“ Sono venuti i tempi per affrontare la questione della compartecipazione del lavoro all’impresa. In particolare, di parlare della partecipazione azionaria dei lavoratori”. Questa la sostanza di una intervista realizzata con il compianto Filippo Peschiera  che deve forzatamente uscire postuma perché il caro Pippo ci ha da poco lasciato ( CLICCA QUI ). L’intervista doveva servire ad avviare una serie di riflessioni sulla partecipazione dei  lavoratori  all’impresa, anche attraverso il sistema del coinvolgimento azionario e dell’azionariato popolare. Quest’ultimo da introdurre soprattutto nel caso di aziende di rilevanza sociale o erogatrici di servizi e in quelle con preminenti finalità  pubbliche ( CLICCA QUI ).

Il vuoto di pensiero lasciato dalla scomparsa di Filippo Peschiera dovrà essere riempito con la partecipazione di altri studiosi, ma nella certezza che i suoi lunghi studi possano costituire già un’ottima base di partenza.

Peschiera ha speso una intera vita ad analizzare i problemi del mondo del lavoro e delle relazioni sviluppate al suo interno. Il suo ragionamento partiva dalla constatazione della necessità, in questo in piena aderenza con la Dottrina sociale della Chiesa e con la visione popolare e democratico cristiana, di sviluppare la partecipazione azionaria  intesa come importante componente del modello collaborativo, in alternativa a quello conflittuale, da instaurare nell’impresa.

“ Di fronte allo scenario mutante – dice Peschiera-  dobbiamo pur chiederci perché nel  nostro Paese questa partecipazione dei lavoratori sia più circoscritta rispetto a quella in altri dell’Unione europea e ragionare su come si possa riprendere un discorso  peraltro già presente nel passato”.

Domanda: Un tema abbastanza tenuto sotto tono…

Peschiera: “ Secondo alcuni, essa si scontrerebbe con la tradizione non favorevole delle nostre relazioni industriali. Ci si riferisce alla lunga storia del ‘ modello conflittuale’ nell’impresa che abbiamo alle spalle  e al ‘ clima’ da esso determinato. Posta in questi termini la questione, è evidente che i tempi per prevedere la partecipazione azionaria dei dipendenti saranno lunghi. Eppure, si tratta di riprende un filo interrotto…”.

Domanda: Ti riferisci al fatto che  a livello teorico abbiamo una lunga tradizione di pensiero al riguardo…

Peschiera: “ Certamente. Risaliamo addirittura ad alcuni pensatori di prima della formazione dello Stato unitario, come Giuseppe Mazzini. Ci riferiamo a quelle fasi in cui il ‘ modello conflittuale’ doveva ancora vedere pienamente la luce e si privilegiava il ‘ modello collaborativo’, quello dei tempi in cui si costituirono le prime Commissioni Interne. Poi, le grandi organizzazioni sindacali hanno tenuto il piede sull’acceleratore per diffondere in tutte le direzioni l’incubo della lotta di classe, anche se nei fatti si è puntato ad intese di vertice e si è giunti alla concertazione”. Va ripreso il ‘ modello collaborativo’ il cui riferimento è stato presente nella nostra impresa italiana per oltre un secolo. Credo che possano essere giunti i tempi del raccordo del nostro ordinamento con quelli degli altri paesi europei. Abbiamo delle basi culturali e delle tradizioni da recuperare per ciò che riguarda le relazioni industriali e che rendono la partecipazione azionaria possibile più di quanto si pensa”.

Domanda: Ti dispiace se facciamo un passo indietro? Cosa c’entra Giuseppe Mazzini? Qual è il ruolo dei cattolici?

Peschiera: “  Mazzini credeva nell’ associazione del lavoro. Cioè nella riunione nelle stesse mani del capitale e del lavoro per superare il dissidio fra lavoratori e datore di lavoro. Nella sua “ Questione sociale” del 1871, egli si riferisce espressamente all’azionariato operaio. Evocava  l’Associazione istituita nel 1830 a Parigi in uno stabilimento e citava il caso di un ricco proprietario di miniere del Regno Unito il quale aveva associato gli operai ai benefici dell’impresa offrendo loro un numero considerevole di azioni. Dal pensiero mazziniano vengono le società di muto soccorso fondate, poi, in numero crescente dopo la Rerum Novarum. Questo avviene nel pieno del diffondersi del pensiero socialista che, ovviamente, si oppone all’idea dell’associazione del lavoro al capitale. Eppure, agli inizi del ‘900 si andò verso la nascita della Commissione interna nelle fabbriche  realizzando una forma di modello collaborativo nell’impresa. Si anticipò  il futuro diritto del lavoro e quello sindacale. Così,  a  fronte del liberalismo selvaggio, conseguente all’irrompere dell’illuminismo francese,  quasi coevo al decollo dell’industrializzazione, emerse anche una cultura costruttiva tra la nascente borghesia e tra frange significative della nobiltà terriera coinvolte nelle prime società di mutuo soccorso, assieme con le attese parimenti costruttive del nuovo proletariato”.

