“La storia universale conferma che la preghiera e la poesia han sorretto e guidato

i popoli nei periodi più felici e gloriosi e che per ciò esse sono parte fondamentale e

insostituibile di ogni vera civiltà”.  Giorgio La Pira

       VOCE NARRANTE :

La storia, che andremo a raccontare, ha inizio sotto il segno della più grande catastrofe del ’900: il terremoto di Messina e di Reggio

Calabria del 28 Dicembre 1908.

Ed è la storia di due personalità di spicco che vissero in fraternità gli anni successivi a questa terribile calamità, legati da un’amicizia e un affetto che durò per tutta la loro vita.

 Per qualche tempo Quasimodo e La Pira abitarono in una  baracca

 Salvatore Quasimodo e Giorgio La Pira, da giovani, facevano parte de “La brigata del Tindari (brigata “allegra ” come diceva Pugliatti o “soave” alla Quasimodo).

Con loro c’erano il giurista, Salvatore Pugliatti; l’ingegnere Bruno Misèfari; il poeta e scrittore Vann’Antò; il poeta e filosofo nisseno Luca Pignato; lo storico della letteratura francese Glauco Natoli.

Li univa l’amore per la cultura e la passione civile: amavano il diritto, la letteratura, la politica, la poesia …

 

voce di QUASIMODO

Tindari, mite ti so

fra larghi colli pensile sull’acque

dell’isole dolci di dio,

oggi m’assalì

e ti chini in cuore.

Salgo vertici aerei precipizi,

assorto al vento dei pini,

e la brigata che lieve m’accompagna

s’allontana nell’aria,

onda di suoni e amore,

e tu mi prendi

da cui male mi trassi

e paure d’ombre e di silenzi,

rifugi di dolcezze un tempo assidue

e morte d’anima.

 

VOCE NARRANTE:

Lasciarono la Sicilia: l’uno, Salvatore con “alcuni versi in tasca”; l’altro, Giorgio con in mano le sudate carte di Diritto. Figli della sensibilità e della generosità del mare nostrum, porteranno in dono due diverse vocazioni: la Poesia(Totò) e la Preghiera (Giorgio).

Le alimenteranno con l’amore per cultura classica. Il padre di Quasimodo si chiamava: Gaetano.

Un capostazione, che con il suo cappello di gallo isolano, aveva insegnato al figlio che “oscuramente forte è la vita”; sua madre, la “mater dulcissima”, che con quel suo sorriso lo aveva salvato da pianti e da dolori, si chiamava: Clotilde Ragusa. Salvatore Quasimodo nacque a Modica il 20 agosto 1901.

 

Voce di QUASIMODO :

Eremo soave è stata la mia casa:

aperta sui cieli

e colma di lievi armonie,

di terra arata da poco odorosa

e di semi rigonfi

 

Voce di LA PIRA:

Nacqui il 9 gennaio 1904. Mio padre si chiamava Gaetano; mia madre  Angiolina Occhipinti. Il papà , dopo essere stato maresciallo dei carabinieri, tenne l’amministrazione dell’Azienda del Marchese Tedeschi, riuscendo a mettere su un commercio all’ingrosso di carrube, farina e granaglie in genere ; la mamma faceva la sarta.

Oltre che ai miei genitori ho voluto bene a tutti i miei parenti: in particolare a zio Luigi, il fratello di mia madre: nella sua ditta lavorai assieme a Totò. Anche a me, come a lui, da giovane piaceva scrivere alcune poesie e

 a cavalluccio d’una stella/ fuggir dal mondo/

nei viali delle rose/a cogliere i profumi/ a rapirne

i palpiti /a berne il nettare!

… E come una farfalla/a sventolar tutti i colori/a

tessere tra i fiori/la morbida rete/della mia anima

  Voce di QUASIMODO :

 Io e Giorgio ci eravamo conosciuti all’istituto fisico-matematico “Antonio Maria Jaci” di Messina: io frequentavo il corso per geometri; lui, quello per ragionieri.

A quei tempi, nel mese di maggio, la sera in chiesa si predicava e le chiese erano gremite. La nostra era quella del Carmine, in fondo a via Salandra. C’incontravamo là. Avevamo la primavera nel sangue e da qualche mese avevamo messo i pantaloni lunghi.

