Che il Partito Democratico sia venuto meno al suo stesso assunto fondativo è ormai del tutto chiaro anche ai più accesi sostenitori di tale prospettiva. La “fusione” tra gli epigoni delle due grandi tradizioni popolari che hanno animato la dialettica democratica della prima repubblica è inevitabilmente fallita. La prova documentale è data dal fatto che il contenitore politico in cui, appunto, confluivano queste due grandi culture differenti, ma ugualmente radicate a livello popolare, avrebbe dovuto conseguire la più alta rappresentanza dei ceti che vi si riconoscono, senonché al PD è esattamente il voto popolare ad essere mancato. Si sono elise a vicenda.

Che necessariamente non potesse se non finire così, taluni l’hanno compreso a livello prognostico, altri lo stanno constatando – ma c’è voluto qualche decennio – a cose fatte, cioè a livello diagnostico. Si è commesso l’errore di confondere il versante della proposta sociale con quello più propriamente politico, invertendo l’ordine delle priorità tra questi due profili. Si è ritenuto che la condivisione di un’ agenda sociale potesse sovvenire o addirittura rendere del tutto insignificante la reale distanza politica tra un popolarismo di ispirazione cristiana e di cultura cattolico-democratica ed un popolarismo ascrivibile, in ultima istanza, alla sua originaria vocazione marxista.

Le culture politiche fondate su forti presupposti di pensiero e storicamente consolidate non sono fantasmi notturni che si dileguano alle prime luci dell’alba, ma piuttosto linee di forza che, sia pure a tratti carsiche, continuano ad operare, per quanto inavvertitamente, nella coscienza dei singoli e delle stesse collettività. Per questo è necessario che il PD cessi di recitare la parte di quell’ equivoco in commedia che altera l’ intera sceneggiatura. Per questo ha ragione chi, avendo concorso baldanzosamente alla sua creazione, oggi ne invoca lo scioglimento.

E’ necessario, per il bene del Paese, che il PD liberi dal cappio in cui le costringe le diverse culture politiche che vi hanno trovato rifugio e consenta a ciascuna di guadagnare l’autonomia necessaria ad elaborare una proposta originale, nel segno della propria specificità. Le differenze che, occultate ed artificiosamente omologate diventano corrosive, sono, in effetti, il sale della terra, una ricchezza, purché si abbia il coraggio di affrontarle a viso aperto.
E poste, se mai, questo si’, a fronte della pericolosa offensiva della destra, nella condizione di coordinare, laddove fosse necessario e possibile, una efficace azione congiunta, purché questo avvenga non nei termini di una fusione, bensì secondo i canoni di un rapporto di “coalizione” come De Gasperi ce l’ha insegnato.

“Autonomia”, dunque – come INSIEME sostiene da sempre, fino a farne la propria ragione fondativa – anche per i cattolici-democratici, in termini di elaborazione politica ancor prima che di schieramento. Ed è questa, infatti, la cartina di tornasole necessaria a comprendere chi intenda il rilancio di una prospettiva “popolare” secondo questa vocazione autonoma o piuttosto sia alla ricerca di un qualche motivo che consenta, se non altro in forma più dignitosa, di persistere nell’errore.

Domenico Galbiati