Su queste pagine è stata sostenuta in più occasioni e da diversi amici la necessità che si affronti, in modo esplicito e chiaro, senza infingimenti ed opportunismi tattici di bassa lega, il tema di una nuova legge elettorale che restituisca pieno valore alla “sovranità” di cui unico titolare, come recita la Costituzione repubblicana, è il popolo. Abbiamo anche proposto – ed in tal senso ribadiamo l’opinione che molti amici di INSIEME hanno a cuore – che, a favore di una legge elettorale proporzionale, si crei un movimento di opinione che solleciti e sospinga, da parte della società civile, le forze parlamentari cui compete, in ultima istanza, ogni iniziativa di carattere legislativo in materia.
A prescindere da quale sia la maggioranza di governo.

Il tema della legge elettorale, a meno che non se ne voglia fare – vedi Porcellum, Italicum o Rosatellum che sia – lo strumento contingente di una lotta senza quartiere che misura la politica solo e rigorosamente in termine di “potere”, è necessariamente di ampia e lunga prospettiva, cosicché risulta, per forza di cose, di competenza parlamentare, dato che, anche solo in termini temporali, trascende la durata media di questo o quel governo.

Ovviamente, in un contesto complesso qual è il nostro, tipico delle società a sviluppo maturo, la radicale riforma, anzi la “trasformazione”, di cui la politica ha bisogno non può essere data da un singolo provvedimento. Le difficoltà che il nostro sistema politico denuncia risalgono ad un complesso di con-cause che vanno sciolte, fin dove possibile, una per una. Ma la stessa legge proporzionale sarebbe monca nei suoi effetti, se non fosse accompagnata, anzitutto, da altrettanta trasformazione del ruolo e della prassi dei partiti politici. Insomma, va affrontata contestualmente la corretta traduzione normativa dell’art. 49 della Costituzione. Anche perché – e qui, una volta tanto, ha ragione Giorgia Meloni – bisogna smetterla, una volta per tutte, con la storia dei partiti “leggeri” o con i voli pindarici della democrazia diretta e manipolata delle cosiddette “piattaforme” telematiche.

I partiti – di cui una democrazia fondata sulla partecipazione democratica e popolare che si traduce in trasparente rappresentanza parlamentare, non può fare a meno – devono essere davvero “pesanti”, se come tali li intendiamo in quanto strutturati, organizzativamente forti, radicati sul territorio, alimentati da una militanza attiva che ne costituisca il cuore pulsante, senza escludere, anzi, che attorno a questo nucleo centrale, si compongano forme di condivisione e di concorso alla comune battaglia politica, via via più graduate. E’ ora di dire pane al pane e vino al vino.

Il partito – o “movimento” che sia – dell’ “uno vale uno” è solo un solenne imbroglio, una quinta teatrale che nasconde l’ “uno vale per tutti” e tale “uno” non è l’ avvocato del popolo, che, per parte sua, ha capito l’ andazzo per cui ora veste i panni dell’ “avvocato delle cause perse” e rincorre la sua truppa, a cominciare dal reddito di cittadinanza, per timore di esserne smentito.

Ovviamente, non basta dire “legge elettorale proporzionale”. Si tratta di contestualizzarla nei termini di una necessaria attenzione alla governabilità del sistema, attraverso soglie che garantiscano quella pluralità della rappresentanza che corrisponda alle culture politiche, alle linee di pensiero, alle sensibilità che effettivamente alimentano la vita civile del Paese, senza confonderla con lo sbriciolamento delle opzioni in campo. Ed ammettendo – come pare, almeno a grandi linee , abbiamo convenuto a Rimini, lo stesso Letta e la Meloni – anche le preferenze per superare, una volta per tutte, la “nomina”, attraverso le liste bloccate, dei parlamentari da parte di chi è “padrone” di partiti, immemori del “metodo democratico” che l’articolo 49 della Carta Costituzionale invoca come regola sovrana della loro vita interna.

Purché non si pensi di ovviare alle liste bloccate con l’artificio, francamente un po’ farlocco, delle primarie.
La “proporzionale” si rende opportuna ed, anzi, necessaria, sia che la si veda dalla parte del cittadino, sia che la si consideri nell’ottica delle forze politiche in campo. Va detto come il bipolarismo che, secondo i dotti cultori di certe dottrine politologiche, dovremmo prediligere, se non altro per essere “ a’ la page” con altri avanzatissimi Paesi europei, per una realtà articolata e plurale come la nostra, si sia rivelato una camicia di forza. Dopo di che, i cittadini hanno diritto di esprimere il loro consenso nei confronti di forze che si qualifichino per la cultura di fondo cui afferiscono piuttosto che per tematiche sgranate, affrontate empiricamente di volta in volta, in una sorta di permanente lotteria referendaria che prescinda dai valori dirimenti su cui si intenda, da ciascuna, fondare la convivenza civile.

Partecipare democraticamente alla vita della propria comunità, significa concorrere ad orientarne gli sviluppi in un confronto plurale ed aperto tra visioni diverse, che, anche quando sono antitetiche o alternative, si arricchiscono vicendevolmente, se non altro affinando progressivamente, nella libera controversia, le motivazioni di ognuna delle parti. La morte della democrazia sta, piuttosto, nell’appiattimento o nella omologazione obbligata di opinioni che devono, studiatamente, convivere sotto lo stesso schema tattico di ordine meramente elettorale, pur connotate da radici culturali ben differenziate. Insomma, bisogna, in un certo senso, restituire l’Italia agli italiani, anziché
imbragarli artatamente in schieramenti precostituiti ad uso e consumo di coloro che detengono le leve di un sistema comunque ormai decotto.

Ma la “proporzionale” fa bene anche ai singoli partiti se ancora hanno l’ardire di ritenersi tali e non mere tessere di un mosaico, costruito su polarità preordinate ed inamovibili .

Anche le forze politiche hanno bisogno di una rigenerazione che può avvenire solo nella misura in cui abbiano la voglia ed il coraggio di rilegittimare la loro cultura politica in un dialogo aperto e franco con i rispettivi elettori e con quelli potenzialmente contenibili ad altre forze. Insomma, anche se organi di stampa importanti sul piano nazionale non ne fanno – significativamente ? – gran che menzione, forse dal Meeting si può cogliere una consapevolezza più matura, in ambedue gli schieramenti, sul piano della legge elettorale.

Anche INSIEME può e deve fare la sua parte, cercando di avanzare una proposta complessiva per la trasformazione, al di là delle secche del maggioritario, del nostro sistema politico. Siamo una forza “in fieri”, una piccola, piccolissima cosa, che è, però, perfettamente consapevole dei suoi limiti. E ciò già rappresenta un fattore di forza. Talvolta essere fuori dai giochi parlamentari consente di poter dire liberamente ed anche provocatoriamente verità per altri scomode.

Domenico Galbiati