La distanza tra i problemi reali e la qualità del dibattito politico in materia di immigrazione ha raggiunto livelli che non hanno precedenti, confermata dalle proposte che circolano sulla materia nei programmi elettorali che in buona parte sono il riciclaggio di tutti i luoghi comuni, distanti dalla realtà, che hanno contrassegnato le polemiche negli anni 2000.

Partiamo dai fabbisogni. L’evoluzione demografica della popolazione italiana in età di lavoro, consolidata in via di fatto per i prossimi due decenni, si traduce nella perdita di almeno 5 milioni di potenziali lavoratori. Come rimediare a questa criticità per rendere sostenibili i fabbisogni del sistema produttivo e la spesa sociale destinata, che registrerà un’ulteriore impennata per le conseguenze dell’invecchiamento della popolazione?

Ci sono tre strade possibili: recuperare una parte consistente del bacino delle persone disoccupate e inattive potenzialmente in grado di lavorare; aumentare la produttività del sistema economico; incrementare il tasso di ingresso di persone provenienti da altri paesi (praticamente raddoppiando la stima tendenziale presa in considerazione dall’Istat per stimare il calo della popolazione in età di lavoro con un ulteriore incremento di 140mila nuovi immigrati). Tre risposte da intraprendere in modo complementare, dato che ognuna di esse non è in grado di soddisfare autonomamente l’obiettivo prefigurato.

Questi numeri vengono utilizzati da una parte significativa del ceto politico e dell’imprenditoria per sollecitare un aumento significativo delle quote annuali di ingresso per i motivi di lavoro, in relazione alla difficoltà di reperire personale per soddisfare i fabbisogni della produzione in molti comparti di attività. In particolare per soddisfare il fabbisogno di lavoratori stagionali e le mansioni con bassa qualificazione.

Il passaggio dai numeri astratti delle previsioni demografiche alla realtà rimane ancorato alla possibilità di rendere sostenibili i nuovi ingressi, coerenti con i fabbisogni professionali e in grado di offrire una prospettiva dignitosa ai percorsi di integrazione dei nuovi immigrati.

Le prestazioni sommerse, anche quelle che alimentano i redditi non dichiarati da milioni di lavoratori dipendenti e autonomi italiani, rappresentano una risposta alle  carenze dell’offerta ufficiale di manodopera e una componente importante della sostenibilità della spesa familiare (in particolare per le prestazioni di lavoro domestico e per numerose prestazioni legate alle abitazioni, ai mezzi di trasporto, alle prestazioni sanitarie e assistenziali) e per la tenuta di interi compari di attività economica.

Sono circuiti connotati da specifiche dinamiche di gestione della domanda e offerta, da forme di intermediazioni illecite, dal passaparola e da rapporti informali e fiduciari. Rivolte a inserire manodopera nell’ambito di organizzazioni caratterizzate dalla bassa produttività, da forme di sfruttamento inaccettabili dei lavoratori stranieri e da una quota rilevante di reddito sottratto alle imposte e ai contributi previdenziali.

Anche per questi motivi, sempre restando nell’ambito delle politiche per l’immigrazione, non funzionano nemmeno i meccanismi normativi messi in campo per soddisfare i nuovi fabbisogni lavorativi aumentando le quote d’ingresso per i lavoratori extracomunitari o con le periodiche sanatorie per quelli illegalmente presenti nel territorio. Procedure che vengono utilizzate in buona parte per rilasciare nuovi permessi di soggiorno (simulando a tal scopo finti rapporti di lavoro domestico) con tempi di rilascio dei nuovi permessi palesemente incompatibili con quelli funzionali al sistema produttivo.

Il tema meriterebbe altri approfondimenti, ben oltre il limitato spazio di un articolo. In questa sede preme evidenziare che la distanza esistente tra i fabbisogni di lavoro qualificato del tutto evidenti per tutta la gamma dei profili richiesti dal sistema produttivo, con punte drammatiche per il personale sanitario, dell’assistenza, della logistica, nell’agricoltura e nelle costruzioni, dovrebbe consigliare un ripensamento radicale delle nostre politiche dell’immigrazione.

