suicidio alla politica del bene comune. Anche l’argomento della “deterrenza” si è dimostrato fallace, in quanto non ha bloccato nessuna guerra (le ha solo spostate), non ha risolto alcun conflitto e anzi ha spinto paesi autoritari e instabili come la Corea del nord e L’Iran a sviluppare il nucleare per poter sedere al tavolo delle trattative e avere accesso a determinati negoziati. Occorre infine prendere in considerazione potenziali errori nella gestione di queste tecnologie, poiché l’onnipotenza dell’uomo, anche se viene annunciata, non è mai esistita e mai si verificherà.

Inoltre appare piuttosto disarmante sapere che è stato stimato che il 20% di tutto il degrado ambientale nel mondo sia dovuto agli eserciti e alle relative attività militari, mentre ci interroghiamo quotidianamente se prendere l’auto piuttosto che i mezzi pubblici per il trasporto o come fare la raccolta differenziata.

Sono ancora convinto che si faccia politica con una coscienza personale e non “eseguendo gli ordini” e se scrivo queste cose è perché prendo sul serio la Costituzione e credo fermamente che il popolo italiano (a cui appartiene la sovranità) aderisca ancora al ripudio della guerra come sancito dall’art. 11.

L’economia italiana puzza di morte, ma noi speriamo possa iniziare a profumare di vita.

Quindi si rende necessario: riscrivere democraticamente un nuovo modello di difesa coerente con la Costituzione e non con gli interessi finanziari (di pochi); prendere provvedimenti legislativi per un forte controllo del mercato delle armi e la piena trasparenza delle operazioni; convertire la spesa pubblica verso sanità e istruzione (i più importanti investimenti di difesa come ci insegna la storia e la pandemia); Introdurre una difesa nonviolenta per la gestione dei conflitti, istituita con un dedicato “ministero di pace” o presso un’altra sede istituzionale con un adeguato portafoglio; firmare e ratificare il trattato internazionale di proibizione delle armi nucleari che entrerà in vigore il 22 gennaio 2021; lavorare per un rafforzamento delle relazioni internazionali a favore della pace e a tutela dello stato di diritto.

Occorre inoltre:

-Una difesa europea, impegnata esclusivamente nella legittima difesa che, al contrario di come questa è stata interpretata recentemente dal dibattito politico italiano, per essere tale dev’essere un’extrema ratio (non un’opzione tra le tante) e proporzionale all’offesa.

Questo è un elemento imprescindibile per un’auspicabile maggiore integrazione europea, che però dev’essere accompagnata da un ancor più importante processo di democratizzazione delle istituzioni per esempio rendendo vincolante la legislazione del parlamento europeo, in modo che possa anche costituire degli organi specifici di governo legittimati dalla sovranità popolare per controllare il delicato processo integrativo di sovranità.

Questo significa anche iniziare a partecipare alle iniziative europee (molte sono quelle già avviate da Francia e Germania nel settore della difesa) preferendole ad altre e portando avanti i nostri valori costituzionali.

-Un ripensamento della NATO che veda al centro della riforma la parità tra i membri (non la sudditanza di qualcuno rispetto ad altri) e una vera relazione internazionale tra alleati (non subalterni).

L’alleanza atlantica solo sul piano politico del multilateralismo può essere rilanciata (non sotto quello militare che negli anni ha provocato solo problemi, distruzione e morte) per acquistare un nuovo senso nella storia dell’occidente. Per fare questo è necessario rivederne la natura aggressiva (la forza militare che ha fatto più guerre, con numerose vittime civili, dalla seconda guerra mondiale ad oggi) riproponendo la centralità dell’art. 5 dello statuto che sancisce la natura DIFENSIVA dell’Alleanza. Inoltre è importante configurare la NATO come strumento di collaborazione POLITICA tra i paesi membri (composta dal Consiglio Atlantico, l’Assemblea parlamentare, il segretario generale), soprattutto nell’ambito dei processi decisionali afferenti materie di politica estera, abbandonando progressivamente la struttura militare (il vero problema della NATO) in vista di una maggiore integrazione della difesa europea.

-Una riforma dell’ONU che avvii la democratizzazione del consiglio di sicurezza e istituisca degli organi di controllo in base alle necessità riscontrate negli ultimi decenni (per esempio per la questione “socio-ambientale” e quella “sanitaria” come dimostrano le necessità sorte dalle crisi climatica e pandemica che stiamo vivendo). È indispensabile inoltre che l’ONU venga dotata di “riserve strategiche” per il peacekeeping, peace-making e peace-enforcing e di una struttura di rapido impiego di polizia civile, chiedendo l’implementazione della Carta delle NU, in particolare gli articoli 43 e 47, e l’abrogazione dell’art. 106. Altrimenti delegando all’ONU solo il peacekeeping (come avviene in parte ora) gli stati più forti, singolarmente o per coalizioni, fanno tutto il resto, inclusa la guerra preventiva, facendo sì che la divisione del lavoro militare fra stati e ONU vada a tutto detrimento di quest‘ultima, cioè a detrimento della legalità, della sicurezza e della pace.

Questi potrebbero essere piccoli/grandi passi per iniziare un processo di civiltà.

Al di là delle questioni tecniche e giuridiche c’è una grande questione politica di fondo. Bisogna esplicitare coerentemente la parola “Pace” inserita nel simbolo di Insieme, anche prendendo posizione rispetto ai così detti “mercati di morte”, per garantire il fine della difesa e avviare nuovi mercati capaci di generare vita.

Tommaso D’Angelo