Per sollevarci dai toni di questa campagna elettorale già noiosa, ecco una riflessione intelligente proposta in un ampio servizio a più mani pubblicato dal quotidiano francese “Le Monde” (31 agosto, pag.14)

L’analisi mette in evidenza un aspetto inconsueto della recessione economica imminente, questa volta non più limitata a un’area geografica o ad un Paese, al solo Occidente o agli altri, ma è globale.

I tre grandi pilastri dell’economia mondiale, USA, Cina ed Europa, sono infatti contemporaneamente in difficoltà a differenza di quanto era accaduto con la crisi finanziaria del 2008, quando la fiammata partì da un solo Paese prima di espandersi.

In America, l’inflazione galoppa come non si era mai visto negli ultimi quarant’anni (in pratica da una generazione). La stretta monetaria decisa per affrontare questa inflazione comincia a farsi sentire sulla crescita anche se per ora è solo ridimensionata. La minaccia più seria è la forte caduta del potere di acquisto delle classi medie. Basti considerare che il tasso dei mutui immobiliari è passato dall’uno per cento al sei per cento. Il mercato del lavoro per ora resiste ma il timore della banca centrale americana lascia prevedere che questo equilibrio non potrà reggere a lungo.

In Cina, dove da anni l’economia cresceva a doppia cifra, è in atto una ripresa del pandemia con conseguenti lock-down di intere regioni, ed è sempre più manifesta una grave crisi del mercato immobiliare. L’anno in corso registrerà una crescita del tre per cento, una percentuale che per l’economia cinese equivale a restare fermi.

In Europa, viviamo la crisi del gas, l’inflazione e la guerra ai confini orientali che insieme aprono scenari sempre più allarmanti. La produzione industriale è già rallentata e nelle catene di approvvigionamento delle imprese sono riapparse quelle perturbazioni che erano seguite alla crisi sanitaria.  Si “profila un inverno lungo e freddo” scrive Oxford Economics, e non solo per il blocco del gas russo ma per le tensioni e le conseguenze sociali dell’ulteriore crescita delle ineguaglianze.

Per non dire di ciò che si profila per gli altri Paesi, dove l’inflazione marcia tra il trenta e l’ottanta per cento l’anno. Una indagine recente del Fondo Monetario Internazionale ha accertato che su una settantina di Paesi esaminati, otto sono già di fatto in default e almeno una trentina sono prossimi al collasso. Gli aumenti dei prezzi dei generi alimentari e dell’energia minacciano la vita di cinquecento milioni di persone, con quanto è immaginabile non solo per la devastante crisi umanitaria ma anche in termini di guerre locali, carestie, terrorismi, rivolte sociali e forti aumenti delle emigrazioni di massa.

In questo scenario, i temi dominanti la campagna elettorale italiana sono a dir poco patetici. Prevalgono sempre antagonismi permanenti, il piccolo cabotaggio sui social, i titoloni estremisti dei giornali di parte, le solite promesse di soluzioni semplici a problemi complessi.

La frenata dell’economia americana, la fragilità della crescita cinese (che da vent’anni è il motore del commercio mondiale) e la caduta della produzione industriale europea sono realtà completamente estranee al confronto tra le forze politiche italiane, quasi fossero argomenti di un altro pianeta.  Eppure, anche se non siamo ancora di fronte a una crisi economica globale in senso classico, certamente siamo coinvolti in una   recessione imminente che è comune ed estesa.  E quando coesistono inflazione e recessione è ben noto, anche senza pronunciare la parola più temuta dagli economisti, che non sarà né facile né breve uscirne.

L’unica speranza, almeno per noi, è nelle risorse a volte sorprendenti che il nostro Paese ha dimostrato di possedere per superare le ore più buie.

Guido Puccio