Giorgio si arrabbiava e minacciava la rottura per il mancato raccoglimento, distratti come eravamo dalla presenza delle belle figliole che frequentavano la chiesa con i loro familiari …

 Voce di LA PIRA:

In quella baracca, la domenica, si parlava di letteratura, di poesia e di politica. Da ragazzi, s’intende, quali eravamo. Io ero il più piccolo. Leggevamo Dante, Platone, la Bibbia, Tommaso Moro e Tommaso Campanella, Erasmo da Rotterdam, e gli scrittori russi (specialmente Dostoievskij; ma ci incantava anche Andrejev  … ).Volevamo  portare le qualità positive della nostra giovinezza nell’agone letterario, lanciare gli spiriti nuovi.

Voce di QUASIMODO:

Nacque così l’idea di dare vita alla “Società letteraria Peloro”  e di fondare il quindicinale “Nuovo giornale letterario” . Fu Giorgio ad esporre questa nostra rivistina nella rivendita di suo zio Occhipinti: lì per guadagnare qualcosa noi due rivedevamo i conti del corrispondente della ditta Brioschi.

Voce di LA PIRA:

Una volta in casa dello zio, Salvatore ci lesse due suoi scritti giovanili Il fanciullo canuto e il Convivio dei mendicanti.: parlava del mondo dei poveri, dei mendicanti. Io allora avevo simpatie futuriste e d’annunziane.

 Voce di QUASIMODO:

All’inizio Giorgio era un anticlericale; per lui D’Annunzio era un punto di arrivo e un punto di partenza. Poi, mentre io fuggivo con alcuni versi in tasca, Giorgio annunciò a mons. Petriliggeri, parroco di Pozzallo, il suo ritorno alla fede, chiedendo scusa delle sue intemperanze giovanili.

VOCE NARRANTE:

Poi i due amici si trasferirono in “Continente”: Salvatore, appena diciottenne, nel 1919 si stabilirà inizialmente a Roma ; Giorgio a partire dal 1926 andrà ad abitare a Firenze: alcuni anni dopo diventerà docente universitario di Diritto Romano. Nel corso degli anni rimarranno legati da un filo d’oro: il mondo classico, mai distaccato dalle problematiche esistenziali e sociali; per costruire o ricostruire il senso della Giustizia e della Verità. Continueranno ad essere in contatto epistolare e in varie occasioni a rivedersi …            .

GIORGIO LA PIRA:

“Caro Totò, ho letto i primi versi che tu mi hai lasciato. In te vi è un grande cammino verso la fede: tu sei un credente, ma non ancora del tutto credente nei valori spirituali. Intendo dire che non sei ancora uno che crede, che ha una fede sincera, pura come la fede di un bambino”

 SALVATORE QUASIMODO :

“Caro Giorgio, Ti mando una poesia; a chi altro mandarla? Fra qualche

giorno te ne manderò un’altra, umile e fredda, vicina alle nostre anime di

conquistatori e di distruttore di sogni. Da te mi aspetto sincerità di giudizio,

un po’ di speranza e la parola dello spirito”.

 GIORGIO LA PIRA:

“Totò, nelle poesie che finora mi hai inviato sei su un terreno umano

E’ necessario che l’orientamento della tua poesia si sposti dalla luce

d’alba verso la luce vera, che ha il suo centro nel sacramento dell’amore.

Accostandoti a Gesù, per te si apriranno le porte dell’amore divino”.

 SALVATORE QUASIMODO :

“Giorgio, c’è un unico modo per ringraziarti: dedicarti la poesia

«Confessione» nata dopo la tua lettera da Monaco di Baviera :

Mi trovi deserto, Signore,

nel tuo giorno,

serrato ad ogni luce.

Di te privo spauro,

perduta strada d’amore,

e non m’è grazia

nemmeno trepido cantarmi

che fa secche mie voglie.

T’ho amato e battuto;

si china il giorno

e colgo ombre dai cieli:

che tristezza il mio cuore

di carne!

GIORGIO LA PIRA :

“Tu ed io siamo i due aspetti della stessa intimità…Abbiamo un’origine comune, ma strade diverse: spero che la fede diventi la nostra meta comune.

Giungiamoci assieme contemporaneamente- tu dalla Poesia, io dalla

Filosofia- sarà il primo passo: poi procederemo assieme ad Ascesi ”.

