Molti commenti hanno accompagnato la nascita di “Insieme”. In linea generale, vorremmo essere giudicati per ciò  che siamo. Non per altro. Non per letture o interpretazioni del nostro progetto che non ci riguardano.

“Insieme” non nasce, come sembra sostenere una nota recentemente pubblicata da “Il Domani d’Italia”, per la “ricomposizione dell’area cattolica”, espressione con la quale si indica piuttosto un processo di natura ecclesiale o pastorale oppure, tutt’al più,  di carattere culturale e sociale. Non siamo talmente presuntuosi da volerci intestare – ammesso e non concesso che possa riguardare la nostra o qualsivoglia altra formazione politica – un compito di tale natura e di tale portata. Sarebbe assurdo pensare di poter circoscrivere  entro i confini della nostra impresa, nientemeno che l’ “area cattolica” con tutto ciò che questa implica in quanto a ricchezza tematica, articolazione interna e, soprattutto, pluralismo politico.

E’ piuttosto vero il contrario: in tale mondo siamo, invece, noi ad esservi ricompresi, dato che ce ne riconosciamo come una piccola parte. Non abbiamo nessuna intenzione di arruolare i “cattolici”, in una sorta di falange armata che “manu militari” – oppure sgomitando e brigando più o meno  limpidi apparentamenti a destra o a manca  – cerchi di conquistare un posto al sole, come commensali dell’attuale sistema politico. Né pensiamo ad una sorta di “remuntada” nei confronti di un mondo che, per quanto secolarizzato sia, non consideriamo necessariamente ostile, chiuso ed impenetrabile alle nostre ragioni.

Chi ci dipinge in tal modo commette – forse nemmeno in buona fede – due errori. Anzitutto, pretende di attribuirci surrettiziamente i panni del cosiddetto “partito cattolico”, che, al contrario, è esattamente la rada in cui non intendiamo approdare in nessun caso,  a costo di dover affrontare la furia delle onde quando il mare  ingrossa. In secondo luogo, immagina che il nostro obiettivo sia quello di strappare, qua e là, qualche strapuntino in termini di potere, intrufolandoci nel sistema così com’è. Magari per riciclare poco o tanto di una classe dirigente già sperimentata che, al contrario, si preoccupa solo di concorrere ad allenare una squadra di giovani cui spetta entrare in campo. Sono considerazioni ed orientamenti che abbiamo ripetuto ad iosa, ma vale la pena ribadire. 

Essere forza di ispirazione cristiana, per quanto ci riguarda, vuol dire avanzare una proposta politica che si rifà a una concezione cristiana dell’ uomo e della vita. Assumendosene personalmente, ognuno che vi concorra, la propria responsabilità, senza infingimenti, a viso aperto. Niente di più, niente di meno. Mantenendo ferma la barra del proprio orientamento nel solco della Costituzione e della Dottrina Sociale della Chiesa.

E’ vero che vogliamo concorrere a riassorbire la cosiddetta “diaspora”, ma siamo pur consapevoli che oggi il mondo cattolico si esprime politicamente secondo un pluralismo acquisito una volta per tutte. A fronte di tale condizione, noi ci poniamo serenamente in termini “sturziani”, come forza laica, aconfessionale, aperta anche a chi credente non è e, soprattutto – come fu per Sturzo – assumendo la democrazia ed i valori che, irrevocabilmente reca con sé, a cominciare dalla libertà e dalla giustizia sociale, come un discrimine da osservare in ogni caso, pure ove separasse un cattolico dall’altro.

Noi aggiungiamo un altro punto distintivo irrinunciabile: l’autonomia, quindi il carattere proprio, l’originalità della nostra iniziativa che intende riscattare la presenza politica dei cattolici da una pallida ed avvilente soggezione ad una schieramento ed all’altro, che dura da quasi trent’anni.

Se la “ricomposizione  dell’area cattolica” implica il ricondurre “ ad unum”, sul piano ecclesiale, coloro che si riconoscono nella stessa ed unica fede, sul piano politico, le cose stanno diversamente. Infatti, dovendo scontare il pluralismo di cui sopra, la “ricomposizione”, se intesa come compromesso tra tutte le sensibilità e le sfumature presenti nel mondo cattolico, rischierebbe di risolversi in un forzoso processo non di mediazione, ma, se mai, di arrangiamento meramente aritmetico, tra l’uno e l’altro indirizzo.

Ne deriverebbe, tutt’al più, un dato di uniformità sterile, piuttosto che di unità creativa. Tradotto su un piano di schieramento, vorrebbe dire dar vita ad un “centro” grigio ed inerte. Un mero luogo geometrico di interposizione tra una destra e di una sinistra che, se non altro, come “memento” storico ed aspirazione di carattere generale continuano ad esistere. Soprattutto nello schema bipolare, si definiscono antiteticamente e, quindi, rischiano l’una e l’altra di essere prigioniere di se stesse, cioè rattrappite nella rappresentazione ideologica del loro stereotipo originario.

Confezionando il tutto nella morta gora di un sistema politico che si avvita su se stesso e che, per quanto ci riguarda, non pensiamo affatto, beninteso, di poter scalare in termini di potere, ma, se mai, di indurre a una “trasformazione” che vorremmo favorire immettendovi qualche spunto di verità, riportando al centro della controversia politica le vere questioni che preoccupano gli italiani ed, altresì, tematiche di grande momento che la politica del giorno per giorno tende ad occultare. Insomma, “baricentro”.

Domenico Galbiati