L’importante e ricco intervento di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della  Sera del 26 aprile 2019  sulla generale riscoperta delle “ radici” dell’Europa, che ha fatto seguito all’incendio della chiesa di Notre Dame di Parigi, va al cuore di un problema che riguarda tutti noi. Esseri umani cui spetta la condizione di vivere nell’era d’impetuose accelerazioni con il loro carico di  individualismo esasperato, annegamento acritico nel digitale e nel conformismo, appannamento della conoscenza del nostro passato e del nostro incerto inserimento in un ben più ampio “ cammino umano”, fatto pure di spiritualità, comuni modi di sentire, tradizioni, radicamenti culturali e sociali.

Così, nella stagione di pieno, apparente successo della cronaca, si propongono con forza le questioni delle radici e dell’identità.

Si tratta del richiamo a quel legame profondo con la propria intima connotazione e posizione nel mondo. Inevitabilmente destinate, in tutta l’Europa, come ricorda Galli della Loggia, a riferirsi a generali sentimenti e sensibilità tutte cristiane, sedimentatisi in un complesso di strati religiosi, culturali e popolari.

All’interno della ricerca dell’identità europea perduta, si colloca quella  più particolare che riguarda gli italiani.

A partire da ciò che concerne il linguaggio. Come non ricordare il sempre più diffuso, quotidiano stravolgimento di un lessico da tempo impoverito dal maccheronico uso di un inglese utilizzato troppo disinvoltamente? Non solo dalla pubblicità, ma persino da alcuni nostri governanti e parlamentari che giungono a  definire titoli di leggi, spesso carenti di sostanza, traslocando sulla terminologia una provinciale ricerca di omologazione e di consenso a buon mercato.

Lo smarrimento dell’identità  si consuma sul piano delle sensibilità, del sentimento, del decoro. A partire da ciò che riguarda l’accoglienza e la tolleranza verso lo straniero e il diverso, se soprattutto poveri e negletti, l’abbigliamento, l’educazione, il senso civico. Ciò ha lentamente contagiato una borghesia sempre meno tale, almeno sotto il profilo culturale e sociale, e molto del ceto popolare di cui si sono andate perdendo quelle che erano alcune delle sue forze: la cura delle relazioni e la cultura sapienziale.

Del resto, il vizio d’origine sta nella famosa frase di Massimo D’Azeglio: fatta l’Italia, facciamo gli italiani. Quanto sottostà a una tale visione elitaria, forse involontariamente, disvela la dimensione molto meno popolare di quel che si favoleggia sul nostro Risorgimento.

Come pensare che da tali premesse non fossero destinati a diffondersi i motivi profondi di una disaffezione, solo in parte mitigata dall’Italia post fascista, quando le masse furono finalmente chiamate ad una più ampia  partecipazione, sia pure con contraddizioni e limiti?

L’Italia non è più solo un’espressione geografica, ma neppure è divenuta pienamente una consapevole entità fatta di convergenti volontà e determinazioni collettive basate sull’accettazione di ciò che definisce e richiede un’identità nazionale, salvo che non ci si accontenti dell’emozione in tutti suscitata dall’ascolto del nostro inno prima delle partite internazionali di calcio.

Questo spiega perché anche in Europa, l’Italia e gli italiani devono porsi la necessità di ritrovare e far valere quanto hanno significato nella nascita e nel  consolidamento di uno dei fenomeni politico economici più importanti del ‘900. In aggiunta a ciò che il Paese e le sue genti rappresentano in numerosi ambiti, non solo turistici, gastronomici e culturali, e perché costituiscono una delle principali vie di collegamento, umano e logistico, con l’intero mondo del Mediterraneo, del Medio Oriente e dell’Africa.

Quella dell’identità italiana presenta dunque tante sfaccettature, tutte fondamentali per il nostro futuro. E’ però questione non risolta ed antica. Nonostante concorra a disegnare  i connotati anche di una concreta presenza internazionale, potenzialmente forte a dispetto delle allentate, ma mai completamente sopite connessioni con mondi distanti. Ancora resiste una rete di relazioni interpersonali, imprenditoriali, tecnologiche, commerciali e finanziarie. Tutto ciò deve e può essere riscoperto, rinnovato, sviluppato.

Viene, così, richiamata e rinnovata la responsabilità delle classi dirigenti, tanto acutamente denunciate sin dai tempi di uomini provenienti da tradizioni diverse come Salvemini, Gobetti, don Luigi Sturzo.

In questa sede, interessa esaminare la questione dell’identità per ciò che riguarda una responsabilità pubblica e nel richiamo, quindi, a una presenza politica. Anche per i suoi risvolti e l’incidenza nelle relazioni internazionali, segnatamente in quelle europee, il cui primo obiettivo non può che essere quello della Pace.

Doveroso il richiamo alla crisi o alla latitanza di quei filoni di pensiero, storici, culturali e politici, cui è legato il percorso iniziato con l’Unità d’Italia.

Una tale mancanza contribuisce a formare un contesto caratterizzato da presenze più declamate piuttosto che ancorate ad un solido e leale riferimento  ideale;  giocate quasi esclusivamente sul momentaneo, sul mimetismo o, all’opposto, su progetti il cui obiettivo è quello di solleticare gli strati più epidermici della sensibilità e dell’attenzione della pubblica opinione.

Le carenze dì identità diventano rarefazione di personalità e limite per  la capacità di incidere. Portano, inevitabilmente, alla riflessione sulle responsabilità di quanti, ispirati cristianamente, dichiarano di volersi impegnare per il bene comune.

E’ necessario partire dalla necessità di chiarire cosa significhi la ricerca di un’identità per questo particolare tipo di cittadino italiano. Soprattutto per quanti si sono fatti sballottare tra fallimentari esperienze precedenti, o lasciati tentate dall’astensionismo, dalla dimensione dell’impegno solo sociale o solo per la formazione.

L’identità non si esaurisce, certo, nel proclamare la propria matrice cristiana. Oppure, nel brandire un simbolo che richiami il “ segno” e,  in questo, pensare di esaurire e conchiudervi il richiamo di un’attenzione o l’urgenza di sostanziare una visione strategica valida per l’intero Paese.

I popolari e i cristiano democratici sanno che le loro peculiarità, i talenti che li rendono capaci e li spronano a concorrere al bene pubblico, devono pur essere indirizzati verso i problemi dell’essere umano inteso nella sua globalità ed integralità.

Non è più sufficiente un richiamo generico a una comune adesione al Messaggio evangelico e al Pensiero sociale della Chiesa. Non è più sufficiente agitare, separatamente, i sia pure fondamentali problemi economici e sociali dimenticando quelli della vita, della dignità della Persona, della famiglia, dell’uso della scienza o acconciarsi a  fare l’opposto.

La nostra identità si ricerca e si propone, e pertanto assume la forza in grado di superare le divisioni tra credente e non credente, se ci costringe e costringe tutti gli altri a riconoscere la sostanza di una presenza politica rinnovata nei metodi e nei contenuti.

Si tratta di capire che le radici e l’identità da recuperare possono essere rigenerate e rafforzate dalla partecipazione ad un percorso aperto e valido per tutti gli italiani e dal ritrovare una personalità, per quel molto di lealtà che la cosa rappresenta, che diventa un contributo alla rinascita di un intero popolo, il quale non può certo permettersi un ulteriore periodo di smarrimento e di smemoratezza.

Giancarlo Infante