Domanda: A un certo punto però il modello collaborativo è stato sostituito da quello conflittuale?

Peschiera: “ Sicuramente alla fine della Prima Guerra mondiale, quando Giolitti pose la questione del controllo operaio e, quindi, il problema della coesistenza di due poteri distinti. La risposta di Togliatti fu che il controllo della produzione diveniva una tattica della transizione rivoluzionaria …”

Domanda: C’è quindi una inedita convergenza verso il “ conflitto” da parte di alcuni liberali e dei comunisti dall’altra, mentre i cattolici la pensano diversamente e il loro pensiero evolve verso la partecipazione azionaria?

Peschiera: “ Sicuramente. Però, tra i pensatori liberali, vedi il Carli e il Sinigaglia, quest’ultimo futuro fondatore della siderurgia di Stato, c’era chi credeva invece nell’impegno comune di tutte le categorie del personale che operano nell’impresa. Su una linea simile si mossero i cattolici a livello europeo. Nel 1931, con la Quadrigesimo Anno di Pio XI,  si giunge a proporre che  il contratto di lavoro sia ‘ temperato alquanto con contratto di società’. Così, negli ultimi anni del secondo conflitto mondiale il cardinale Siri,  il cosiddetto “ Papa non eletto”, fissa una premessa sempre ignorata dal riformismo italiano e cioè che ‘ il progresso delle riforme sociali dipende dalla potenza economica della nazione’. Si stabiliscono indicazioni significative: dalla concezione umana del lavoro, il principio di una retribuzione calcolata sulla esigenza della persona e dal conseguente suo bisogno di speranza ( non fare l’operaio prigioniero del suo stato); dalla concezione di proprietà privata, la necessità di un ordine sociale che renda possibile la proprietà. Sul concetto del contratto di società tornerà poi nel suo discorso del Natale 1944 anche Pio XII. In poche parole,  per la Dottrina sociale viene superata la logica della mera partecipazione agli utili e si guarda oramai alla partecipazione azionaria e cioè a regole per le quali i lavoratori partecipano  assieme al capitale alla gestione e alla proprietà delle grandi imprese”.

Domanda: Cosa succede, allora? Come mai si è sviato da questa linea?

Peschiera: “  Succede che con la Liberazione si ritorna al sindacato libero e al riconoscimento delle rappresentanze dei lavoratori. Al tempo stesso, l’accordo tra  Buozzi, per i sindacati, e di Mazzini, per gli industriali, riconosce l’entità dell’impresa e del suo obiettivo, quella della produzione che non deve essere intralciata. Per giunta, ci si riferisce a un altro interesse: quello dell’andamento del lavoro il cui esercizio è garantito dal requisito della normalità. Fa seguito il Patto di Roma del ’44 tra le principali componenti del Cnl, le quali riconoscono nell’unità sindacale ‘ lo strumento principale  più efficace per  il potenziamento dell’organizzazione del lavoro ’ e per garantire ai lavoratori ‘ il loro apporto più efficiente nell’opera immane di ricostruzione del Paese. Con l’accentuazione del ruolo imprenditoriale dello Stato, poi,  avanza e si diffonde l’industrializzazione, mentre non pervengono mai ad uno sbocco positivo i tentativi di giungere ad un riconoscimento giuridico delle Commissioni interne e i sindacati si mostrano sempre più ostili ad ogni intervento statuale su materie ritenute oggetto di esclusiva contrattazione aziendale. Con gli anni ’60, emergono le contestazioni nei confronti delle Commissioni interne perché considerate colluse con gli interessi datoriali, senza che a favore di questa tesi fosse esibito un briciolo di prove. Eppure, quelle Commissioni formarono l’istituto più significativo di un movimento forgiato dagli operai di base piuttosto che dagli intellettuali della sinistra che, non a caso, potranno manifestare con forza la loro egemonia …”.

Domanda: tu hai spesso ritenuto che così sia cominciata la crisi dell’industrializzazione italiana

Peschiera: “ La ritengo una fase di autentico ‘ medioevo’ della nostra industrializzazione e dello sviluppo nazionale. Anche in questo si colgono le ragioni che bloccarono la cultura propositiva dell’imprenditoria italiana sulle tematiche della rilevanza del lavoro nell’impresa e , di conseguenza, la scomparsa ultratrentennale di un modello collaborativo radicato in una logica essenzialmente aziendale”.