 

 GLI ANNI DELLA GUERRA

VOCE NARRANTE Nel 1942 Quasimodo ha un incidente notturno con una pattuglia

(fascista) del gruppo Corridoni. E’ considerato un antifascista; è malvisto, controllato; dopo l’8

settembre rimane in semi clandestinità, fra case amiche e rifugi antiaerei, qua e là, senza prendere parte attiva alla Resistenza.

La Pira è ricercato; trova rifugio, a partire dall’8 settembre 1943, a Fonterutoli presso la famiglia Mazzei; i fascisti effettuano una perquisizione nel convento di S. Marco e il 17 novembre viene emesso nei suoi confronti un mandato di cattura.  

 Voce di QUASIMODO:

Milano, Agosto 1943

 Invano cerchi tra la polvere,

povera mano, la città è morta.

E’ morta: s’è udito l’ultimo rombo

sul cuore del Naviglio. E l’usignolo

È caduta dall’antenna, alta sul convento,

dove cantava prima del tramonto.

Non scavate pozzi nei cortili:

i vivi non hanno più sete.

Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:

lasciateli nella terra delle loro case:

la città è morta, morta.

 Voce di LA PIRA:

Fu una tragedia dolorosa e grave in quella povera umanità provata dalla morte e dalla fame! I miei contatti con gli strati più poveri della popolazione aprirono nel mio cuore un dolore spesso insoffribile (autunno 1942).

LA GUERRA STA PER TERMINARE

PIO XII radiomessaggio del 1° settembre 1944:

 Un mondo antico giace in frantumi. Veder sorgere al più presto da quelle rovine un nuovo mondo, più sano, giuridicamente meglio ordinato più in armonia con le esigenze della natura umana: tale è l’anelito dei popoli martoriati. Quali saranno gli architetti che disegneranno le linee essenziali del nuovo edificio, quali i pensatori che daranno ad esso l’impronta definitiva?

NEL DOPOGUERRA

VOCE NARRANTE : La Pira da Roma (aveva trovato rifugio in casa Rampolla, Montini ed anche in Vaticano) fece ritorno a Firenze. Quasimodo a Milano dà vita a una poesia civile dai forti valori etici …

Voce di QUASIMODO

Più i giorni s’allontanano dispersi

e più ritornano nel cuore dei poeti.

Là i campi di Polonia, la piana di Kutno

con le colline di cadaveri che bruciano

in nuvole di nafta, là i reticolati

per la quarantena d’Israele,

il sangue tra i rifiuti, l’esentema torrido,

le catene di poveri già morti da gran tempo

e fulminati sulle fosse aperte dalle loro mani,

là Buchenwald, la mite selva di faggi,

i suoi forni maledetti; là Stalingrado,

e Minsk sugli acquitrini e la neve putrefatta.

I poeti non dimenticano. Oh la folla dei vili

Dei vinti dei perdonati dalla misericordia!

Tutto si travolge ma i morti non si vendono.

 

VOCE NARRANTE: Giorgio La Pira da parlamentare, da sottosegretario e poi da sindaco di Firenze portò nella politica la ricerca esclusiva del bene comune.

Voce di LA PIRA:

 Quando ero più giovane … facevo delle preghiere più lunghe e più belle, più affettuose al Signore poi da sindaco divenni di una coscienza dura … mi zittivo dalla mattina alla sera e mi arrabbiavo. E la sera affiorava nel mio esame di coscienza le tante persone che aspettavano di avere la casa, di avere il lavoro dal quale dipende la vita fisica e spirituale di ogni uomo … E dicevo “Signore, perdonatemi se io mi arrabbio …”

VOCE NARRANTE: Nelle sofferenze … ripensarono al terremoto di Messina, tra fili spezzati e macerie nei carri merci … tra sogni polverosi e morti sfondati dai ferri, tra quei mendicanti che non chiedono

Voce di QUASIMODO

Lo vidi in un porto della mia terra di sole,

tra l’odore acre della nafta e del catrame..

Era un mendicante di quelli che non chiedono,

che non pietiscono, che non mettono nuda

la loro infermità che vi specchia …,

… di quelli che, chiusi

come vicoli della città vecchia,

vi guardano in silenzio con occhio doloroso,

e hanno paura, quasi, se vi fermate accanto.

