Il cosiddetto “secolo breve”, messo a ferro e fuoco da due subentranti guerre mondiali, combattute, nel volgere di tre decenni, sul suolo europeo, devastato dalle feroci ed insensate dittature che l’hanno attraversato, è stato anche il secolo di importanti, straordinarie conquiste sociali. Nel nostro Paese, una delle più significative, anzi, la più organica e rilevante, è rappresentata dalla creazione del Servizio Sanitario Nazionale, cioè di un sistema di difesa della salute a copertura universalistica della domanda.

Si tratta di un traguardo oggi messo a rischio, difficilmente sostenibile, se non addirittura già compromesso, almeno parzialmente e sia pure a macchia di leopardo nella vasta geografia del Paese.

Motivi diversi concorrono in tal senso: l’entità della spesa pubblica, squilibri interni all’articolazione dei servizi sanitari, una malintesa “aziendalizzazione” che, di fatto, li sconnette dai rispettivi territori e li colloca nel limbo di un efficientismo astratto, precarietà organizzative e gestionali, ma anche la costante sollecitazione fortunatamente offerta dall’incalzante innovazione tecnologica e pure, si potrebbe dire, una capacità di lettura ed interpretazione del fenomeno “salute”, da parte della popolazione, piuttosto mal messa.

A questi motivi strutturali, si sono aggiunti, negli ultimi anni, preoccupanti sottovalutazioni della spesa sanitaria  – cioè una marginalizzazione politica dell’ “obiettivo salute” – e, di conseguenza,  poderosi tagli, secondo una logica da “ricchi premi e cotillon” che, nel gran ballo della finanza pubblica, configurando una sorta di istituzionalizzazione del “voto di scambio”, ha dissipato risorse con gli “80 euro” di Renzi, il “reddito di cittadinanza” di Di Maio e lo spot di “quota 100” di Salvini.

Ora è necessario porre rimedio per non soccombere all’emergenza e, nel contempo, attrezzarci per sentirci pronti e sufficientemente sicuri a fronte di altri possibili vulnus collettivi.

La pandemia da Coronavirus probabilmente persisterà nella coscienza profonda delle popolazioni, magari in forma sub-liminale, come una sorta di fastidioso rumore di fondo, destinato a brontolare e ribollire e, in fondo, per quanto la cosa sia sofferta, è forse bene che si sviluppi una condizione di “all’erta” che ci sintonizzi con quella vigilanza costante che dobbiamo riaccendere nei confronti delle malattie infettive.

L’impressione, infatti, è che la patologia da Covid-19 non sia così occasionale e disgraziatamente fortuita come ci piacerebbe pensare, ma sia piuttosto l’esito della rottura di un equilibrio di fondo. Come se si fosse aperta un falla in quella presunta corazza di onnipotenza scientifica in cui volentieri ci stavamo facendo avvolgere, così da ritenere, ma è solo un esempio, che stessimo sconfiggendo definitivamente la vasta gamma delle malattie parassitarie, batteriche e virali o tutt’al più – e per molti, in fondo, era la stessa cosa – le confinassimo in ben definite enclave del mondo del sottosviluppo, con cui noi nulla avremmo a che fare.

Le cose stanno diversamente e molti paradigmi che avevamo supinamente adottato, un pò per supponenza, un pò per assuefazione, un pò per pigrizia mentale, vanno ripensati.

A fronte di tutto ciò, la disputa sul MES appare, a maggior ragione, incomprensibile e testimonia la indecente china propagandistica che seduce la politica italiana. Bisognerebbe “ristorare” anche la sanità. Restituirle il maltolto degli ultimi dieci anni. 

“Ripensare” il nostro sistema sanitario è, peraltro, un fatto culturale prima che tecnico. Concerne la cultura della salute di ognuno e la concezione che ne hanno la politica e le istituzioni.

Cominciando da quest’ultima, si tratta di prendere atto come quello della sanità sia il classico caso di scuola di “governo della complessità”. Come sapevano, fin d’allora, cioè dal 1978, ed, anzi, dagli anni precedenti dedicati alla sua predisposizione, coloro che in Parlamento studiarono la riforma e la portarono in porto. In una stagione fertile, che, non a caso, vide approvata, nello stesso anno, la legge 180, la cosiddetta “legge Basaglia.

Anche oggi andrebbe riconosciuto il taglio per molti aspetti moderno, avanzato e tuttora importante della 833, la riforma generale del nostro sistema sanitario. Soprattutto, nella misura in cui è incardinata su un criterio generale d’integrazione e d’interdisciplinarità, declinato su più livelli funzionali.

Integrazione tra prevenzione, cura e riabilitazione; tra ospedale e territorio; tra sanità ed assistenza; tra clinica e ricerca; tra salute del singolo individuo, salubrità dell’ambiente e dei luoghi di lavoro; tra sanità pubblica e sanità privata.

Superamento, inoltre, degli ospedali “monospecialistici” – riservando, se mai, questa connotazione agli “istituti di ricovero e cura a carattere scientifico” (IRCCS), in virtù della loro particolare natura e della funzione loro attribuita – a favore di nosocomi dove convivano e si interfaccino  le “specialità” che via via articolano  il sapere medico, talvolta fino a frammentarlo in misura eccessiva.

Ma è anche a livello del singolo cittadino che si gioca la partita della sostenibilità del sistema. Da un ruolo sostanzialmente passivo, tale per cui quando ci si ammala ci si affida, quasi meccanicamente, all’apparato sanitario, è necessario passare ad un compito “attivo” nei confronti di sé stessi e della propria salute. Difficilmente, senza rovesciare questo abito mentale , otterremo una razionalizzazione della domanda che, accanto alla razionalizzazione dell’offerta di servizi,  consenta di mantenere in equilibrio il sistema

Ovviamente, occorrono strumenti di educazione alla salute e di prevenzione che permettano di orientare i propri costumi, gli stili di vita, le attese di benessere che ciascuno assegna a sé stesso. Maturando un concetto di salute più sofisticato, inteso non più solo come condizione di benessere, fisico, psichico e sociale, bensì soprattutto come consapevolezza e padronanza di sé stessi.

In ogni caso, è necessario ripartire dal territorio, dalla medicina di base e dai suoi operatori che troppo spesso sono sottovalutati ed hanno, invece, un compito delicatissimo e, dal punto di vista clinico, è richiesta quella misura di empatia che non deve mai mancare all’atto medico e che nessun algoritmo, nessun apparato di intelligenza artificiale sarà mai in grado di assicurare.

Insomma, è vero che la salute, fortunatamente nella generalità delle persone, è, se così si può dire, un dato o un  dono di natura. Ma non è solo così. E’ per molti aspetti un portato culturale che attiene la collettività e la sua organizzazione civile e concerne l’individuo.

Come ricordava, ad esempio, il Professor Carlo Vergani, caposcuola dei geriatri milanesi, che il virus si è portato via la scorsa primavera, l’età avanzata che oggi raggiungiamo è un prodotto della nostra cultura che si è via via affinata. Di per sé, la natura, dopo che abbiamo compiuto il nostro dovere di perpetuazione della specie, cioè una volta attraversata l’età fertile della vita, ci abbandona a noi stessi e lascia che s’avvi quel progressivo  decadimento che, in qualche misura, abbiamo imparato, se non altro,  a rallentare. 

Insomma, la salute non va solo tutelata, ma promossa e ciò tocca a ciascuno di noi.

Domenico Galbiati