La mattina del 20 dicembre 2020 la Corte dei Conti (giù il cappello) approvava la “Relazione annuale dei rapporti finanziari tra l’Italia e l’Unione Europea” nella quale- tra l’altro- sia annota che dei fondi strutturali messi a nostra disposizione da Bruxelles l’Italia ha saputo utilizzare solo il 30%.

Pochi giorni dopo, e precisamente il 12 gennaio 2021 veniva diffuso dal Governo, con l’avvertenza “solo uso interno” ma subito pubblicato in rete (!) il documento denominato “PNRR- Next Generation Italia” che è il progetto da presentare per accedere alle ben più rilevanti fonti finanziarie europee comunemente noto come Recovery Fund.

Il contrasto tra la notizia di come sappiamo spendere le risorse europee secondo la Corte dei Conti e la richiesta, pur nella eccezionale occasione del Recovery Fund, è clamoroso ed in condizioni normali in un Paese civile sarebbe sufficiente per mettere a rischio un Governo. Senza tener conto che il progetto pubblicato, in imbarazzante ritardo, altro non è che il rifacimento di una prima versione apparsa subito a quasi tutti gli osservatori non adeguata, generica e insufficiente e per di più affidata a una fantomatica cabina di regia invece che direttamente ai ministeri.

Anche il nuovo progetto ha già provocato autorevolissime critiche in quanto carente di due elementi essenziali: le indicazioni precise degli investimenti da finanziare e i tempi previsti per le realizzazioni.

Non è un caso che il più autorevole rappresentante italiano nella Commissione Europea, Paolo Gentiloni, e la presidente della Banca Centrale, Christine Lagarde, abbiano al riguardo alzato il sopracciglio per manifestare le loro perplessità nella forma più elegante del linguaggio diplomatico, ovvero con “sollecitazioni”.

Sembrano invece superate, anche se non è mai dato con certezza, le perplessità sulla gestione del progetto che dovrebbe essere meno aperta alla pletora di esperti e consulenti e più decisamente affidata al ruolo centrale delle strutture ministeriali con i loro ben rodati meccanismi di responsabilità amministrativa.

Assumendo come ragionevolmente prevedibile che alla fine il piano si adeguerà alle esigenze indicando gli interventi previsti e i tempi di attuazione, resta un’altra zona d’ombra riferita alla condizione di dare avvio concreto di alcune riforme sulle quali le Raccomandazioni europee insistono.

Tra queste, la più funzionale al realizzo dei progetti del Recovery Fund è certamente la riforma della pubblica amministrazione anche se negli ultimi vent’anni ne sono state avviate diverse che portano i nomi di Bassanini, Brunetta e Madia. Tanto che oggi, più che una nuova legge, sarebbe opportuno parlare di un lungo processo di cambiamenti almeno da avviare con un approccio culturale nuovo.

A cominciare dalla formazione dei quadri e dei dirigenti: perché non prevedere corsi post diploma o post laurea per l’accesso alla pubblica amministrazione? In fondo sono più di tre milioni gli occupati in questo settore, molti più che i geometri, gli esperti contabili e i periti agrari. Cominciando ad innovare radicalmente gli accessi, ancora vincolati a normative superate; avviando un esteso programma di aggiornamento permanente delle competenze come avviene nei settori dell’impresa sulla base delle innovazioni, dal digitale ai big data; introducendo nuove regole per le valutazioni e gli avanzamenti sulla base dei risultati conseguiti e del feed-back degli utenti anche a rischio di scontri con le corporazioni della categoria.

La riforma della pubblica amministrazione non può essere una nuova legge; ne abbiamo già avute tante. Ma piuttosto un percorso da avviare ben sapendo che non sarà né breve né facile.

Guido Puccio