Da giorni e giorni sui mezzi pubblici della città di Roma, e su alcuni camion utilizzati per la pubblicità, si vede la faccia di Matteo Salvini. Chi la memoria non manca resta quantomeno perplesso per la scritta che l’accompagna: “Roma torna capitale”. Impossibile non tornare a quel ritornello ” Roma ladrona” che per anni abbiamo sentito levarsi dalle contrade della Padania e delle valli alpine.

Sarebbe ora molto facile ironizzare sulle vicende che portarono alla defenestrazione addirittura del grande inventore della Lega, Umberto Bossi e prima ancora al cappio esibito spudoratamente nell’aula di Montecitorio. Oppure, su 49 milioni di euro scomparsi e su altre vicende che, come per la Lega, pure quella salviniana, fanno oramai parte di un repertorio classico della storia dei partiti italiani.

Bene che il cappio sia stato rimosso e benissimo che alla Capitale si porti il rispetto che merita, anche in considerazione del fatto che Roma non è, in effetti, mai stata nella disponibilità dei soli romani. Anzi, politicamente parlando, ad esclusione di personaggi come Andreotti, Darida e Galloni, non è che gli esponenti dei partiti espressi dall’Urbe abbiamo mai contato in maniera esclusiva più di altri.

In fondo, più di un romano soffre per le condizioni della propria città, per il peso che essa deve sopportare a causa della presenza di ministeri, enti organismi che non sono pieni zeppi di soli loro concittadini e dove le cose non sono fatte e disfatte solamente dai capitolini. E’ che a differenza di tanti altri, avendone viste tante, i successori dei quiriti sono abituati a sopportare di tutto, persino quell’accusa di ladrocinio che potrebbe benissimo essere rimandata ai tanti mittenti che si sono crogiolati e si crogiolano nei luoghi comuni. Essi sanno, del resto, di vivere in una città così forte e tenace da essere capace di resistere nonostante le conseguenze di una crescita abnorme avvenuta in soli pochi decenni e sostanzialmente dovuta al fatto che Roma è la Capitale. Una crescita che ha distrutto quel tessuto umano che contraddistingueva centro e periferie adesso, invece, fortemente contrapposte per qualità della vita e, persino, caratteristiche antropologiche. Al punto, dunque, che i fondi per Roma Capitale potrebbero essere visti persino come un vero e proprio risarcimento che il resto d’Italia deve.

Ma non è questo il punto che merita di essere affrontato e che potrebbe apparire una vera e propria polemica da bar sport. Quel che colpisce è la trasformazione degli slogan di Salvini. Rivelatori del suo continuare a insistere con l’idea di dare vita ad un partito nazionale di destra, invece che farlo restare ancorato alle sole valli che, dai contrafforti delle Alpi liguro – piemontesi, giungono fino a Veneto e Friuli.

Questo è sembrato fare innestare a lui e alla Lega il turbo, ma sembra ora cominciare a battere in testa. Per ora se ne registra l’effetto nei sondaggi e nel diffondersi di tutte queste voci che vogliono in difficoltà Salvini.  Proprio nel momento in cui, a differenza di quanto fu impossibile a Bobo Maroni, sembrava gli venisse consegnato un potere esclusivo interno che solo Umberto Bossi era riuscito ad esercitare. Invece, proprio all’apice della sua parabola, per Salvini qualcosa ha cominciato ad incepparsi. Galeotto fu l’improvvida rottura con Conte. Da allora in poi, le figure degli altri capi della Lega non sono apparse più come sbiadite figure subalterne, ma veri e propri possibili competitori.

In particolare, Giancarlo Giorgetti. Dopo che sembra sia un po’ appannata, anche perché non se ne poteva più sentirlo parlare dal Veneto del Coronavirus, l’incombenza del Governatore Luca Zaia. Giorgetti il “governativo”. Tutti i giorni dipinto dai giornali non amici impegnato a fare il controcanto a quello che dovrebbe essere il suo capo. Cose già vissute in altre epoche. Ad esempio, senza che la cosa possa essere male interpretata, ci si può riferire ad una per tutte, cioè al conflittuale binomio Mussolini – Grandi.

Si tratta di vedere però, come malignano alcuni, se non ci sia anche un gran gioco delle parti in un momento davvero difficile per Salvini e la Lega nel suo complesso perché, a ben guardare, se gli togli il solito grido d’allarme sui migranti e l’ostentazione del rosario, sembrerebbe che poco sia rimasto d’originalità. Una difficoltà “esistenziale” del leghismo emersa a seguito del mutare degli equilibri europei, ancora di più rimarcata per il sopraggiungere della Pandemia. Quante volte l’accorato grido ” apriamo, apriamo” è stato smentito dal drammatico sciorinare dei dati sulla diffusione del virus e il numero dei morti. Lo scossone è stato forte anche per il Nord, a dispetto dei negazionisti, oggi si ripresentano come no-vax.

Forse che i leghisti stanno a capire adesso che l’autoreferenzialità serve a poco nei momenti di crisi acuta? Soprattutto quando vedi che anche i tuoi eventuali alleati oltre confine, dai più vicini a quelli di Mosca, devono pensare a salvare il loro salvabile.