 Voce di LA PIRA  

La plebe, la grande plebe, la povera gente, i nobili nel regno dei cieli … che dorme per le strade e che si nasconde nel cuore, non conosce la libertà dei borghesi, la civiltà del mondo, il Diritto di partecipare alla vita politica!

E’ ingenua come i fanciulli … Modellati anche tu,Totò, e sii plebe e quando sarai tale avrai raggiunto il dono sublime di saper parlare al cuore dell’uomo.

 VOCE NARRANTE: osservarono la civiltà dell’atomo, lo spauracchio della bomba H … Impossibile per il poeta modificare il mondo; era ancora possibile rifare l’uomo con la sola forza della poesia? L’uomo contemporaneo vive nel tumulto, nell’insicurezza, nella grande paura…

Voce di QUASIMODO

Non ci direte una notte gridando

dai megafoni, una notte

di zagare, di nascite, d’amori

appena cominciati, che l’idrogeno 

in nome del diritto brucia

la terra..

… Non la speranza

direte voi morti alla nostra morte

negli imbuti di fanghiglia bollente,

qui nell’inferno

VOCE NARRANTE: Pur tuttavia era possibile per chi credeva, come Giorgio, nella speranza cristiana … nel sentiero di Isaia.

Voce di LA PIRA: Siamo ormai sul crinale apocalittico della storia: nell’un versante c’è la distruzione della terra e dell’intera famiglia dei popoli che la abitano: nell’altro versante, c’è la millenaria fioritura della terra e della intera, unitaria famiglia dei popoli che la abitano … la fioritura profetica dei mille anni intravista da Isaia: trasformare i cannoni in aratri ed i missili e le bombe in astronavi, e non esercitarsi più alle armi: non uccidere, ma amare.

VOCE NARRANTE: Molte furono le speranze e i sogni che li accomu-narono, diversi gli approdi: Quasimodo immerso nella ricerca del perché della vita e della morte, di cosa resta dell’uomo e della vita: “ La poesia della verità è patrimonio e forza della Chiesa, è vita dei testi sacri, della preghiera …Il poeta vi dirà che la preghiera è sempre poesia, ma che la poesia non sempre è preghiera… l’arte occidentale continua a bussare alle porte della casa di Cristo con domande sempre aperte…La poesia del mondo contemporaneo, quella più vitale, posso dirvi che vive ancora dentro la civiltà cristiana, cioè nel suo sentimento.”

 Voce di QUASIMODO:

Thanatos  Athànatos (morte immortale) (…)

e dovremo dunque negarti, Dio

dei tumori, Dio del fiore vivo,

e cominciare con un no all’oscura

pietra io sono e consentire alla morte

e su ogni tomba scrivere la sola

nostra certezza: «thànatos athànatos» ?

Senza un nome che ricordi i sogni

le lacrime i furori di quest’uomo

sconfitto da domande ancora aperte?

Il nostro dialogo muta; diventa

ora possibile l’assurdo. Là

oltre il fumo di nebbia, dentro gli alberi

vigila la potenza delle foglie,

vero è il fiume che preme sulle rive.

La vita non è sogno. Vero l’uomo

E il suo pianto geloso del silenzio.

Dio del silenzio, apri la solitudine.

Voce di LA PIRA :

Caro Totò, il paradiso è aperto alla buona volontà dell’uomo: Dio permette che ne asportiamo i tesori più grandi: perché, dunque, non diveniamo audaci e non rubiamo alla generosità di Dio tutto quello che egli ci concede con tanta premura?

Il verso, io credo, quando è perfetto è tale perché supera il finito con l’infinito che esso ha fissato. E’ un brano, ma compiuto, dell’eternità. La quale, pure racchiusa entro i confini della parola umana non lascia di mostrare a noi la sua natura divina … è pure vero che solo ai poeti sia lecito di portare lAuce nei profondi dell’Essere … noi aspiriamo a ritornare donde venimmo riportando con noi tutto il lamento della sofferenza.

VOCE NARRANTE: Amarono, fin dalla giovinezza, il linguaggio poetico; ne compresero la funzione spirituale, utile a capire l’interiorità della persona e affinarne i sentimenti, le proprie idealità …   

Voce di LA PIRA

Poiché da più di un mese il cielo si manteneva nuvoloso, un poeta preparò un centinaio di bigliettini, su ciascuno dei quali scrisse una invocazione perché il Signore non tardasse ancora a mandare belle giornate.

