Gli ultimi sondaggi indicano che il No al referendum sulla riduzione dei parlamentari va crescendo. Forse la consultazione popolare si sta trasformando in un confronto più meditato: dai risparmi della politica alle questioni di merito. É solo un bene.

La democrazia vive di idee e muore di demagogie. Tuttavia, non è escluso che, accanto alle ragioni di merito, vadano maturando anche una serie di calcoli, politici, più o meno grandi, sulle conseguenze che l’esito referendario potrebbe causare sugli equilibri di governo. La storia si ripete. Le ragioni politiche contingenti prevalgono sulle ragioni della riforma, com’è stato per il referendum del 2006 e del 2016.

Pare corretto però, per un giornale come il nostro, restare al thema decidendum, con l’occhio focalizzato sui riflessi istituzionali, piuttosto che sulle contingenti ripercussioni della politica nazionale.

Gli argomenti del No si riassumono in un unico, perentorio comunicato, uniforme e minaccioso: in fondere paura che la diminuzione del numero dei parlamentari possa incidere sulla sovranità popolare, la rappresentanza popolare, in fin dei conti sulla stessa democrazia.

È questo un messaggio iperbolico, malizioso. É rivolto a minare le fondamenta delle buone ragioni del Si, attraverso affermazioni non veritiere, che si propongono d’incidere sul profondo della sfera emotiva del corpo elettorale.

L’infondatezza di queste argomentazioni merita qualche considerazione. Se si assume la priorità del valore della rappresentanza politica, com’è giusto che sia, si deve anche riconoscere che i rischi di menomazione della volontà popolare non vengono tanto dalla diminuzione del numero dei parlamentari, quanto piuttosto dal livello di manipolazione dei sistemi elettorali, che plasmano il sistema dei partiti (Sartori).

I sostenitori del No, assumendo la rappresentanza popolare come valore dominante, per coerenza, potrebbero pronunciarsi anche contro l’attuale maggioritario plurality che, con il 37% di deputati e senatori eletti nell’uninominale, sacrifica la rappresentatività del parlamento e manda al macero tutti i voti riportati dal secondo classificato in giù.

Ci si potrebbe attendere, dai paladini della rappresentanza, anche l’opzione del sistema proporzionale che, per definizione, ha la capacità di tradurre perfettamente i voti in seggi: il massimo della capacità rappresentativa. Invece niente. Si prediligono le soluzioni di garanzia, ma solo ai fini referendari.

La formula proporzionale ha il difetto, è vero, di produrre  frammentazione e di non offrire precise indicazioni sulla formazione del governo, tuttavia, assicura la massima equità della rappresentanza.

Ho già avuto modo di soffermarmi sul vero rischio insito nella diminuzione del numero dei parlamentari. Il rischio sta nella maggiore difficoltà di rappresentare le aree più marginali del Paese, rispetto ai centri più popolosi. Tuttavia, anche qui, non si può esaltare troppo il ruolo dei territori. Se tutta la politica è locale, se l’eletto si riduce a farsi interprete delle istanze del proprio collegio elettorale, del proprio territorio di riferimento, a chi spetta il ruolo d’incarnare l’interesse nazionale, la volontà generale, le ragioni del bene comune?

Non c’è altra risposta se non quella sancita dalla Costituzione: ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione. Anche se la proclamazione dei principi non basta. Da soli non trasformano gli eletti negli interpreti autentici della comunità nazionale. Si deve ricorrere allora ad altre virtù. Servono principi morali, le cosiddette virtù pubbliche, che trasformano l’uomo in cittadino, zoon politikòn, persona sociale.

C’è un’altra ragione, tutta politica, che stimola il ritorno al proporzionale. Infatti, consentirebbe di superare l’artificiosità dell’attuale bipolarismo. Avendo in sé la capacità di spezzare la polarizzazione innaturale delle distanze ideologiche, obbliga alla formazione di coalizioni, agevola l’integrazione dei partiti antisistema, ieri il PCI, oggi i populisti.

Non esistono sistemi elettorali buoni o cattivi. Le Costituzioni non se ne occupano. Ne lasciano la libera scelta agli attori della politica quotidiana, che possono sostituirli nel tempo.

Il tempo presente è un tempo difficile. Il proporzionale è adatto per le società particolarmente “difficili” (Nordlingher-Lijphart).

Guido Guidi