Era notte in Europa, mentre a Washington era il pomeriggio di martedì 15 Novembre, e a Pechino la fredda mattina del giorno successivo quando, prendendo di contropiede l’inconcludente incontro multilaterale COP26, i leaders delle due massime potenze contemporanee hanno discusso on-line, pacificamente e a lungo, i principali aspetti del nostro presente, e i già visibili, drammatici problemi del prossimo futuro.

E’ stata, a sorpresa, la rivincita della politica sulle carnevalate in grande stile, chiaramente destinate ad ingannare le opinioni pubbliche dei paesi più creduloni, come l’Italia. Ed organizzate strumentalizzando una povera ragazza con qualche problema di disabilità, Greta, di cui non si osa in questa sede pensare come potrebbero essere definiti i seguaci.

Ed è stato un vero e proprio blitz, dato che l’annuncio dell’incontro non era stato dato che pochi giorni prima, e in termini che peraltro lasciavano anche un qualche margine di incertezza.

Dei temi trattati nelle tre ore e mezza di faccia a faccia, diviso in due rounds, non si sa – come è logico che sia in questa delicatissima fase – che poco o nulla. Anche perché, ufficialmente, l’ambito della discussione tra i due Presidenti avrebbe dovuto essere limitato ad un tema, quello di un accordo puramente bilaterale di cooperazione sino-americana contro il degrado ambientale. Un successo già di per se estremamente notevole dell’amministrazione Biden; ed un successo che veniva ad aggiungersi alla firma definitiva, avvenuta negli stessi giorni, del mega-piano da mille miliardi di dollari di spesa per il rilancio dell’economia americana tramite la spesa in infrastrutture.

Due successi del Presidente cattolico

Nel giro di pochi giorni,  Joseph Biden ha così segnato due colpi da maestro, due risultati diversi – uno diplomatico, l’altro parlamentare –, ma che non possono essere non considerati entrambi di grande significato per il primo Presidente cattolico degli USA dopo John Kennedy. Il primo è infatti un’iniziativa chiaramente a favore della pace, tanto più che è venuta in un momento di grande tensione proprio con la Cina. Il secondo per attenuare in parte, con una spesa pubblica di un miliardo di dollari, i durissimi squilibri sociali che sempre più caratterizzano la società americana.

Si tratta perciò di due successi che potrebbero rilanciarne l’immagine, contro quella di sleepy Joe, intenzionalmente diffusa non solo da un’opposizione non rassegnata alla sconfitta elettorale, e darwinisticamente propensa all’idea che l’America non sia “un paese per vecchi”, ma anche da quel vero e proprio “partito delle guerre”, che anche dopo il 1945, non ha concesso agli Stati Uniti d’America che pochissimi e brevi momenti in cui non sia stato impegnato in qualche sanguinoso conflitto in giro per il mondo.

Entrambi questi successi implicano politiche di complessa realizzazione. Ed offrono prospettive di policies tra loro strettamente interconnesse, e molto allettanti. L’accordo sino-americano prevede infatti, tra i due paesi, “responsabilità comuni ma differenziate” che “prendano in considerazione le capacità rispettive e le condizioni nazionali ”per un’azione rafforzata”. E ciò non a qualche orizzonte temporale lontano decenni – come quelli discussi a Glasgow – bensì  da realizzare immediatamente, in questo decennio, specificamente in due campi, la riduzione delle emissioni di metano e quelle di CO2.

Per quanto riguarda Washington, è possibile che questo secondo obiettivo venga in parte ottenuto tramite una riduzione del consumo di carbone e lo sviluppo della produzione elettrica da fonti rinnovabili. Ma per ridurre le emissioni di CO2 sarebbe necessario abbattere anche il consumo di petrolio. E a questo fine sarebbe indispensabile un coordinamento tra – da un lato – quanto fatto per onorare l’impegno con la Cina e – dall’altro – la forte iniezione di spesa pubblica prevista dal piano infrastrutturale appena approvato dal Congresso. E con un’interessante maggioranza, che ha perduto qualche democratico, ma ha avuto i consenso di alcuni importanti Senatori repubblicani.

Si tratta di una spesa colossale, anche su scala americana, e che dovrebbe determinare a breve una fase di espansione, trainata dal potenziamento delle infrastrutture. Una fase di progresso, tuttavia, che rischia di essere più quantitativo che qualitativo, più economico che ambientale. E in cui le “caratteristiche americane” rischiano di essere prevalenti, soprattutto a causa elle “condizioni nazionali” USA per quel che riguarda l’insediamento della popolazione sul territorio.

Grandi spazi a bassa densità

Agli Europei potrà sembrare sorprendente, ma negli Stati Uniti esistono oggi oltre 86 milioni di fabbricati di due piani o meno, in schiacciante maggioranza residenze monofamiliari, e solo 5 milioni da tre piani in su, soprattutto uffici. Ne consegue un’intensità abitativa molto bassa, che rende antieconomici i trasporti pubblici, e del tutto logica la preferenza per l’automobile. La migliore scelta per l’americano medio, che vive nei suburbs, è oggi quella di fare cento o più miglia al giorno di commuting per recarsi al lavoro. E l’auto elettrica non promette di mutare sostanzialmente le cose.

Qualche miglioramento si potrà forse ottenere a livello interurbano, sull’asse Boston-NY-Washington, e in minor misura in California Ma nel complesso gli investimenti nelle infrastrutture di trasporto finiranno inevitabilmente per seguire lo schema tipico dell’America, quello dei grandi spazi a bassa intensità di occupazione , che è radicalmente opposto alla logica della preservazione ambientale e del risparmio energetico.

La lotta alle emissioni di anidride carbonica spetterebbe quindi principalmente a Pechino, che ha sinora fatto un enorme uso del carbone, e prevede di abbatterlo già con l’attuazione del prossimo piano quinquennale, attualmente in preparazione, quello del 2026-30. A Washington, al contempo, andrebbe la lotta contro le emissioni di metano. E siccome la principale fonte di questo dannosissimo gas-serra sono i ruminanti, ciò significherebbe una vera e propria rivoluzione nel sistema di alimentazione, con l’offerta ai palati americani non più di hamburgers e bistecche cariche di ormoni femminili, oggi usati per far ingrassare i bovini, ma nuovi prodotti proteici ottenuti grazie alla ricerca biologica che consente ormai di eliminare gli elementi anti-nutritivi presenti in molti vegetali.

La diplomazia ambientalista di Biden tende insomma – se non sarà sabotata da interessi che puntano invece allo scontro anche militare con Pechino – ad una divisione dei ruoli con il gigante dell’Asia; una divisione dei ruoli fondata sulle diversità naturali e socio-economiche tra le due maggiori potenze del mondo attuale. Si tratta di una diplomazia fondata sulla complementarità tra l’azione delle due massime potenze, e ben più realistica, ben più adatta alla gravità della situazione presente, di tutta la retorica, il buonismo ipocrita e la demagogia giovanilistica che i media di ogni genere e categoria, ci hanno – in maniera spesso intollerabile – servito negli ultimi tempi. E a cui si è accodato non solo il tritacarne della pubblicità, ma anche tutto il servilismo volontario del politicamente corretto.

Giuseppe Sacco