Prima ancora di quanto ci aspettassimo è ripiombato di colpo sulla politica italiana il male oscuro che negli ultimi anni l’aveva resa noiosa e inetta: la ricerca del consenso a tutti i costi come unica ragione di essere.

Ecco infatti la risposta di Salvini alla mazzata subita con le elezioni amministrative di domenica scorsa. Niente riunioni degli organi di partito, niente analisi del voto, niente documenti ufficiali, niente confronto preventivo con il Capo del governo. Solo un livido impulso di vendetta corredato dai soliti slogan banali e bislacchi già sentiti: la casa degli italiani che non si tocca; le tasse che vanno ridotte; le famiglie e le imprese che vanno rispettate.

Il metodo è quello di sempre, stile Papeete, e tutti gli affidamenti simulati per dimostrare finalmente acquisita una immagine di politico accorto, prudente e responsabile si sono rivelati per tre giorni una finzione se non uno specchietto per le allodole. Proprio come le felpe e i rosari esibiti che avevano fatto ridacchiare mezza Italia.

La riforma fiscale è solo un pretesto e ci vuole poco per accorgersene: Draghi ha presentato uno schema di decreto legislativo, che dovrà passare dal voto in Parlamento, per superare un sistema tributario vecchio ormai di cinquant’anni. Tra l’alto il decreto prevede il riordino del catasto che è ancora più datato. Un provvedimento quindi atteso e ben noto. Tanto è vero che lo stesso Salvini  aveva già votato nel 2014  una delega fiscale che prevedeva proprio la riforma del catasto, con la raccomandazione al governo ad agire subito.

Dopo tre giorni Salvini è rientrato, ma è evidente che ora si trova di fronte alla “alternativa del diavolo”: se sta col governo rischia di compromettere l’unità del centro destra; se rompe perde credibilità dopo le ripetute assicurazioni.

C’è da chiedersi che cosa succederà quando dovranno essere attuati i piani di intervento previsti dal PNRR a valere sui fondi europei per i quali, da Bruxelles, controlleranno gli investimenti effettivamente fatti e non solo programmati.

Che cosa succederà se l’inflazione sale ancora e la Banca Centrale Europea comincerà a ridurre gli acquisti dei nostri titoli di Stato; che cosa succederà quando si dovrà negoziare il nuovo “fiscal compact” che prevede precisi limiti al deficit di bilancio e rientri sia pure graduali dal debito pubblico; che cosa succederà quando sul volto già non benevolo dei mercati apparirà il sopracciglio alzato. Quando cioè dovremo dimostrare che il Paese è unito, continua a credere nella ripresa e la politica, quella seria, è tornata.

Tanto più che con l’avvicinarsi della fine della legislatura, ammesso che si superi senza scossoni l’elezione del Presidente della Repubblica, tornerà a spirare più intenso il vento del “marketing elettorale” e con esso la stagione dove tutto è permesso purché serva ad accaparrare i voti senza troppe remore.

C’è solo da sperare che il Paese tenga, che il Presidente Draghi non consideri (come ha dichiarato) il calendario elettorale, che le riforme in cantiere concorrano veramente a lasciare il segno. In sostanza, che la politica si riduca sempre più alle poche ragioni che la giustificano.

Guido Puccio