Scriveva nel 1925 Giovanni Gentile, nel Manifesto degli intellettuali fascisti, che il fascismo è un “movimento recente ed antico dello spirito italiano”. Non è facile dargli torto giacché il fascismo è, in effetti, una categoria dello spirito, un’attitudine mentale, un modo specifico nel porsi in relazione con gli altri e con la cosa pubblica. E’ da questo che si diramano la definizione di un’ideologia totalitaria, la pratica squadristica in politica e un militarismo più fatto di retorica che di sostanza, comunque sufficiente a portare la distruzione dell’Italia e dello stesso fascismo.

Il tutto permeato dalla refrattarietà verso la democrazia, da componenti razziste e da una assoluta indisponibilità a comprendere ed accettare la complessità dell’esistenza e delle relazioni, pubbliche e private.

Il 25 aprile non segna, dunque, solo la fine del fascismo e della sua alleanza e acquiescenza ai criminali nazisti. E’ il faticoso e drammatico arrivo sulla scena di una visione alternativa degli uomini e delle cose. E’ finalmente un’Italia democratica in senso moderno. Questo, grazie soprattutto ad Alcide De Gasperi che dimostrò sagacia ed effervescenza di scelta e di sintesi democratica, costruttiva, equilibrata, inclusiva.

Questo giorno andrebbe vissuto, così, al di fuori della ricorrenza da calendario perché il suo spirito e ciò che rappresenta dovrebbero sostanziare, in modo permanente, l’umanità ispirata democraticamente e dalla Solidarietà.

Al 25 aprile si giunse anche sulle ali spiegate al “Vento del nord” che sta a significare la forza del rinnovamento portato da quanti, soprattutto sulle prealpi e sull’Appennino centro settentrionale, scelsero la macchia piuttosto che perdere il proprio onore, i propri sentimenti, un particolare senso della Vita. Fu la folata portata anche da molti giovani cattolici, tra cui i fratelli Di Dio della formazione Val Toce, trucidati dai nazifascisti, da Enrico Mattei, Paolo Emilio Taviani, Eugenio Cefis, Giovanni Marcora, Tina Anselmi, e da tanti sacerdoti.

Quel Vento, in quel giorno di aprile di tanti anni fa, trovò sublimazione e vittoria, fu tanto forte da imporre la scelta repubblicana contro l’ipotesi del perpetuarsi di una Monarchia squalificata e compromessa.  Con la Repubblica, giunsero il voto alle donne, la libertà di stampa, la possibilità di tornare, arricchendola, a quella dialettica politica che si rifaceva ai filoni di pensiero più innovativi dell’Italia post unitaria, soffocati nel corso di oltre vent’anni da violenza, ignavia, vigliaccheria: quelli rappresentati dal liberalismo democratico, dal socialismo e dal popolarismo.

Molte volte si sente parlare del 25 aprile come di un ritorno o di uno ristabilimento di una situazione che l’antidemocratico e truce fascismo aveva alterato. Quasi fosse stato improvvisamente calato dall’alto, invece che rappresentare il frutto di un’Unità incompiuta e ancora tutta da portare a  sostanza di partecipazione e inclusione.

Alcuni studiosi hanno disquisito sul fatto che il passaggio tra la precedente Italia liberale e quella totalizzata dal fascismo delineasse una cesura storica, ricomposta e ricucita solamente a seguito della liberazione del Paese dal nazifascismo. Secondo altri, si tratta invece di una continuità. Opinione quest’ultima che albergò ed alberga in particolare nelle valutazioni della sinistra, la cui parte più estrema ha sempre ritenuto che il fascismo rappresentasse la stessa faccia dello stesso sistema capitalista post unitario; solo un po’ più rozza, molto più violenta e volgare.

Se il fascismo è categoria dello spirito, sempre in agguato in tanti singoli individui e in tanti gruppi, sicuramente in quelli più pronti a recepire le sirene dalla prepotenza, dell’arroganza e dell’egoismo, è evidente che Mussolini, ma anche Dannunzio e tanti altri pensatori fascisti o vicini al fascismo, fecero leva in questo qualcosa di preesistente,  più intimo ed insito in molti esseri umani.

Per questo, la questione del fascismo e delle altre visioni totalitarie e totalizzanti, certamente proprie del mondo occidentale e capitalistico, ma non solo, basti riferirsi a talune correnti di pensiero giapponesi, collocate a cavallo tra sensibilità religiosa estremista, sentimento nazionalista e scelta politica di destra, è destinata a riproporsi ciclicamente. Soprattutto, quando le condizioni economiche e sociali favoriscono le spinte dissociative e divisive.

Giuseppe Donati, come don Luigi Sturzo e Francesco Luigi Ferrari , fu costretto a vivere sulla propria pelle il significato della novità, ma anche della continuità del fascismo. Egli indagò sull’origine di questa ideologia e di come il suo metodo violento di interpretare la politica si collocasse nel pieno dell’evoluzione del Paese dopo l’Unità.

Tutti e tre questi esponenti popolari avevano familiarità e godevano del rispetto di altri pensatori, socialisti e liberali, come Salvemini e Gobetti, consapevoli della debolezza delle istituzioni nazionali a cavallo del passaggio dall’800 al secolo successivo.

Giuseppe Donati su Il Pungolo, foglio pubblicato in esilio a Parigi, scrisse di non credere nell’idea che il fascismo fosse “precipitato sul popolo italiano come il proverbiale fulmine a ciel sereno, mentre è vero il contrario”.

Donati non sposa completamente, però, la tesi estrema, per un certo periodo sostenuta dai comunisti italiani e dall’Internazionale comunista, sull’assoluta intercambiabilità del fascismo con le istituzioni d’impronta liberale. Egli sottolinea come “ all’avvento del fascismo lo Stato democratico era in piena dissoluzione, reso incapace di mantenere l’equilibrio delle sue funzioni di ordine e di libertà ( … ) per la paralisi politica in cui si dibatteva, da un anno e più, il suo centro vitale, il parlamento”.

Il fascismo, dunque, poté presentarsi come movimento persino moderno ed innovatore, grazie al discredito degli istituti rappresentativi.

Le valutazioni del Donati ci portano inevitabilmente a sentire viva, dunque, persino quotidiana, l’essenza del 25 aprile del ’45 e a perpetuarne lezione ed ammonimenti. Egli scrisse, infatti: “Così la rissa civile -che era purtroppo un male antico dell’Italia e covava nella nostra coscienza civica allo stato endemico- dopo essere divenuta, assente o complice lo Stato, mezzo quotidiano e normale di lotta politica, si diede per fine la conquista del potere”.

Giancarlo Infante