Le nuove proiezioni sui fabbisogni professionali legati alle innovazioni tecnologiche e organizzative, soprattutto nei comparti dei servizi, mettono in evidenza una domanda crescente di competenze anche per i profili assimilati alle basse qualificazioni.

Una problematica che pone seri interrogativi sulla qualità dei nuovi flussi di ingresso, e che mette in risalto l’esigenza di un ampio coinvolgimento dei lavoratori immigrati regolarmente presenti nel territorio nazionale nell’ambito delle politiche attive. A partire dalla costruzione di solidi circuiti per far incontrare la domanda e l’offerta di lavoro, alternativi a quelli palesemente illegali.

Dev’essere abbandonata la programmazione annuale dei nuovi flussi di ingresso, affidando alle imprese e alle agenzie di intermediazione autorizzate il compito di selezionare, formare e inserire al lavoro il personale con modalità e tempi coerenti ai fabbisogni e verificabili da parte delle amministrazioni pubbliche.

Questi percorsi devono essere favoriti da una nuova generazione di intese con i paesi sviluppati e in via di sviluppo, finalizzate ad ampliare gli ambiti della cooperazione tra le istituzioni formative e le esperienze lavorative per le giovani generazioni, con la previsione di poter convertire i permessi di soggiorno per motivi di formazione in quelli di lavoro.

L’adozione di questi interventi presuppone la presa d’atto della fine di un ciclo delle politiche migratorie, fondata sull’esigenza di soddisfare il fabbisogno di prestazioni lavorative non appetibili per le giovani generazioni autoctone. Stranamente ostacolata dalle principali forze politiche dello schieramento parlamentare che condividono la perenne tentazione di utilizzare il tema dei profughi e degli sbarchi nel Mediterraneo (che per quanto drammatici hanno storicamente influenzato in modo marginale la crescita dei flussi migratori in Italia), per marcare le rispettive propensioni ad osteggiare o accogliere indistintamente gli ingressi irregolari.

Per ragioni facilmente comprensibili, il rispetto dei trattati internazionali e di efficacia delle azioni di contrasto dei flussi irregolari (complicate dalle tensioni di natura geopolitica) la gestione di queste politiche deve trovare risposte in ambito sovranazionale.

Il diverso approccio ideologico alle problematiche dell’immigrazione porta a trascurare scientemente la condizione degli immigrati regolarmente residenti in Italia. Per una buona parte delle forze del centrodestra perché foriera di interventi correttivi che possono comportare la destinazione di risorse pubbliche per contrastare le condizioni di reddito precarie.

Le politiche teorizzate, ma assai meno praticate, dal centrodestra sono in realtà delle non politiche. Supplite in via di fatto con interventi improvvisati (vedi gli accordi dei governatori del Veneto e della Calabria con la Romania e Cuba per il personale sanitario, e le richieste di ampliare le quote di ingresso per il turismo del ministro Garavaglia) per tamponare le emergenze occupazionali.

Quelle del centrosinistra evitano accuratamente di affrontare il problema, perché il riconoscimento delle condizioni di indigenza degli stranieri residenti in Italia mette in crisi tutto l’impianto teorico dell’immigrazione destinata a generare vantaggi economici per la spesa pubblica, propagandato con il palese utilizzo di dati taroccati per questa finalità.

L’errore più grave del centrosinistra è quello di aver consegnato l’intera politica migratoria alle associazioni che si occupano dell’integrazione degli stranieri, con l’inevitabile conseguenza di ridurre le politiche al tema dell’accoglienza.

Il recupero di un approccio pragmatico, fondato su un’analisi corretta dei fenomeni migratori, assume un valore centrale per l’evoluzione delle politiche del lavoro per la rigenerazione della popolazione attiva e per rendere attrattivo il nostro mercato del lavoro.

Natale Forlani