Come ha giustamente osservato Ernesto Ruffini – martedì sera, intervenendo da Floris su La 7 – le forze dell’opposizione hanno bisogno di costruire un progetto e solo sulla scorta di quest’ultimo individuare un leader.

Un “leader” presunto, definito tale a priori, a prescindere dal processo politico in essere, quindi, tale di nome e non di fatto, di per sé non garantisce per nulla che vi sia una visione consistente, non contraddittoria e coerente, secondo la quale orientare progetto e programma. E’ giunto, peraltro, il tempo di considerare gli elettori persone dotate di discernimento critico e, dunque, capaci di una personale autonomia di giudizio, con la quale esercitarsi attorno ad un disegno, piuttosto che lasciarsi incantare dal carisma – per la verità, quasi sempre fasullo – del capo di turno.
Se non si fa così e ci si mette, ad esempio, alla caccia del “federatore”, non si fa altro che indulgere a quella logica di “personalizzazione” del potere, che è sempre, di per sé, incline alla postura autocratica cui pensa la destra.

Del resto, quella del “leader” è una figura del tutto particolare. O c’è di suo ed allora, per forza di cose, se ne deve prendere atto. Oppure, se non c’è, non c’è. Non lo si può “eleggere”, né costruire ad arte. E neppure pensare che lo si possa ricavare, ad esempio, dalle “primarie”. Anche il fatto di attribuire al segretario del maggior partito della coalizione il ruolo di “leader” è del tutto fuori luogo. Può trattarsi, tutt’al più di un “capo” riconosciuto tale sulla scorta di una regola convenzionale condivisa o del soggetto che, al momento, mostra il maggior potere di coalizione.

Il vero leader è tutt’altra cosa. La facoltà di “leadership” è il dono naturale di colui che ispira e guida, sulla scorta di una spiccata “intelligenza politica” del momento e di una particolare attitudine a suggerire come tradurla in azione. Non lo si può costruire a tavolino. D’altra parte, un segno distintivo da cui riconoscere il leader è il fatto che non sia mai autoritario, dato che non ne ha bisogno, perché è, in modo del tutto naturale, autorevole. Ed è tutt’altra cosa. E non è leader colui che si impanca come tale. Succede, anzi, che, talvolta, scopra di essere leader solo perché sono gli altri che, riconosciutolo come tale, lo rivestono del ruolo.

Insomma, per tornare al nostro caso, ha appunto ragione Ruffini quando suggerisce che si dia corso alla costruzione del progetto. Se da questo tragitto dovesse emergere, sua sponte, la figura di un vero leader ben venga. Se no, gioco forza, ci si adatti diversamente. A maggior ragione, a quel punto, insistendo sulla qualità del progetto collegialmente sostenuto dalle forze che vi si riconoscono.

Domenico Galbiati

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