Il Sahel è oggi, senza enfasi retorica, ma per constatazione empirica, l’epicentro globale del terrorismo. Non lo è diventato improvvisamente: è il risultato di una lenta sedimentazione di fattori storici, politici, economici e militari che, negli ultimi quindici anni, si sono combinati fino a produrre una delle crisi di sicurezza più gravi del pianeta.

Secondo le più recenti analisi, la regione concentra ormai la quota maggioritaria delle vittime del terrorismo a livello mondiale, con un incremento esponenziale degli attacchi: dal 2019 a oggi, il numero delle vittime è cresciuto di circa dieci volte. Ancora più significativo è un dato circolato nel 2025: oltre l’88% delle morti legate al terrorismo globale si registra proprio nell’area saheliana. Una concentrazione che non ha precedenti nella storia recente.

In una geografia del caos, il Sahel non è uno Stato, ma una fascia geografica che attraversa l’Africa da ovest a est, comprendendo paesi come Mali, Niger e Burkina Faso. È uno spazio vastissimo, semi-arido, scarsamente governato e attraversato da confini porosi. Ed è proprio questa geografia a renderlo terreno ideale per gruppi armati.

Qui operano organizzazioni jihadiste legate sia ad Al-Qaeda sia allo Stato Islamico: tra le principali, Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM) e lo Stato Islamico nel Sahel. Questi gruppi non si limitano a compiere attentati: controllano territori, amministrano giustizia, tassano le popolazioni locali e si comportano sempre più come entità proto-statali.

Gli attacchi sono continui e diffusi. Nel solo 2025 si registrano offensive coordinate contro basi militari, villaggi e convogli civili: decine di soldati uccisi in Niger, stragi di civili in Mali, incursioni armate fino ai confini del Benin, un tempo considerato stabile. La violenza non è più episodica: è sistemica.

Per capire perché il Sahel sia diventato il cuore del terrorismo globale, bisogna vederne le radici profonde partendo da un dato fondamentale: la debolezza strutturale degli Stati. In breve, Stati fragili e vuoti di potere.

Molti paesi della regione non hanno mai esercitato un controllo reale sui propri territori periferici. Intere aree rurali sono storicamente marginalizzate, prive di servizi, infrastrutture e presenza istituzionale. In questo vuoto si inseriscono i gruppi jihadisti, che offrono sicurezza, giustizia sommaria e talvolta persino assistenza economica.

A questo si aggiunge una lunga sequenza di crisi politiche e colpi di Stato. Mali, Burkina Faso e Niger hanno vissuto negli ultimi anni rovesciamenti militari motivati proprio dall’incapacità dei governi civili di contrastare il terrorismo. Ma i regimi militari, lungi dal risolvere il problema, lo hanno spesso aggravato, indebolendo ulteriormente le istituzioni.

Un passaggio cruciale è stato il crollo della Libia nel 2011. La caduta del regime di Gheddafi ha liberato enormi quantità di armi e combattenti che si sono riversati nel Sahel, alimentando le insurrezioni locali. Il fattore libico, dunque, come effetto domino.

Da quel momento, la regione è entrata in una spirale di militarizzazione: gruppi armati sempre più equipaggiati, reti criminali transnazionali e una crescente interconnessione tra terrorismo e traffici illeciti. Il Sahel è oggi uno snodo fondamentale per traffico di armi, droga e migranti.

Un altro elemento distintivo è la natura ibrida dei gruppi saheliani. Non si tratta solo di organizzazioni ideologiche, ma di attori che combinano jihadismo, economia illegale e controllo territoriale: un terrorismo ibrido nel quale agiscono ideologia e criminalità.

Come evidenziato da diversi studi, nel Sahel terrorismo e criminalità non sono separabili: i gruppi armati finanziano le proprie attività attraverso traffici e tassazioni locali, rendendo il conflitto economicamente sostenibile. Questo li rende molto più resilienti rispetto ad altre organizzazioni terroristiche.

Negli ultimi anni, il Sahel è stato teatro di numerose missioni internazionali: francesi, europee, statunitensi e delle Nazioni Unite. Tuttavia, questi interventi non hanno prodotto stabilità duratura, tanto che si può parlare di un fallimento degli interventi internazionali.

Al contrario, il progressivo ritiro delle forze straniere ha creato nuovi vuoti di sicurezza. Gruppi come JNIM ne hanno approfittato per espandersi rapidamente, reclutando tra giovani marginalizzati e sfruttando il risentimento verso governi e attori esterni. In parallelo, le operazioni militari locali sono spesso accusate di abusi contro civili, alimentando ulteriormente il ciclo della radicalizzazione.

Uno degli sviluppi più preoccupanti è l’espansione geografica del terrorismo saheliano. Negli ultimi anni, la violenza ha iniziato a propagarsi verso i paesi costieri dell’Africa occidentale, come Benin, Togo e Ghana.

Questa dinamica suggerisce che il Sahel non è più una crisi regionale isolata, ma un epicentro da cui il terrorismo si irradia verso nuove aree. La mancanza di cooperazione regionale e la fragilità degli Stati limitrofi rendono questa espansione particolarmente difficile da contenere.

Guardando al futuro e pensando a cosa possa accadere, è possibile delineare tre scenari principali.

Il primo è quello di ciò che potrebbe definirsi una “somalizzazione” del Sahel: territori sempre più vasti sotto controllo jihadista, Stati centrali deboli e una guerra a bassa intensità permanente. È lo scenario più probabile nel breve periodo.

Il secondo è un ulteriore deterioramento con espansione verso le coste atlantiche. In questo caso, il terrorismo saheliano diventerebbe una minaccia diretta per rotte commerciali e interessi internazionali, con implicazioni globali.

Il terzo, meno probabile, ma non impossibile, è una stabilizzazione graduale attraverso nuove forme di governance locale e cooperazione regionale. Tuttavia, richiederebbe un cambiamento radicale di strategia: meno approccio militare e più investimenti in sviluppo, istituzioni e inclusione sociale.

In conclusione, il Sahel è oggi il luogo dove il terrorismo contemporaneo ha trovato la sua forma più evoluta: non più solo rete clandestina, ma sistema territoriale radicato, capace di adattarsi, espandersi e sopravvivere.

Non si tratta soltanto di una crisi africana, ma di una delle grandi questioni geopolitiche del nostro tempo, destinata a influenzare sicurezza, migrazioni e equilibri internazionali nei prossimi decenni.

Ignorarla, o ridurla a emergenza episodica, significa non comprendere la natura profonda del fenomeno. Perché nel Sahel non si combatte solo una guerra contro il terrorismo: si misura, in fondo, la capacità della comunità internazionale di governare il disordine globale.

Edoardo Almagià

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