Salì su un pino e alle punte delle foglie appese i bigliettini.

La mattina del giorno appresso si levò un venticello che li portò seco, ma nel pomeriggio venne la luce del sole che rallegrava i cuori

 Voce di QUASIMODO              

Ne l’ora che le lucciole s’accendono

sui cristalli vaporosi dei castelli incantati,

e le canzoni del sonno hanno cadenze di stelle,

sommessamente, baciandoci sugli occhi,

recitiamo il Cantico del sole,

la nostra preghiera del crepuscolo

che ci apre le porte azzurre del sogno.

Ella nel buio m’insegnò a parlare;

le mie canzoni sono senza sole,

come il gregge che, a sonagliere sciolte,

a le finti scende a testa china.

VOCE NARRANTE: Ebbero in comune l’amore per i giovani

Voce di QUASIMODO :

Oggi la vita difficile e priva di sogni, ma alla nuova generazione che abita le città o i luoghi di valli profonde io vorrei ricordare che l’amore per il vostro umanesimo, per la poesia è il segno della presenza di un popolo nella storia. Forse al primo urto col mondo troverete in voi ira o angoscia, ma pensate che anche gli uomini che vi circondano fanno parte di un tentativo di vita sociale, e che anche lo spettro dell’egoismo lo saprete guardare con umanità senza confusione; lo scoprirete in voi stessi e cercherete di vincerlo, perché la vita si piega sempre alla vostra volontà.

Voce di LA PIRA:

Discorso ai giovani (1964)

Le generazioni nuove sono come gli uccelli migratori: come le rondini: sentono il tempo: sentono la stagione: quando viene la primavera essi si muovono ordinatamente, sospinti da un invincibile istinto vitale -che indica loro la rotta e i porti- verso le terre ove la primavera è in fiore! Sono mosse da un invincibile istinto vitale che Dio loro comunica e che fa loro scoprire ed attraversare le frontiere nuove e le introduce nella terra promessa…

 VOCE NARRANTE: Oggi, ne siamo sicuri, in qualche parte dell’Infinito sono ancora a parlare e discutere sulla brigata del vento e magari sugli angeli …

(Alla fine due bambini leggono due riflessioni sugli angeli: una di Quasimodo ed una di La Pira).

Voce di LA PIRA :

Da quando si nasce a quando si muore, ce n’abbiamo di strada da fare. E che strada! Svolte e precipizi da tutte le parti; e col diavolo che ci ronza d’intorno come una bestia affamata, sempre pronto a saltarci addosso e a chiapparci nelle sue grinfie. Da soli non ci si caverebbe le gambe; e Iddio misericordioso ha pensato bene di darci per compagno un suo angelo che ci tenga d’occhio e guardi di ripigliarci a tempo quando siamo sul punto di scivolare.

Fin da bambini l’abbiamo con noi quest’angelo di Dio, e il suo viso è allora sempre splendente e sereno, perché vede la nostra innocenza e i nostri balocchi che non fanno male a nessuno.

 Voce di QUASIMODO:

Dorme l’angelo

su rose d’aria, candido,

sul fianco,

a bacio del grembo

le belle mani in croce.

La mia voce lo desta

E mi sorride,

sparsa di polline

la guancia che posava.

Canta; m’assale il cuore,

opaco cielo d’alba.

L’angelo è mio;

io lo posseggo gelido.

FINALE

Voce narrante:

In una delle ultime interviste a Quasimodo, al giornalista che gli domanda se fosse credente, risponde: «Sì io sono credente, ma la mia fede è quella di sant’Agostino, è una fede nell’attesa, una fede nella attesa della pienezza. Ecco, io comunque non sono ateo, sono un cristiano e non potrei non esserlo, la mia è l’attesa di sant’Agostino, l’attesa della fede». Pochi anni prima La Pira aveva scritto a lui una breve lettera in cui diceva: «Ti invito assieme ai miei amici, sto per passare da Milano, al di là di tutto, noi siamo insieme perché ci unisce qualche cosa che è più grande di tutte le differenze, e ci unisce quello che spinge tutte le nostre attese ad un compimento, e questo è una parola: Cristo»

Nino Giordano