Da alcuni decenni, pochi economisti illuminati, minoranza assoluta nel mare conformista dell’ottimismo di mercato, ipotizzano che l’economia possa fermarsi quando Malthus travolgerà Schumpeter.

Il primo ipotizzò, nei primi decenni del secolo diciannovesimo, una crescita della popolazione a ritmo geometrico rispetto alla più lenta crescita della produzione agricola (ipotizzata a ritmo aritmetico), con il rischio quindi di una crisi definitiva del sistema economico e sociale nel suo complesso. La posizione di Malthus non teneva conto del progresso tecnologico che prima, e soprattutto, seconda Rivoluzione industriale avrebbero garantito, a cui accompagnare apertura dei mercati, globalizzazione e logistica. La risposta indiretta arriva da Schumpeter più di cento anni dopo. La strada è quella della innovazione che caratterizza la figura dell’imprenditore, innovazione che attraverso la “distruzione creatrice” rompe la successione dello stesso ciclo economico.

Oggi siamo coscienti che scienza e tecnologia, purché stimolate opportunamente, possono contribuire alla soluzione del problema della scarsità delle risorse naturali. Eppure alcuni dei problemi a cui ci troviamo di fronte sono ancora più gravi di quanto non fossero qualche decennio fa. E Malthus torna di moda.

Certo, i progressi nel settore sanitario hanno prolungato la vita umana, contribuendo a loro volta all’aumento esponenziale della popolazione mondiale. Ma più della metà di questa ha solo lo stretto necessario per vivere, con l’aggravante di una distribuzione disuniforme delle stesse risorse, dei capitali per investire e produrre, come delle stesse conoscenze tecniche. Una disuguaglianza di fatto, sempre più a danno delle aree deboli del pianeta. E il ricco occidente si è trovato inaspettatamente e improvvisamente in un brutto sogno. La crisi climatica ha colto di sorpresa molti, con le metropoli di 10/20 milioni di abitanti che improvvisamente sono passate da essere un vanto del progresso umano a simbolo di una decadenza, di un progetto di convivenza obsoleto o addirittura nocivo. E la teoria economica e sociologica ? E la politica ? Cosa hanno fatto nel frattempo ? Poco o niente. Ad eccezione di una serie di lavori pubblicati fin dal 1972 dal Club di Roma, associazione di studiosi, scienziati, economisti, attivisti attenti ai cambiamenti della società contemporanea, fondata proprio a Roma dall’italiano Peccei ed alcuni nobel internazionali. Il primo volume del 1972 (il 2022 saranno quindi 50 anni dalla prima uscita) porta un titolo significativo, con gli occhi di oggi: “I limiti dello sviluppo”.  Il lavoro, coordinato dallo storico professore del Mit di Boston Dennis L. Meadows, venne pubblicato nella forma di rapporto sulle tendenze e sulle interazioni tra aumento della popolazione, disponibilità di cibo, riserve di materie prime, sviluppo industriale e inquinamento. Seguiranno altri rapporti. Tra questi ricorderei quello sulle “Strategie per sopravvivere” di Mesarovic e Pestel (1974), in cui il mondo viene rappresentato come un sistema, cioè un insieme di parti mutuamente interagenti e interdipendenti, e  “Oltre l’età dello spreco”, coordinato dal nobel per la Fisica D. Gabor (1976), in cui viene predisposto un vero e proprio inventario complessivo delle risorse del pianeta, il punto sulle tecnologie conosciute per trasformarle e usarle, i costi umani e ambientali conseguenti. Questo studio del 1976 si domanda esplicitamente se sarà possibile sostenere la domanda di una popolazione che raddoppia, se sarà possibile pensare al riciclo, ponendo come obiettivo quello di contenere gli sprechi. Ancora, “Il progetto Rio” (reshaping the international order, rifondazione dell’ordine internazionale), per un nuovo ordine internazionale, coordinato dal nobel Jan Tinbergen (1977). Obiettivo: analizzare come modificare lo scambio ineguale tra Nord e Sud del mondo avviare un processo di riequilibrio. Per finire, vorrei ricordare il volume “Goals of Mankind” (Obiettivi per una società globale), coordinato da Ervin Lazlo, sempre del 1977, che compie un passo significativo, oggi più che mai di attualità: stabilire obiettivi che possano essere accettati da culture, religioni, ideologie diverse e divergenti. E’ il tema dei denominatori comuni.

Molte popolazioni mondiali sono state messe all’angolo, specialmente le più legate ad insegnamenti e tradizioni valoriali (es. indigeni). Ma l’uomo è fondamentale, con i suoi principi, credenze, visioni, tradizioni. Nel frattempo, nonostante questi rapporti, nei 40 anni successivi, poco si è fatto, sia in termini teorici che in termini politici.

La teoria economica ha dato per scontata la crescita continua, si è occupata della perfezione del modello ma non delle conseguenze. Solo nel 2018, con la consegna a Nordhaus del Premio Nobel per l’economia si è riconosciuta l’importanza dell’inserimento nel modello del tema del cambiamento climatico. Perché la vera difficoltà sta nel governare una società complessa, spesso in competizione con i sistemi naturali. Come alla stessa stregua vanno considerate l’adeguatezza delle istituzioni, i meccanismi di potere, la possibilità di finanziare (capitali) gli sviluppi globali futuri, le sfide sulla equità, sull’equilibrio e sulla qualità delle relazioni tra popolazioni diverse. Perché la tecnologia è importante, ma non basta, il mercato è utile, ma non basta.

Nella gestione delle conseguenze di un rialzo dei prezzi delle materie prime, nella soluzione delle crisi energetiche, nella soluzione della possibile penuria di alimentazione per una popolazione crescente, tecnologia e mercato non bastano. Serve quindi una consapevolezza critica sulle relazioni tra fattori culturali, sociali e politici da un lato e ricerca e sviluppo tecnologico dall’altra. Sul tavolo, le intricate connessioni tra cibo, agricoltura, materiali, risorse, energia e … motivazioni umane. Ad iniziare dal tema non rinviabile dello spreco, nelle sue forme materiali e immateriali. Tra queste ultime, lo spreco di risorse umane, dovuto alla disoccupazione, alla sottoccupazione, alle malattie, alla cattiva alimentazione, ma anche al lavoro ripetitivo, non creativo, senza soddisfazioni, alla lunga omologante e massificante, opprimente e potenzialmente improduttivo. Con buona pace delle vecchie catene di montaggio, della produttività e degli equilibri tra le curve di sistema. Siamo alle porte della nuova ondata demografica che porterà gli abitanti del pianeta a 10 miliardi, con la vicina Africa a circa due miliardi. Malthus ci richiama all’ordine e Schumpeter potrebbe non bastare. Abbiamo preso coscienza che la terra è “finita” e che la Transizione ecologica è necessaria. E’ la sfida che ci attende. Ma non basteranno semplici ritocchi o singoli interventi legislativi, non basterà rifarsi ai vecchi principi ormai superati. Servirà la spinta della innovazione certamente, ma soprattutto il coraggio della visione, filosofica, valoriale, di senso, integrale e integrante. Complessa certo, ma ad un tempo universale e rispettosa delle diversità, delle specificità. Vediamo di dare il nostro contributo.

Francesco Poggi