Domanda:  Eppure, c’era pur sempre l’articolo 46 della Costituzione che ispira ad un modello collaborativo tra capitale e lavoro…

Peschiera: E’ interessante ricordare come  l’attuale art. 46 fu frutto del ribaltamento dell’art.43 inizialmente previsto dal gruppo dei 75. Se fosse stato approvato quest’ultimo si sarebbe assistito al trionfo completo del modello conflittuale contro la scelta del modello collaborativo. La prima stesura era chiaramente influenzata da una logica che potremmo definire “ politica” ed esposta alle divisioni fra imprenditori e lavoratori. Da un lato, vi era la scelta politica di sinistra; dall’altro, quella della Confindustria che ancora aveva ben presenti le antiche vicende del controllo operaio  e viveva l’incubo di una riedizione italiana della soluzione sovietica. La scelta per il modello collaborativo avviene , però, sulla base di un compromesso che soddisfa i comunisti, contrari ad ogni partecipazione dei lavoratori ai consigli di amministrazione e alla ipotesi di partecipazione agli utili e dell’azionariato operaio tanto cara invece  ai democristiani. Il compromesso stava nel rinviare al legislatore ordinario le modalità di esercizio del ‘ diritto dei lavoratori a partecipare alla gestione delle aziende’ ”.

Domanda: In linea solo teorica, però, trionfa il modello collaborativo … L’art. 46 non è mai stato posto in essere dal legislatore. Nei fatti , si è spezzato qualcosa…

Peschiera: “ Diciamo di sì, sottolineando che si concluse la fase  del modello conflittuale e che, nella disattenzione degli stessi costituenti, trionfò, ma solo con una indicazione di principio, l’altro modello. Quello collaborativo che, però, ad oggi non è applicato nei fatti. C’è la possibilità adesso di riannodare dei fili spezzati per realizzare il nostro progetto sociale che sta anche in quella che Malvestiti definì ‘ una compartecipazione regolata dalla legge agli utili, al capitale e alla gestione delle imprese ’. Va da sé che sia necessario farlo in un mutato contesto qual è quello oggi correlato alle grandi trasformazioni del capitale e del lavoro, dei mezzi di produzione, del concetto stesso di azienda e di fabbrica, senza considerare le caratteristiche che oggi assume la presenza di tante piccole e medie imprese che costituiscono il tessuto portante del nostro sistema produttivo. In ogni caso, il garantire le esigenze della produzione, e questo è oggi un nostro problema reale, porta come conseguenza l’elevazione economica e sociale del lavoro e, quindi, il riconoscimento dei lavoratori a partecipare alla gestione delle aziende”.

Domanda: Siamo di fronte ad una delle questioni in cui si concretizza il nostro più ampio riferimento alla Solidarità…

Peschiera: E’ ovvio. Si tratta di una declinazione della Solidarietà. Espressa sul piano dell’attività produttiva. Collegata all’idea della collaborazione che riguarda la gestione di una impresa, al cui interno tutte le componenti riconoscono l’interesse a partecipare all’impegno nello sviluppo dell’attività produttiva”.

Domanda: però, Pippo, abbiamo detto che questo benedetto art. 46 è rimasto sostanzialmente lettera morta. Com’è possibile riprendere un discorso anche approfittando che è cambiato il quadro politico e sindacale,  in sostanza ciò che ha condizionato l’Italia per quasi 50 anni?

Peschiera: “ La risposta sta nello stesso articolo 46 della Costituzione. La partecipazione agli utili e all’azionariato resta ancora oggi affidata al legislatore. Tocca ai partiti, ma anche al Sindacato, affrontare questa questione che, sicuramente, deve fare i conti con il cosiddetto ” pensiero nazionale” che spesso dà l’impressione che il modello conflittuale mantenga la propria valenza. Credo che sia possibile parlare di queste cose. Forse come non mai è stato possibile prima: si è sgretolato il sistema dei partiti ideologici, il sindacato può seguire una diversa logica rispetto al “ movimentismo”, anche perché i partiti non possono più entrare nella logica decisionale delle organizzazioni dei lavoratori.  Ovviamente, a fronte di questo, devono essere considerate le mutazioni che riguardano l’impresa italiana. Però, vedo che vi sono tutte le condizioni per rendere vivo, fecondo ed attualizzato questa fondamentale parte della Costituzione destinata a rivelarsi decisiva per innescare una fase nuova per il Paese, per l’impresa e per l’intero mondo del lavoro”.

Intervista di Giancarlo Infante