In fondo, è inevitabile che le affinità elettive tra “populisti”, ad un certo punto, emergano. L’ accoppiata “giallo-verde” evidentemente non è poi vero sia stata così innaturale quando Lega e 5 Stelle sedevano insieme nel primo governo Conte. Né, quindi, ci si deve sorprendere se oggi concorrono a smarcarsi dal governo Draghi di cui pure sono parte sostanziale. Lo avrebbero fatto comunque, anche se non ci fosse stata la guerra in Ucraina. Ricorrendo ad altri temi su cui rimarcare comunque i loro distinguo e questo perché la loro stessa origine li condanna ad adottare un abito mentale che nella demagogia populista trova il suo indispensabile alimento.

Si riteneva che gli uni fossero di destra e gli altri di sinistra, che avessero differenti priorità programmatiche e rappresentassero diversi interessi sociali e diversi umori, stati d’animo dissimili nel Paese, se pure accomunati da sentimenti in larga misura comuni, ad un tempo, di insicurezza e di timore, di rabbia e di rancore.

Ciò che dà conto della fisionomia di una determinata forza politica è sicuramente il merito dei suoi punti programmatici, ma la sua effettiva natura la si evince piuttosto dal metodo, cioè dalla postura con cui si interpone, in funzione del ruolo di rappresentanza che intende assumere tra la società civile e, cioè, gli elettori da una parte e l’ordinamento istituzionale dall’altra. E qui la classica distinzione tra destra e sinistra cede il passo ad una diversa polarizzazione tra democratici e populisti, tra coloro che ricercano un rapporto di coinvolgimento e di partecipazione critica ed attiva del corpo sociale alla vicenda politica e coloro che ripiegano sulla demagogia, tra chi cerca di favorire un approccio razionale ai temi in discussione e chi predilige una comoda deriva emozionale, accompagnata spesso da incitamenti divisivi oppure dal dileggio o dall’invettiva.  Viene alla luce la pericolosità per la democrazia del populismo in ogni sua forma, nella misura in cui – perfino forzando la mano a coloro che lo propugnano – è incline a promuovere sentimenti di astio e di odio sociale, piuttosto che di amicizia.

Le forze politiche, per quanto possano andare incontro ad importanti evoluzioni ed affinamenti del proprio pensiero e della propria azione, quasi mai sfuggono a quella sorta di destino che è indelebilmente scritto nelle loro gesta fondative. La loro cifra originaria, sia pure in filigrana, permane.

Lega e 5Stelle, a mano a mano che si avvicina il momento del rendez-vous elettorale non ce la fanno a mantenere un atteggiamento “governativo” che, soprattutto in questo frangente, esigerebbe la capacità di trascendere quell’ intonazione autoreferenziale che si alimenta di toni oppositivi e di protesta, essenziali alla loro stessa ragion d’essere.
Si aggiunga poi la specificità del momento. Salvini e Conte, hanno evidentemente le loro ragioni per smarcarsi dalla linea del Governo in ordine al sostegno all’Ucraina, soprattutto sul fronte dell’invio di armi.

Quel che colpisce non è, dunque la cosa in sé, ma piuttosto come le loro motivazioni mostrino la corda. Salvini si scopre, ad un tratto, uomo di pace e si rifugia nell’ombra di Papa Francesco … insomma come faceva al tempo del Viminale e delle navi ONG respinte in mare. In quanto a Conte più è incerta la sua leadership più strilla. Del resto, non finisce di sorprendere la sua pochezza politica. La si avverte lontano un miglio da quanto sia l’esigenza di tenere il bandolo della matassa interna al Movimento a determinare i suoi orientamenti, perfino su un tema da far tremare i polsi qual è la guerra in atto.

Scaricare i tormenti interni ai 5 Stelle sul Governo, facendo venir meno la propria solidarietà ad un esecutivo di cui si detiene – a guerra in corso – il dicastero degli Esteri, è questione di gravità inaudita che mina pericolosamente la credibilità internazionale dell’Italia. Insomma, populisti si nasce, demagoghi si diventa. E i demagoghi sono sempre, strutturalmente, di destra, anche ove si facessero carico delle più avanzate riforme sociali. Dovrebbero prenderne nota dalle parti del Nazareno, chiedendosi seriamente come si possa costruire il cosiddetto “campo largo” della sinistra arruolandovi una forza che, magari non lo sa essa stessa, ma chiaramente inclina a destra.

Domenico Galbiati