“Quando un padre spinge il figlio a non fare il proprio dovere, comincia a corromperlo”.

Cito a memoria Dostoevskji, da “Umiliati ed offesi”, quando parla delle “qualità” manipolatrici paterne del cinico principe Valkovski che, per il figlio, ha progetti di grande ambizione sociale, a prescindere dai suoi sentimenti e dalla sua sensibilità civile. Dunque, il principe spinge il proprio figlio verso il degrado, contravvenendo al suo compito di Padre.

In una nazione,  i compiti formali e sostanziali delle Istituzioni, dello Stato nel suo complesso, sostegno, organizzazione, educazione, assistenza, correzione, promozione, protezione dei cittadini, sono, diciamo, compiti  “Paterni”.

I carabinieri che uccidono la ragazzina nella caserma di Arce, quelli che trasformano la caserma di Piacenza in un centro operativo criminale; i magistrati che piegano la loro missione per osceni interessi personali, ideologici o di carriera; i parlamentari che svendono il bene dei cittadini, così come tanti altri rappresentanti delle istituzioni, sono lo Stato. Essi non commettono solo il singolo delitto, ma contribuiscono a corrompere la comunità che essi amministrano.

Non si dica che, comunque, sono essi stessi espressione della società civile; assumendo il loro ruolo, assumono pure le responsabilità connesse con esso, un po’ come la persona che diviene genitore o docente scolastico assume la responsabilità dei figli o degli allievi a lui affidati.

Ecco che lo Stato-Padre diseduca, disorganizza, abbandona, omette, degrada, mette in pericolo. Esattamente l’opposto rispetto alla ragione profonda della sua esistenza. Ed in Italia di questi tempi è un profluvio, un diluvio di tradimenti, come probabilmente mai nella nostra storia, il cui immaginario indice grafico tende sempre all’alto; tradimenti non solo da parte dei rappresentanti delle istituzioni, ma anche da parte di tutti coloro che hanno responsabilità educative ed operative in questa nostra società italiana, a cominciare dai componenti le famiglie. Dove cercare l’origine del presente male civile?

La nostra società italiana, come tutta la civiltà occidentale, ha posato per millenni le sue fondamenta  su alcuni plinti: la filosofia greca, il diritto romano, la religione cristiana, la razionalità anche illuministica.

La nostra comunità, unita da vincoli territoriali, culturali, religiosi, famigliari, giuridici condivisi oggi  è stata spazzata via dalla cosiddetta globalizzazione: a parole  sostituita da solidarietà globale, progresso totale, grandi aperture e  diritti mai riconosciuti prima dei nostri giorni; di fatto ipocrisia, individualismo, caos globale e “pullulare di gruppi minimi reciprocamente ostili” per dirla con le parole di Ortega y Gasset; l’anticamera cioè della barbarie.

Originariamente pensavo di terminare qui queste riflessioni e licenziarle col termine di “Sudamericanizzazione dell’Italia”, ma , ragionando, si sa….. In realtà la presente situazione del nostro Paese in particolare e di tutto il mondo occidentale è ben peggiore di quella che fu là, in Sudamerica,  dove i totalitarismi, la crisi delle istituzioni, il dilagare della corruzione, l’impoverimento delle masse furono un fenomeno storico locale a macchia di leopardo, che, però, non cancellò l’identità dei popoli ed i loro riferimenti archetipici; qui da noi si assiste alla deflagrazione di tremila anni di civiltà. Perchè?

Un rapido sguardo alla storia del ‘900 propone, fra le altre, una lettura piuttosto convincente: finita l’epoca dei totalitarismi, nei primi decenni del dopoguerra i Paesi occidentali vivono una quasi reale stagione democratica: il modello democratico e libertario pare infatti lo strumento vincente per contrapporsi all’ultima minaccia tirannica che la storia propone nella prima metà del ‘900: quella sovietica. E’ in un tale contesto storico che si formano, sottese ai sistemi politici democratici, forti strutture di potere, almeno apparentemente alleate verso un unico obiettivo: la difesa dal totalitarismo comunista.

Tali strutture di potere sono facilmente individuabili: l’industria delle armi continua la sua corsa come se la guerra non fosse finita, le multinazionali crescono in dimensione ed influenza, la finanza ottiene la massima concentrazione di denaro e di strumenti per la sua creazione, ( vedi l’invenzione di “derivati”); tali strutture producono ed alimentano altri strumenti di difesa e di attacco, culturali, informativi, sociali, educativi e via discorrendo.

Finita la guerra fredda, tramontato il pericolo sovietico, sono queste strutture , interne alle democrazie occidentali, a trovarsi in mano il vero potere, da esercitare anche surrettiziamente rispetto al potere politico.

Nelle loro mani muore la vera democrazia, che viene sostituita dal suo simulacro: un potere nascosto, neutro sul piano dei contenuti, con l’unico obiettivo del profitto e del mantenimento del potere, la parassita, la stravolge sempre a proprio beneficio, usando gli strumenti che per decenni sono stati perfezionati durante la guerra fredda; i media, la disinformazione, l’economia finanziaria, sono gli eserciti che vengono dispiegati per ingannare i popoli e sottrargli i diritti.

Si salta ben presto in braccio alla globalizzazione, che non fa distinzioni, che porta ad un vero e proprio olocausto delle identità culturali locali e che crea la cultura unica ( vedere i giovani tailandesi protestare contro il loro Re, magari a ragion veduta, ma ballando come dei rapper, vestendosi da Harry Potter, ed agitando le tre dita al modo di una serie televisiva americana di successo, è più esplicativo di ogni commento).

Ecco forse la vera genesi   della disintegrazione dei riferimenti archetipici ed della nullificazione delle istituzioni, con il conseguente senso di vuoto che i cittadini più attenti provano oggi nel nostro Paese.

Speriamo che in fondo al tunnel ci aspetti un mondo migliore, come preconizzato dai guru della globalizzazione, a cominciare dai loro precursori come Marcuse ; ma temo che si tratti di un mondo migliore solo per gli artefici stessi della globalizzazione che vengono confusamente adombrati nelle espressioni generiche ” i signori della finanza”o ” le elites di potere”.

Lorenzo Dini

 

Immagine utilizzata: Pixabay