Mi hanno particolarmente colpito le parole di Mario Rossi “se il mondo cattolico impara a usare questi mezzi (tecnologici e informatici, ndr) non lo ferma più nessuno” nella videoconferenza della scorsa settimana organizzata dall’associazione Traguardi  e da Politica Insieme con il professor Stefano Zamagni ( CLICCA QUI ). Forse quelle parole sono sfuggite ai più, perché in quel momento si stava mettendo a punto il collegamento streaming.

Sono parole significative che mi hanno riportato alla memoria quelle di Lamennais di quasi due secoli fa: “Gli uomini tremano di fronte al liberalismo: rendilo cattolico e la società rinascerà” scritte in una lettera del 30 gennaio 1829. Una data che può essere considerata il certificato di nascita del movimento cattolico, italiano ed europeo. E da lì parte quel filo bianco (si è soliti dire rosso, ma in questo contesto preferisco chiamarlo bianco) che arriva ad Aldo Moro, passando per Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi, Maurice Shumann, Konrad Adenauer, Giulio Andreotti ed Helmut Kohl solo per citare i nomi più significativi che hanno lasciato un segno profondo nella storia.

Nonostante la tormentata vicenda religiosa e politica di Lamennais, molto simile mezzo secolo dopo a quella di Romolo Murri, il transalpino è stato tra i primi a cogliere l’impatto sismico provocato dalla Rivoluzione francese intuendo prima e più chiaramente di altri che il mondo non sarebbe più stato quello di prima: iniziava l’era della democrazia.

Quello che due secoli fa era il liberalismo politico altro non era che il movimento per la democrazia contro l’idea di potere per legittimazione divina o ereditaria o per meriti di conquista militare. Sarebbe stato un cammino lungo, tormentato e doloroso senza un punto finale preciso di arrivo perché la democrazia non è un traguardo ma una realtà da perseguire e costruire giorno per giorno, perché ogni giorno è minacciata da nuovi pericoli. Tra le più grandi conquiste della democrazia, vi è quella che sa accettare anche i nemici della stessa democrazia, anche quando si travestono da paladini della democrazia, anzi questi sono i più insidiosi. Al punto che Churchill l’ha definito “il peggiore dei sistemi politici, eccetto tutti gli altri”.

Le parole di Lamennais, tuttavia, vanno oltre e indicano i due binari dell’impegno cristianamente ispirato: da un lato i cattolici devono scendere in campo e partecipare attivamente alla vita politica; dall’altro devono farsi carico di essere custodi e garanti della democrazia, difendendola dagli attacchi e facendo in modo che la democrazia sia per tutti. Costruire la democrazia significa costruire giorno per giorno quella che Giuseppe Lazzati chiamava “la città dell’uomo a misura di uomo. Un cantiere – diceva il rettore della Cattolica – dove tutti sono chiamati a lavorare in base alle proprie mansioni: da quelle di carattere direttivo a quelle più umili, ma non meno indispensabili ai fini della costruzione”. Quindi “partecipare a questo cantiere – rimarcava Lazzati – significa impegnarsi in quella che chiamiamo azione politica per conseguire il bene comune che non è di questo o quel cittadino, di questo o quel gruppo sociale, ma il bene in cui ciascuno, persona o gruppo, trova il massimo bene compatibile con il bene delle altre persone e degli altri gruppi”.

La storia del movimento cattolico è proprio questa: tra alti e bassi, tra errori e conquiste, tra incertezze e fughe in avanti, spesso anticipando i tempi e talvolta sbattendo contro il muro dei tempi non maturi. L’intelligenza di Sturzo è stata, prima di tutto, quella di attendere che i tempi maturassero senza impazienze né cedimenti, perseguendo l’obiettivo di portare le masse, non solo i cattolici, ad essere protagonisti della vita politica.

De Gasperi è stato al timone del Paese quando l’Italia “congedò” la famiglia reale mentre la democrazia era insidiata da forze che sbandieravano una falsa libertà. E si arriva ad Aldo Moro, l’ultimo dei grandi democristiani, che aveva una visione ben chiara del ruolo del movimento cattolico. Basti ricordare un passaggio del suo ultimo discorso pubblico, quello del 28 febbraio 1978, davanti ai gruppi parlamentari in vista della fiducia al governo della “solidarietà nazionale”, voto fissato per quel terribile 16 marzo. Ebbe a dire: “Abbiamo il senso di un’accresciuta consapevolezza della responsabilità che ricade sulla Democrazia cristiana”. E subito dopo: “La nostra flessibilità ha salvato fin qui, più che il nostro potere, la democrazia italiana”. Moro perseguiva un progetto (il “cantiere” di Lazzati) che andava ben al di là della formazione di una coalizione di governo, perché voleva compiere un passo avanti nel rafforzamento della democrazia.

Tanti altri sono i passaggi storici che hanno visto i cattolici protagonisti in politica, lo spazio di un articolo non consente di andare oltre. Ma è doveroso uno sguardo sull’Europa. Sarà stato certamente un fatto casuale che la caduta del Muro di Berlino sia stata “gestita” da un cancelliere del partito cristiano-democratico. Certamente è stata una fortuna per l’Europa che il primo cancelliere tornato a Berlino sia stato un cristiano-democratico. Chi oggi sta prendendo decisioni importanti per il presente e il futuro dell’Europa, non dimentichi i propri maestri.

C’è bisogno, dunque, di un rinnovato impegno dei cattolici in Italia e in Europa. Ed è significativo sottolineare come Giancarlo Infante, nel suo intervento su “Politica insieme” di qualche giorno fa, dal titolo significativo: “Verso un ‘nuovo’ soggetto politico, senza essere gregari di alcuno”, abbia evidenziato che “quell’impegno è collegato al pensiero sociale della Chiesa e alla Costituzione in cui quel pensiero venne trasfuso con l’apporto del meglio di altre posizioni ideali e ideologiche”. Ecco il doppio binario: portare nell’azione politica i propri valori, idee e progetti; fare azione politica non per sopraffare gli altri, ma per rafforzare i legami dello stare insieme come comunità, sul tracciato disegnato dalla Costituzione