Il nostro è un Paese che, da destra a sinistra, rischia di avvitarsi in pose estremiste che alludono ad una divaricazione profonda che la politica manifesta, ma traendone la fonte da fratture culturali che la precedono ed attraversano la stessa società civile. Senonché, niente è cieco come certe forme di radicalismo, che letteralmente mostrano come, anche persone colte ed altamente civilizzate, vadano facilmente, quasi senza avvedersene, oltre un limite che, al di là della gravità delle affermazioni, introduce al campo del ridicolo. Un limite che Francesca Albanese ha superato.
Anche nel campo delle valutazioni di ordine morale c’ e’ un segno che non deve essere travalicato. Si cade, altrimenti, in un moralismo, ad un tempo d’ accatto e farisaico, che dissolve l’ intento da cui si sono prese le mosse. Il moralismo è sempre una gramigna infetta. Una cicatrice, frutto di una lacerazione mal ricucita, che deturpa quella trama trasparente di norme, regole e comportamenti che dovrebbe far capo ad una consolidata etica civile.
Che l’ assalto alla redazione de “La Stampa” possa essere considerata un monito per i giornalisti è un’ affermazione grave e, nel contempo, ridicola. Perfino peggio di così, la decisione assunta – pare anche su pressione dei collettivi studenteschi – dall’ “Alma Mater Studiorum”, la prima Università al mondo, nata a Bologna Ha rifiutato di indire un apposito corso di filosofia per giovani allievi dell’ Accademia Militare di Modena. Decisione in sé sconcertante, nel merito, a fronte di una iniziativa che sarebbe stata fortemente da incoraggiare. E decisione gretta sul piano delle motivazioni – almeno quelle dei circoli studenteschi – e per quanto concerne la funzione educativa di un’ Università storicamente prestigiosa.
E’ una felicissima intuizione che approfondiscano la conoscenza della storia del pensiero, giovani, più di tanti altri, esposti in prima linea nelle vicissitudini di un mondo turbato e violento. Dovrebbe valere per tutti coloro che acquisiscono competenze professionali prevalentemente tecniche, che queste siano associate a forti aspetti di cultura umanistica. E vale ancor più per giovani che quando hanno un’arma in mano ,devono sapere in quale contesto culturale ampio si colloca quella loro responsabilità, che non può prescindere da grandi doti di equilibrio.
Sono soldati, non cow-boy. Non sono dei piccoli Vannacci – personaggio, se mai, ascrivibile a tutt’ altra categoria – ma giovani che hanno scelto la via di una preparazione severa e dura, in vista di una professione che non li arricchirà, ma, in compenso, li esporrà spesso in situazioni critiche, talvolta tali per cui devono mettere in conto di rischiare la vita. Sui fronti su cui sono chiamati a presidiare, in armi, la pace, ma sempre potenzialmente coinvolti in un conflitto armato, proteggono, con loro sacrificio, le terga anche di quei loro benpensanti e sprovveduti coetanei che si ritengono sdegnati di poterli incrociare nei corridoi dell’Università. Come fossero la feccia e non, invece, come effettivamente è, una delle punte più avanzate di giovani che si pongono al servizio del loro Paese.
Soldati, donne ed uomini di pace, non guerrafondai.
Domenico Galbiati