“Se tornasse Francesco” è il titolo di un piccolo libro di Carlo Bo, che risale ai primi anni ’80. Neanche lo riconosceremmo – sostiene Bo – né gli apriremmo la porta, se bussasse a casa nostra. La sua concezione della vita, fondata sullo scandalo della povertà radicale, è talmente antitetica alla nostra, intrisa di valori borghesi ed orientata all’affermazione, al primato, al successo, da non consentirci di accoglierlo. Anzi – aggiunge Bo – “…al povero diamo qualcosa perché se ne vada al più presto…insomma é il nemico”.

E’ lo specchio in cui si riflette la nostra cattiva coscienza e, quindi, non ne sosteniamo lo sguardo che risuona, nel profondo, come un rimprovero. E’ anche l’immagine di quella vita dolente che, se pure non mettiamo l’argomento a tema, avvertiamo pur sempre come uno scacco esistenziale da cui non possiamo sentirci immuni, anzi, oggi soprattutto, sembra incombere come una minaccia latente.

“Se tornasse Francesco” è anche il motivo che ci può accompagnare nella lettura dell’Enciclica “Fratelli tutti”, che l’altro Francesco ha voluto firmare, lo scorso 3 ottobre, non a caso, ad Assisi. Un documento ricco, di una intensità straordinaria .

Il momento in cui viene pubblicato – si potrebbe dire – è assorbito nel testo come la lente di ingrandimento che ne consente, ad un tempo, una lettura puntuale nel dettaglio ed una interpretazione declinata secondo una visione ampia del processo storico.

Una Enciclica  per il nostro tempo e per i decenni che verranno, i quali, con ogni probabilità, saranno irrevocabilmente segnati dagli eventi che oggi stiamo dolorosamente attraversando.

La storia – osserva Papa Francesco – è andata incontro ad una frattura irreversibile. In effetti, si è rotto un equilibrio.

L’insistenza con cui  Francesco si è prodigato, fin dall’avvio del suo pontificato, attorno ai temi della questione ambientale, già intuiva l’evoluzione drammatica che stiamo vivendo.

Coglieva una tendenza nella quale eravamo già pericolosamente avvitati, senza che sapessimo disincagliarci.

In altri termini, l’affronto reso alla natura segnala, in effetti, una crisi che è di carattere antropologico, come se l’umanità non si riconoscesse più e smarrisse le ragioni stesse del suo vivere.

Con ogni probabilità, dobbiamo leggere e studiare l’Enciclica assumendola come la bussola che deve orientare quel camminare a tentoni con cui entrare guardinghi, prudenti, ma anche risoluti e coraggiosi in quel tempo nuovo della pandemia che tocca alle nostre generazioni inaugurare.

Francesco – “A lui si deve la motivazione di queste pagine”, afferma il Pontefice – non imponeva “dottrine, ma comunicava l’amore di Dio” e “si liberò da ogni desiderio di dominio sugli altri”. Noi, al contrario, siamo insidiati da un processo  di “de-costruzione” che le ideologie mettono in atto per dominare il cammino degli eventi, cosicché stiamo smarrendo il senso della storia.

“Un progetto con grandi obiettivi per lo sviluppo di tutta l’umanità oggi suona come un delirio”, sostiene Papa Francesco, che guarda al “sogno” dell’Europa Unita e constata come, per contro, la storia stia “dando segni di un ritorno all’indietro”.

Risorgono i nazionalismi e si va verso una dissoluzione del pensiero critico che compromette le stesse concezioni di democrazia, libertà, giustizia, unità.

Eppure se queste parole fondative della nostra convivenza civile subiscono una torsione involutiva, non significa forse che abbiamo l’opportunità di ripensarle, ripulirle da troppe incrostazioni, riportarle al loro effettivo valore, limpido ed originario?

La pandemia, infatti, ha suscitato “la consapevolezza di essere una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca….”

Una barca “dove il male di uno va a danno di tutti” e, quindi, a maggior ragione, non sono consentiti “scarti”: né di coloro che “non servono ancora”, i nascituri; né di coloro che “non servono più”, i vecchi, i disabili.

“E’ la realtà stessa che geme e si ribella”, sostiene Papa Francesco evocando Virgilio. “Sunt lacrimae rerum…”.

Domenico Galbiati