L’ aggressione brutale, feroce, disumana di Putin contro l’Ucraina è in corso da ventidue giorni e, per quanto si profili qualche spiraglio di trattativa, non si vede ancora come se ne possa uscire.

Molti osservatori, soprattutto i giornalisti che stanno sul campo, sostengono come, con ogni probabilità, Putin abbia clamorosamente sbagliato i conti. Riteneva di poter arrivare trionfalmente a Kiev nel giro di pochi giorni – l’ “operazione speciale” – e, invece, si sta impantanando nella ferma resistenza di un popolo forte ed orgoglioso. Se fosse davvero così, potrebbe voler dire che il dittatore russo non ha elaborato per tempo una road-mapp che, mettendo in conto la resistenza ucraina, gli consenta oggi di sapere quali mosse mettere in campo. Il rischio è che non gli resti altra “strategia”, se potessimo chiamarla così, che non sia che affidarsi ad un più di ferocia gratuita che cerchi di sfaldare non solo le istituzioni democratiche ucraine e le forze armate, ma il popolo, sparando nel mucchio e terrorizzando.

L’Ucraina non è una sorta di “una tantum” che perfino alcuni vecchi, “comunisti mummificati” di casa nostra cercano di spiegare con toni ed argomentazioni che sottendono molto di più: cioè l’intento addirittura di giustificare Putin, in nome di una presunta provocazione della NATO. La sua guerra viene da lontano, viene dalla Crimea, dalla Cecenia, dalla Georgia, è stata sperimentata, anche in quanto a tecniche di combattimento, in Siria, dove non a caso vengono arruolate decine di migliaia di mercenari esperti nel combattimento casa per casa. E’ una guerra che, probabilmente, nelle sue intenzioni, potrebbe o avrebbe potuto essere destinata ad andare lontano.

E’ credibile che Putin sia uno sprovveduto o un avventuriero che si è spinto talmente avanti da solo, senza coprirsi le spalle in nessuna direzione? Se fosse cosi ci sarebbe da temere che sia davvero capace o costretto ad andare fino in fondo, a costo di abbandonarsi a gesti di disperazione. Probabilmente lo si capirà solo con il tempo, osservando gli sviluppi della vicenda.

Intanto, la Cina cerca di giocare al gatto e al topo con l’Occidente, ma di fatto è schierata con Putin. Non dobbiamo commettere l’errore di valutare l’atteggiamento dei cinesi, immaginando che siano mossi solo da ragioni mercantili, cioè schiacciandoli su quei criteri di carattere economico che sono gli unici rimasti ad accendere il cuore e la fantasia del nostro mondo occidentale. Si può immaginare che valgano per loro anche ragioni di ordine politico più’ ampio.
Ragioni, si potrebbe dire, “suprematiste”, di difesa e rivendicazione della loro cultura, del loro modo di concepire la vita, di una visione di lungo termine delle relazioni internazionali, di ricerca di equilibri di potere orientati a loro favore, in una logica di competizione, palmo a palmo, con il mondo occidentale. Ragioni che sono sostanzialmente compatibili e consonanti con la più antica e consolidata concezione di sé che, da una stagione all’altra, da un regime all’altro, la Cina coltiva da sempre. Se una attenuante – se così, ironicamente, si può dire – va concessa alla Cina è che, in un paese talmente popoloso e territorialmente vasto, abitato da una pluralità di etnie potenzialmente configgenti, oggettivamente la democrazia rischia di essere un virus, per cui vanno spenti i focolai che siano Hong Kong o di Taipei, prima che si diffonda il contagio.

In un quadro del genere, l’Europa dov’è, cosa fa? E’ davvero unita com’è parso fin qui oppure già si rischia di intravedere qualche crepa che potrebbe via via allargarsi, a maggior ragione sotto la pressione ininterrotta degli eventi? A parte le “chiacchierate” – sia detto pur sempre con considerazione e rispetto – di Macron e Scholz con Putin, di fatto, dato che si sta aprendo, al di là della stessa guerra, una lunga e tormentosa fase di ridefinizione degli equilibri planetari, l’Europa come vuol giocare questa partita? In panchina, come riserva degli Stati Uniti o, pur rigorosamente nell’Alleanza Atlantica, con una visione propria ? Tema su cui tornare e da approfondire.

Intanto – anche qui per accenni da riprendere in altro momento – l’Europa deve mantenere fermi due punti, come orientamento politico di fondo. Anzitutto, noi europei dobbiamo essere consapevoli che l’Ucraina sta combattendo e si sta sacrificando anche per noi. E non basta una gratitudine morale o un generico sentimento di simpatia. L’ Ucraina va sostenuta attivamente, anzitutto, molto schiettamente, con l’invio di armi, finché non si dovesse arrivare ad un effettivo “cessate il fuoco”. In secondo luogo, attraverso un piano straordinario di accoglienza dei profughi. L’ altro punto fermo da mantenere o forse meglio da costruire fin d’ora, concerne l’opportunità, anzi la necessità di far comprendere al popolo russo – al di là del gruppo dirigente che lo sta opprimendo – che, per parte nostra, come europei nell’ anima e nella cultura, vogliamo la Russia in Europa. Non solo, strumentalmente, per non regalarla alla Cina ed al dispotismo asiatico, ma per profonde ragioni storiche e morali di antica affinità.

Insomma, quella Russia che estende l’Europa fino agli Urali, com’era evocata da Giovanni Paolo II.

Domenico Galbiati